Un morto per Maigret

Un morto per Maigret.

Uomo ucciso a colpi di pistola II del pittore tedesco Gerhard Richter

Uomo ucciso a colpi di pistola II, del pittore tedescoGerhard Richter. – gerhard-richter.com

 

Il morto speciale di Maigret.

Un romanzo “americano” di Simenon.

Perché: un morto per Maigret?

Soprattutto, vien da pensare, perché uno in particolare?

Essendo Maigret il Commissario capo della squadra omicidi parigina, è abbastanza evidente che sia costretto ad occuparsi di cadaveri con una certa frequenza.

Noi sappiamo però che tra i tanti morti che popolano (o spopolano) le sue inchieste c’è n’è uno assolutamente particolare: al punto da dare il titolo ad uno specifico romanzo.

Stiamo parlando, ovviamente, de Il morto di Maigret, o, per dirla alla francese, Maigret et son mort.

Un bel romanzo Il morto di Maigret; una bella indagine dinamica, ricca di situazioni differenti. Classico policier alla francese, ma con tanta azione. Molta più azione di quanto ve ne sia di solito in un Maigret.

Un romanzo intrigante che si legge volentieri e che regala al lettore anche alcune sorprese.

Ed è proprio Il morto di Maigret il romanzo di cui vogliamo occuparci oggi in questo post.

I romanzi americani di Simenon.

Maigret et son mort è uno dei venti romanzi “americani” della saga con Maigret. Stiamo parlando dei venti romanzi che Georges Simenon dedica al suo commissario tra il 1946 e il 1955, nel decennio che egli trascorre in volontario esilio di là dall’atlantico, prima in Canada e poi negli Stati Uniti.

Per la precisione Il morto di Maigret è il terzo romanzo di questa serie ed il secondo scritto negli Stati Uniti.

Prima vengono Maigret à New York, realizzato in Canada nel 1946 e Les vacances de Maigret, scritto a Tucson, in Arizona, nel 1947, un mese prima del romanzo che interessa noi oggi.

Da molti, quest’opera, è definita come romanzo della nostalgia e, probabilmente è davvero così, ma non del tutto, a mio modesto avviso. Personalmente, preferisco vederlo più come una genuina rivendicazione di appartenenza.

Appartenenza ad un mondo, fisico e culturale, che era stato il mondo di Simenon fino a poco tempo prima e dal quale lo scrittore fatica, forse, un po’ a staccarsi, ma, soprattutto, continua a rivendicare come suo.

Un romanzo della nostalgia Il morto di Maigret?

Ho detto che non vedo il romanzo come frutto della nostalgia.

Parigi è certo protagonista nella narrazione: la Parigi dove più abitualmente si muove Maigret. È una Parigi che egli conosce assai bene, ma, detto tra noi, si stenta a credere che lo scrittore più girovago del mondo ne abbia tanta nostalgia.

Infondo quella città, Simenon, l’ha lasciata molti anni prima del suo esilio americano. L’ha lasciata per La Rochelle, per Poquerolles, per la Vandea, per i canali di Francia e i mari del mondo.

Certo l’esilio acuisce il senso della perdita e anche uno come lui può arrivare a percepire come perduto qualcosa che non avrebbe mai considerato, in precedenza, così importante.

Io credo proprio di no in questo caso. Simenon non è uomo da nostalgie per un luogo fisico.

Uno scrittore innamorato rimpiange il passato o pensa al futuro?

In quel periodo, per di più, lo scrittore è un uomo innamorato. Si trova nel pieno di una storia d’amore travolgente: quella con la giovane segretaria canadese Denise Ouimet.

Una storia che lo coinvolge profondamente e che, come sappiamo, lo porterà pochi anni dopo al suo secondo matrimonio.

Una cosa certo non esclude l’altra e possiamo pensare che, nonostante l’amore, la nuova esperienza americana possa aver messo in difficoltà “l’uomo” Simenon. Un uomo che non parla bene l’inglese e deve confrontarsi ogni giorno con un mondo tanto diverso da quello francese ed europeo.

Ma Simenon non è tipo da perdersi d’animo. È una spugna, che tutto assorbe di quanto vi è intorno a lui e tutto trasforma in letteratura.

