Maigret non si mette a riposo

La pensione di Maigret tra delitti e castighi.

Maigret non si mette a riposo. Foto di Nihat da Pexels

Maigret non si mette a riposo. Foto di Nihat da Pexels

Per l’addio a Maigret un romanzo che porta il suo nome.

Siamo nel marzo del 1934 e gli appassionati lettori di Georges Simenon, in attesa da ben nove mesi dell’uscita di un nuovo romanzo della serie Maigret, ricevono un’autentica doccia fredda. Il romanzo tanto atteso è finalmente disponibile, si intitola semplicemente Maigret e contiene una novità inaspettata o quasi: Maigret non è più il commissario capo della squadra omicidi parigina, ma un tranquillo pensionato, ritiratosi, con l’amata consorte in una casetta sulla Loira, a pescare e coltivare verdure.

Forse per alcuni di questi lettori la sorpresa non sarà stata troppo grande. Già dall’anno prima le pubblicazioni della serie si sono molto diradate e, a ben guardare, nel romanzo precedente, L’écluse n.1, Maigret si trova a soli tre giorni dall’andare in pensione ed ha già spedito nel paesello di Meung-sur-Loire moglie e mobilio.

Quante congetture nella mente dei lettori dopo l’uscita del romanzo. Quante domande! La risposta è una sola, ma probabilmente per molti ancora sconosciuta: Georges Simenon, vuole chiudere definitivamente la fortunata serie avviata tre anni prima con tanto successo. Una serie che gli ha donato tanta notorietà e cospicui guadagni e, soprattutto, l’affetto di un vasto pubblico.

Del resto, nella vita, tutto ha un inizio e, inevitabilmente, una fine. Così, dopo diciannove pubblicazioni, sembra dunque essere giunta la fine anche per i romanzi dedicati al commissario con pipa, cappotto dal bavero di velluto e bombetta.

In realtà, anche se i lettori ancora non lo sanno, Georges Simenon non si è tanto stancato del suo personaggio, quanto, piuttosto del suo editore.

Maigret il romanzo.

Simenon guarda al futuro.

Poco dopo la stesura del romanzo L’écluse n.1, Simenon lascia temporaneamente Marsilly e la tenuta La Richardière, che ha preso in affitto, e raggiunge Marsiglia. Dal grande porto mediterraneo lo scrittore e sua moglie Tigy, salpano verso la Turchia a bordo del piroscafo Angkor, è il 25 maggio 1933.

È un viaggio di studio, lavoro e piacere. Simenon intende realizzare dei reportages di viaggio da inviare alla stampa francese. L’esperienza non avrà, alla fine, il successo sperato, ma consente allo scrittore di ottenere la famosa intervista al rivoluzionario russo in esilio Léon Trotsky, pubblicata su Paris-soir il 15 e 16 giugno di quell’anno.

Lo scrittore belga cerca forse, per se stesso ed il proprio lavoro, una nuova dimensione ed un nuovo riconoscimento pubblico, ma non sarà il giornalismo ad offrirgli questa opportunità.

Nell’estate del ’32 ha iniziato a scrivere un romanzo senza Maigret. Si tratta sempre di un poliziesco, ma l’indagine è marginale alla vicenda; molto più rilevanti sono gli ambienti e la psicologia dei personaggi. Il romanzo è La Locataire e sarà terminato da Simenon nell’autunno del 1933.

Simenon sta maturando, o ha già maturato, in se stesso l’intenzione di imprimere alla sua carriera letteraria una svolta di maggiore qualità. Non intende restare per sempre un autore di libri polizieschi. Sente di poter scrivere opere più impegnative ed ambisce ad un maggiore riconoscimento del suo valore.

Le ambizioni letterarie dello scrittore vanno ormai molto oltre quella letteratura di pura evasione, che ha fatto la fortuna sua e che da anni contribuisce a quella della casa editrice Fayard.

È giovane, ma si sente pronto a realizzare romanzi di spessore ben più consistente e, essendo uomo abituato a curare tutti i dettagli, vuole per le sue opere future una veste editoriale più rappresentativa.

In Francia non vi è nulla di più prestigioso, per uno scrittore, che pubblicare per i tipi delle Éditions Gallimard ed è proprio a quella casa editrice che approda Simenon nel 1934.

L’incontro fra Simenon e Gaston Gallimard avviene nel 1933, quando lo scrittore è ancora legato a Fayard.