Scrivere è il suo modo di reagire ad ogni cosa: nel bene e nel male.

Proprio per questo propendo a considerare il romanzo più una rivendicazione di appartenenza che non uno sfogo della nostalgia.

I protagonisti del romanzo Il morto di Maigret.

Abbiamo detto che questo romanzo di Simenon è un buon poliziesco, potremmo definirlo un classico del romanzo d’indagine. Naturalmente è anche qualcosa di più.

Il qualcosa in più nasce dal contesto che Simenon riesce a creare attraverso la narrazione.

Protagonista è Parigi, protagonista è Maigret.

Ma protagonisti sono un po’ tutti i personaggi inseriti da Simenon nella narrazione: vittima, colpevoli, comparse di maggiore o minor rilievo. Una miriade di personaggi che rivestono un ruolo determinante nell’insieme dell’opera, perché sono come tante pennellate di colore che, tutte insieme, restituiscono il quadro completo.

Parigi e una “certa” Parigi.

C’è molto di Parigi in questo romanzo. Da questo dato di fatto nasce l’idea di un romanzo della nostalgia.

C’è molto anche dei suoi dintorni. La fa da padrona una ben precisa porzione della capitale francese: quella più legata all’esperienza esistenziale di Simenon, nei suoi esordi parigini di venticinque anni prima.

Diciamo che quella Parigi è al centro della scena, ma intorno c’è tutto un mondo di particolari, di citazioni di ambienti.

Un quadro ricchissimo di dettagli, un po’ alla Delacroix!

Le fasi principali della vicenda si svolgono in un’area della città che ha come asse orizzontale il Quai des Orfevres da un lato e la Place de la Bastille da quello opposto e, come asse orizzontale, una linea ideale che va dalla Gare du Nord alla Gare de Lyon. 

Al centro la Place des Vosges, dove Simenon ha abitato, e il vicino vecchio ghetto ebraico, non ancora trasformato nel prestigioso Marais odierno, ma ancora quartiere degradato e cosmopolita, dove protagonista è la miseria più nera.

Non può certo mancare Montmartre, con l’equivoca rue Lepic, ma anche con i locali del divertimento alla moda e i ristoranti sofisticati frequentati dal bel mondo parigino.

Non mancano i quartieri umili delle periferie: come “l’alveare operaio” di Javel. Così come i luoghi emblematici del divertimento parigino più popolare: come l’Île d’Amour e Corbeil. Dove sorgono, lungo la Senna, le guingettes, le trattorie e gli alberghetti alla buona. Luoghi dove, nei fine settimana estivi, si balla al suono di una fisarmonica e si cena con ghiozzi fritti in riva al fiume.

Sullo sfondo la Francia intera: con il suo nord ed il suo sud.

Una ragazza di Tolosa che cucina tutto a base d’aglio, le spiagge turistiche di Dieppe, Roubaix e le terre dove la Francia si confonde con il Belgio, le campagne della Picardia dove contadini dal carattere chiuso e scontroso che, nelle loro fattorie, accumulano milioni di franchi in monete d’oro. Oro che nascondono sotto il materasso o nel pavimento e che verrà loro razziato da una banda di disperati “invasori” stranieri, polacchi o rumeni, dopo averli torturati ed uccisi.

C’è l’Europa, o almeno una porzione di essa: Praga elegante e raffinata, la Romania, la desolata campagna slovacca con i suoi contadini sradicati, violenti e selvaggi; azzimati ambasciatori stranieri e immigrati polacchi e italiani in cerca di fortuna.

Non manca neppure uno squallido bordello parigino frequentato da nordafricani.

Per ognuno di questi luoghi c’è un personaggio che ne incarna il carattere ed il senso.

Non è solo un romanzo di case e strade. È un romanzo di uomini e di donne: persone insomma.

Ognuno di loro magnificamente evocato con poche frasi.

Tanti personaggi, quasi un caleidoscopio. Una quantità davvero impressionante per un romanzo di soli dieci di capitoli, scritto in poco più di una settimana.

Una vasta galleria di figure umane, dai più importanti ai più marginali, che Simenon caratterizza tutti con impagabile maestria. Pochi dettagli bastano, e noi quasi li vediamo uscire dalle pagine, questi personaggi, con l’abituale freschezza e vitalità.

Ogni nuovo personaggio, ogni situazione, serve a presentare Maigret in un particolare stato d’animo e, insieme, ad arricchire l’indagine di nuovi tasselli.

Il morto di Maigret

Fatti ed antefatti de Il morto di Maigret.

Il romanzo è costruito sapientemente, dal punto di vista del poliziesco di genere.

Simenon prende a prestito, da se stesso, un’idea di una decina di anni prima. La vicenda di una banda di criminali stranieri che imperversa nelle campagne della Francia del nord derubando e massacrando famiglie di contadini in fattorie isolate.

Il soggetto gli era servito nel 1938 per un racconto scritto mentre si trovava sull’isola di Porquerolles, poi pubblicato in raccolta da Gallimard: Stan le tuer.

Naturalmente il nuovo romanzo è completamente diverso, anche se rimangono alcuni dettagli del vecchio racconto. C’è la banda di malfattori, ovviamente. C’è un bistrot dove avviene l’appostamento della polizia. Simenon è ben conscio di quello che fa e si prende il vezzo di citare se stesso, rievocando come mitico un appostamento di Lucas travestito da vecchio invalido: episodio che appartiene al racconto del ’38.

Anche le dinamiche interne alla banda di malfattori sono completamente diverse nei due testi. La figura femminile mantiene un ruolo preminente all’interno della gang, nel romanzo, ma totalmente diversa da quello del racconto.

Un morto in aggiunta.

All’idea di base, Simenon, aggiunge innanzitutto la vicenda personale del “suo morto”: un uomo tranquillo, del tutto estraneo al mondo criminale, che il caso trascina in un dramma assolutamente inaspettato per lui. È dalla morte di questo “innocente” che scaturisce l’inchiesta che condurrà Maigret e la polizia alla scoperta dell’identità di feroci malfattori, che fino a quel momento sono rimasti impuniti.

Due vicende parallele che si incontrano nel quarto capitolo, si sovrappongono per un momento, poi la caccia agli assassini prende il sopravvento, mentre Albert, il morto di Maigret, perde consistenza e svanisce quasi completamente di fronte all’efferatezza dei delitti commessi dai criminali, responsabili della sua morte, ed all’urgenza della loro cattura.

Solo Maigret non riesce a dimenticarsi completamente di lui, nonostante il peso dell’indagine che si trova a dirigere.

Il morto di Maigret domina i primi quattro capitoli del romanzo. Ad essere precisi è lo sforzo che Maigret compie per identificare la sua identità che domina nella narrazione. La sua straordinaria capacità di immedesimazione.

Si percepisce chiaramente il peso dell’indagine introspettiva, del progressivo avvicinarsi di Maigret al suo morto, fino alla quasi identificazione con esso.

Una identificazione tra vittima e investigatore che è solo in parte empatia e metodo d’indagine. C’è profonda sintonia tra i due e quella sintonia si chiama appartenenza. Non solo desiderio, ma necessità, di appartenenza.

La dimensione fisica di questa necessità di appartenenza si esprime in quella geografia minima che per Albert è il suo quartiere e il suo bistrot e, per Maigret, è il boulevard Richard-Lenoir con la sua insegna campeggiante da sempre sul muro in faccia alla sua finestra e un vaso di gerani su un balcone sconosciuto.

Quella totale sintonia produce i suoi frutti: Maigret capisce quello che a tutti è sfuggito. A quel punto rimane solo la caccia agli assassini ed anche il suo morto perde consistenza, si dissolve nel fondo di una storia più importante e drammatica.

Perché Maigret non sta certo vendicando nessuno. Né il suo morto né le tante vittime della banda di criminali: lui fa semplicemente il suo lavoro.

Uno sguardo al romanzo Il moro di Maigret.

La vicenda ha inizio nell’ufficio del commissario, mentre questi ascolta paziente una ricca, vecchia signora di origini rumene (e non è casuale la scelta della nazionalità), afflitta da manie di persecuzione e convinta che tutti, intorno a lei, tramino per avvelenarla.