Simenon riesce a strappare al prestigioso editore, noto per la sua abilità nelle trattative, un contratto estremamente favorevole, ma per rompere con il precedente editore, senza troppe complicazioni, bisogna chiudere anche la partita con Maigret.

Il romanzo La Locataire esce in un primo tempo a puntate sul settimanale Marianne, di proprietà di Gallimard, tra il 27 dicembre del 1933 e il 28 febbraio del 1934. Quello stesso anno Gallimard lo ripropone in volume.

Per chiudere definitivamente con Fayard è però necessario onorare il contratto esistente: pubblicare un ultimo Maigret e porre fine alla serie delle inchieste del commissario.

Anche gli scrittori mentono.

Sono convinto che la vera ragione che spinge Simenon ad abbandonare il personaggio del suo commissario, sia soprattutto di ordine pratico. In quel momento portare anche Maigret in Gallimard significherebbe aprire un contenzioso, complicato, incerto e costoso, con Fayard.

Un contenzioso inutile perché, in quel momento, lo scrittore belga vuole imprimere una svolta alla sua carriera, vuole scrivere cose diverse e liberarsi, non tanto del personaggio, quanto dei lacci che la letteratura di genere impone, necessariamente, anche ad un innovatore come lui.

Credo, però, che l’idea di eliminare per sempre il commissario parigino dal proprio orizzonte creativo, non abbia mai veramente albergato nell’animo di Simenon. O, quanto meno, ritengo che egli abbia voluto coscientemente lasciare una porta aperta, per un possibile futuro recupero del personaggio.

A dimostrazione di questa mia convinzione c’è proprio il romanzo che avrebbe dovuto segnare l’addio a Maigret e che tutto sembra meno che un autentico addio.

Dalla Loira a Montmartre andata e ritorno.

Questo romanzo di Simenon intitolato semplicemente Maigret, è un bel romanzo uno dei migliori, per certi aspetti.

Ciò nonostante, se domandi ad un appassionato quali siano i suoi Maigret preferiti, difficilmente citerà questo titolo e non so davvero spiegarmi il perché.

Simenon lo scrive nel gennaio del 1934, mentre trascorre l’inverno sull’isola mediterranea di Porquerolles.

Fin dalle prime pagine è tutto chiaro per il lettore: è una notte di febbraio e Maigret non si trova a Parigi, ma in una casetta di campagna sulle rive della Loira.

Una luna enorme galleggiava al di sopra dei pioppi senza foglie e rendeva il cielo così chiaro che si poteva distinguere ogni ramo, persino i più piccoli. Oltre la curva, la Loira era tutta un brulichio di pagliuzze argentate.

Un insistente richiamo alla porta lo toglie al suo sonno. È il figlio di una sorella della Signora Maigret, giunto fin lì da Parigi, dove svolge servizio al Quai des Orfèvres. È nei guai e solo lo zio può tentare di toglierlo d’impaccio.

Un risveglio inaspettato e drammatico per l’ormai ex commissario.

Da quando era andato in pensione il commissario aveva perso l’abitudine di alzarsi nel cuore della notte, e la cosa gli faceva venire in mente, suo malgrado, le veglie passate al capezzale di un malato, o di un morto.

Nessun dubbio possibile: Maigret non è più in servizio!

I guai del nipote sono molto seri: una banda di criminali lo vuole incastrare e c’è il rischio per lui di un’accusa di omicidio.

È giocoforza che Maigret riprenda almeno temporaneamente i panni del commissario capo della squadra omicidi

Quando il commissario ridiscese, aveva indosso il cappotto con il collo di velluto e la bombetta.

Ha così inizio questa strana indagine che vede Maigret lottare contro una banda di malviventi capitanata da un astuto malfattore, in guanti bianchi, vecchia conoscenza del commissario, e, allo stesso tempo, contro il risentimento di alcuni suoi colleghi d’un tempo, che lo vedono ormai come un estraneo nell’ambiente della polizia giudiziaria, venuto a piantar grane per motivi di famiglia.

Quando comparve Maigret, per qualche istante vi fu un silenzio imbarazzato. Ma lui oltrepassò i vari gruppi con una tale naturalezza che gli ispettori, per darsi un contegno, tornarono immediatamente ai loro conciliaboli.

A dominare per tutta la prima parte del romanzo è proprio il senso di impotenza che attanaglia l’ex commissario, costretto com’è a muoversi in totale solitudine, quando, un tempo, avrebbe avuto a disposizione tutti i mezzi necessari per affrontare la situazione.