Improvvisamente ecco il dramma! Una serie di telefonate, provenienti tutte da luoghi pubblici disseminati in una particolare zona di Parigi, trascina Maigret, si potrebbe dire in diretta, nella vicenda di un uomo, per lui del tutto sconosciuto, braccato a vista da malviventi intenzionati ad ucciderlo.

Il commissario non esita un istante a credere autentico il pericolo che incombe sull’uomo al telefono. Nonostante le spiegazioni, fornite dal fuggiasco, siano frammentarie e carenti.

L’uomo non osa presentarsi al Quai des Orfevres, sede della polizia, teme di essere ucciso prima di potervi entrare. Vuole un ispettore che arresti i malviventi che a turno lo seguono già del giorno precedente.

Maigret invia un suo ispettore sulle tracce dell’uomo in fuga. Il fuggiasco, con una serie di telefonate e messaggi, si mantiene per alcune ore in contatto con Maigret: fissa alcuni appuntamenti in altrettanti bistrot tra la Bastiglia e la Gare du Nord. Non si presenta in nessuno dei luoghi stabiliti.

Poi anche le telefonate cessano. Dell’uomo e dei suoi misteriosi inseguitori più nessuna notizia.

A notte fonda un cadavere è ritrovato nell’immensa e trafficata Place de la Concorde. Lontano da quella zona di sicurezza che il misterioso interlocutore del commissario non aveva mai voluto abbandonare.

Ora il fuggiasco si è trasformato nel morto di Maigret.

Si, perché una misteriosa intimità si è creata tra il commissario e lo sconosciuto in fuga. Così, quando sarà ritrovato il cadavere dell’uomo, quello disteso sul selciato non potrà essere per Maigret un cadavere qualsiasi: sarà il suo morto.

Uomini del nord.

Inizia l’indagine. Si tratta in primo luogo di identificare la vittima, perché nulla si conosce di quell’uomo: neppure il nome.

Se il primo capitolo del romanzo è dedicato interamente all’incontro tra Maigret e il suo morto, il secondo ed il terzo sono centrati proprio sul caparbio impegno del commissario e dei suoi collaboratori, finalizzato a scoprire al più presto l’identità di quel morto.

Investigatori, medico legale, squadra scientifica, informatori prezzolati, giornalisti, gendarmi in bicicletta e persino la stradale. Tutti ad indagare, verificare, controllare. Con Maigret che non molla nemmeno per un istante l’indagine.

Poi un colpo di fortuna ed il morto non è più uno sconosciuto. Il commissario, grazie alla sua inchiesta, ha intuito molto su di lui e la testimone che si presenta negli uffici del Quai des Orfevres fornisce, oltre le puntuali conferme, un nome ed un indirizzo. Ora che Maigret conosce il suo morto, ancora di più si sente legato a lui da una sorta di strana solidarietà.

Perché quel sentimento di solidarietà così intenso? Forse quel morto ha qualcosa in comune con Maigret? Forse ha qualcosa in comune con lo stesso Simenon?

Albert, così si chiama il morto di Maigret, è un uomo del nord: esattamente come Simenon. Non è belga, certo, ma è nativo di Roubaix e la madre di lui, quella si, pare fosse originaria del Belgio.

Come Simenon anche il giovane Albert entra a Parigi per la prima volta dalla Gare du Nord.

“Maigret intervenne nella conversazione…«Una volta non lavorava dalle parti della Gare du Nord?»

«Al Cadran, si. Ha fatto il cameriere in quella brasserie per dieci o dodici anni prima di sistemarsi qui».

Non era un caso se Maigret aveva fatto quella domanda. Sapeva che la gente del Nord, quando arriva a Parigi, fa una gran fatica ad allontanarsi dalla sua stazione, e così va ad alimentare una vera e propria colonia nei dintorni della rue de Mauberge.”

Come Simenon anche Albert ha un sogno da realizzare. Per Simenon il sogno è quello di divenire scrittore, per Albert è, più semplicemente, diventare proprietario di un bistrot tutto suo. Come Simenon, Albert ama la vita comoda e ha una moglie che lo accudisce amorevolmente e gli lascia coltivare il suo unico vizio: le corse dei cavalli.

Il vizio di Simenon è di altro genere, ma conta poco.

Come Simenon, improvvisamente, un grave pericolo rischia di mettere tutto in discussione, di travolgere il sogno ormai realizzato e la vita stessa. Come Simenon anche Albert tenta l’azzardo. Se lo scrittore belga punta sugli Stati Uniti e a ricominciare lì una nuova vita, Albert, nonostante la paura, intravede la possibilità di un tornaconto in quella situazione rischiosa.

Con grande rammarico del commissario Albert rinuncia all’aiuto di Maigret, cosa che Simenon non farà mai, ed ecco che, al contrario dello scrittore belga, Albert è sconfitto. Sconfitto forse dall’imprevisto (tema assai caro a Simenon e che ritroviamo in molti dei suoi romanzi). Sconfitto, sicuramente, dal non essersi, all’ultimo, affidato a Maigret.

Il morto del destino.

Quindi Albert, almeno in parte, come alter ego di Simenon? Potrebbe essere.

Potrebbe essere, però, anche l’immagine riflessa di un altro uomo: un uomo cui Simenon è legato in modo un po’ ambiguo. Un uomo al quale lo scrittore avrebbe voluto essere d’aiuto, in un momento fatale della sua vita, e che, al contrario, proprio seguendo i suggerimenti di Simenon è andato incontro alla morte.

L’uomo in questione è Christian Simenon, fratello dello scrittore, la cui vicenda è abbastanza nota.

Christian è un militante politico del Partito Rexista di Leon Degrelle. Durante la guerra e l’occupazione del Belgio riveste incarichi di rilievo e collabora attivamente con gli occupanti tedeschi. Ha preso parte attiva ad una dura rappresaglia, seguita all’uccisione del Borgomastro rexista di Charleroi e della sua famiglia ad opera dei resistenti di Courcelles ad agosto del ’44. Forse, in quell’occasione, ha ucciso un prete di sua mano.

Dopo la guerra la condanna a morte: in contumacia perché Christian è latitante. Georges gli consiglia di rifugiarsi nella Legione Straniera francese, che offre totale impunità a chi si arruola.

Sarebbe interessante indagare come avvennero i contatti tra i due fratelli, uno costretto a nascondersi e l’altro malvisto dalle nuove autorità per presunta collaborazione col nemico.

Resta il fatto che Christian si arruola, parte per l’Indocina e muore laggiù in uno scontro a fuoco con i Viet Minh. È il 31 ottobre del 1947: poco più di un mese prima che il fratello superstite scriva Maigret et son mort.

La madre non perdonerà mai al figlio primogenito di aver indirizzato il fratello verso quel suo tragico destino.

Chi è dunque il Morto di Maigret? Georges Simenon in esilio? Il fratello caduto in battaglia? Uno dei tenti personaggi simenoniani di pura invenzione?

Certo Simenon lo ha detto, senza tanti complimenti, che dovrei farmi i fatti miei, ma allora dove sarebbe il divertimento:

“Da un po’ di tempo  psicologi, psicanalisti, biografi di diversi paesi che per lo più non mi hanno mai incontrato  di persona e dei quali  solo pochi mi hanno scritto, si sono messi in testa di  “scoprire la mia verità” attraverso i miei romanzi  e i miei personaggi .  Ora mi conosco abbastanza per affermare che si sono sbagliati tutti quanti, e che solo uno o due di loro sono arrivati  a una mezza verità. Se mentre scrivevo un romanzo mi sono sempre messo nei panni dei miei personaggi, loro, se così posso dire  non si sono mai messi nei miei; più esattamente nessuno di loro mi ha mai rispecchiato. Mi è accaduto di scrivere storie solari e serene in periodi difficili e creare opere tragiche in epoche felici”.

Mi perdoni dunque Simenon, ma io sono assolutamente convinto che in ogni opera dell’ingegno umano, e nella creazione artistica in particolare, si nasconda qualcosa di indefinito e forse ignoto persino all’autore. Qualcosa non necessariamente legato al significato di quanto si sta concretizzando nella sua mente o sotto le sue mani.

Questo qualcosa lascerà un segno di sé nell’opera finita, ma un segno così flebile da essere colto a malapena: anche dall’artista.

È una teoria come un’altra. Ma torniamo a noi.

Azione, dialogo e tanti personaggi diversi.

Il romanzo Il morto di Maigret è caratterizzato da alcune altre particolarità.