I suoi avversari sono in grado di anticipare ogni sua mossa, mentre il suo ex direttore ed il commissario che ha preso il suo posto sembrano solo desiderosi di chiudere in fretta la faccenda e di vedere lui togliersi dai piedi.

Eppure quell’Amadieu, con la lunga faccia pallida e i baffi scuri accuratamente sfoltiti, in fondo era un bravuomo…Ma da sempre non faceva che vedere complotti ovunque, ed era persuaso che tutti volessero prendere il suo posto e mirassero solo a comprometterlo. Quanto al grande capo, gli mancavano soltanto due anni per andare in pensione, e fino a quel momento preferiva evitare grane.

Maigret ingaggia una lotta senza quartiere.

Nonostante l’incertezza e lo scoramento iniziali, Maigret affronta la situazione con l’abituale ostinazione e con una risolutezza e determinazione ancora maggiori del consueto.

Vediamo un Maigret che anche a tre anni dal pensionamento è ben lontano dall’essersi rammollito. Affronta tutti a viso aperto, ex colleghi ed avversari, e, fin da subito, mette ben in chiaro con tutti che non intende mollare la presa fino a quando non avrà dimostrato l’innocenza del nipote.

Questa determinazione assoluta si rivela essere la sua vera arma vincente. Da un lato, sgretola la sicurezza dei malviventi costringendoli a commettere una serie di imprudenze e, alla fine, un nuovo omicidio. Dall’altro obbliga chi dirige le indagini a prendere consapevolezza della macchinazione orchestrata, in particolare il grande capo, e, di conseguenza, ad agire e sostenere l’azione di Maigret che, a questo punto, non è più solitaria.

Più il commissario si addentra nell’indagine, maggiore diventa la consapevolezza della sua superiorità psicologica sugli avversari. La resa dei conti avviene durante un duello serrato, non fra due uomini, ma fra due personalità. Quella perversa ma vile del capo banda e quella limpida e virile del commissario.

L’antagonista di Maigret, in questo romanzo, non è un vero gigante dal punto di vista umano. Un criminale che ha costruito il proprio potere sul sotterfugio e la delazione (è anche informatore della polizia). Si nasconde dietro un’apparente rispettabilità, agisce solo tramite sicari che poi elimina man mano che si rivelano d’intralcio ai suoi affari o pericolosi per lui. Li elimina facendoli assassinare da nuovi complici o vendendoli alla giustizia.

Un uomo intelligente e meschino, ma chiuso in se stesso. Indifferente a tutto e a tutti. Convinto della propria superiorità nell’intrigo e nel ricatto. Non ha bisogno di compiere personalmente azioni delittuose: altri lo faranno per lui. La rete di protezioni altolocate che ha saputo creare intorno a se, gli permette di tenere in pugno tutti quanti. In lui vi è solo disprezzo: sia per i complici che per gli avversari. Un disprezzo totale ed assoluto.

Si tratta però di una pretesa superiorità destinata ad infrangersi nel momento stesso in cui ad affrontarlo arriva un uomo che lo sfida apertamente, faccia a faccia, sul suo stesso terreno: quello della macchinazione.

Maigret organizza una trappola, provoca l’avversario al punto da spingerlo a tradirsi ed a confessare i suoi crimini. La partita è vinta e il commissario può tornare tranquillamente a pescare lucci nella Loira e alle cure amorevoli di Mme Maigret.

Maigret il romanzo.

Partita chiusa per il commissario.

Così si conclude l’ultima inchiesta del commissario Maigret. Come colonna sonora il tonfo di due pesanti stivali di gomma che, dopo una giornata di pesca alla lenza, cadono sul pavimento di terracotta della sua casetta a Meung sur Loire.

Quello che abbiamo visto in azione non è certo, però, un uomo destinato ad una pensione tranquilla.

Maigret in questa che dovrebbe essere la sua ultima fatica si muove con disinvoltura tra locali notturni, ballerine discinte, malviventi incalliti. Galante, persino, quando porta a cena e a teatro la cognata giunta dall’Alsazia.

Bavero del cappotto rialzato, pipa in bocca, le mani affondate nelle tasche a stringere un revolver. Il Maigret di sempre. Lento e pesante come un macigno, caparbio fino allo sfinimento, fulmineo nell’azione al momento giusto.

Un pensionato di cui inevitabilmente, sentiremo parlare ancora.

Georges Simenon. Una biografia

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Maigret non si mette a riposoultima modifica: 2022-01-26T03:31:55+01:00da albatros-331
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