L’azione è preponderante nella narrazione. L’uomo braccato tra i quartieri di Parigi, la lunga sequenza che vede Lucas all’inseguimento del giovane killer ceco, Victor, lungo l’interminabile quai de Bercy, l’assassinio di Victor tra la folla nella rue du Roi de Sicile e la retata della polizia nelle vie del vecchio ghetto (che ricordano il primo Maigret: Pietr le letton), la lotta corpo a corpo del finale. Tutte situazioni dinamiche ed altamente drammatiche.

Inseguimenti, sparatorie, retate della polizia, appostamenti ed agguati.

Simenon sembra essere tornato a quei primi romanzi della serie Maigret, come Pietr le letton o La Nuit du Carrefour, che abbondavano di pagine decisamente d’azione, destinate, in seguito, ad essere sempre meno comuni per poi scomparire del tutto.

Vi è anche un largo uso della forma dialogata nel romanzo. Non è un caso unico e nemmeno raro: Simenon padroneggia il dialogo in modo esemplare e ne fa un largo uso spesso e volentieri, ma non in tutti i romanzi e non nello stesso modo.

Non è facile costruire dialoghi credibili: molti scrittori lo evitano, altri vi si cimentano e falliscono. Non Simenon.

Proprio in questo romanzo abbiamo il più lungo e serrato dialogo tra il commissario ed il suo storico avversario: il giudice Coméliau.

Una dozzina di pagine che Simenon deve aver scritto in un particolare stato di grazia. Al punto d’averle inserite all’inizio del terzo capitolo, anche a costo di creare, non saprei dire se volontariamente o per distrazione, una discrepanza temporale netta con i capitoli precedenti.

Anche la Signora Maigret è coinvolta molto più che in tanti altri romanzi ed i siparietti con lei sono numerosi.

Maigret l’altro protagonista.

Più di un romanzo, fra quelli che compongono la saga del commissario con la pipa, potrebbero avere un senso anche senza la presenza di Maigret. Voglio dire che la vicenda narrata è umanamente così intensa che avrebbe potuto essere il soggetto di un’opera autonoma, letterariamente più complessa. Il commissario, in quei romanzi, agisce, naturalmente, ma la sua inchiesta è quasi un pretesto per raccontare destini e vicende.

Questo non si può assolutamente dire nel caso di Maigret et son mort. In quest’opera Maigret è protagonista.

La trama rimarrebbe nell’ambito del genere poliziesco, se vogliamo, anche un po’ scontato, se non campeggiasse ovunque la presenza di Maigret, la sua tensione, il suo totale coinvolgimento.

Né la vittima né i colpevoli possiedono caratteristiche esistenziali tanto significative da consentire loro di “impadronirsi” della vicenda. Solo Maigret.

Empatia e comprensione come metodo.

In questo romanzo il tema dominante è l’empatia. L’empatia e il suo contrario, cioè la mancata capacità di immedesimarsi e comprendere.

Il vero metodo Maigret in definitiva.

È immedesimandosi profondamente con i tanti personaggi della trama che Maigret arriva a comprendere, prima di tutti, non solo il dramma personale del piccolo Albert, ma anche i collegamenti che legano quel dramma ad una più vasta e terrificante serie di azioni criminose.

È immedesimandosi nei criminali che persegue che il commissario riesce ad anticiparne le mosse ed a scoprire il vero artefice di tante azioni criminali.

È, ancora, grazie alla profonda empatia con il suo morto e con l’ambiente di lui, che Maigret trova la strada per rintracciare gli amici e la moglie di Albert.

Il contraltare sono le figure del giudice Coméliau e del commissario Colombani della Pubblica Sicurezza: la polizia rivale di rue des Saussaies.

Coméliau che non capisce le vite altrui perché ha troppo poca esperienza della vita reale: siano essi gente del gente del popolo o criminali. Colombani, che di esperienza ne possiede almeno quanto Maigret, capisce, ma non comprende: è indifferente alle vite altrui. È lo sbirro che fa il suo mestiere senza porsi domande e soddisfatto di se stesso.

In più Colombani è un corso (il suo cognome non lascia dubbi) e spesso, nei romanzi Maigret, un certo tipo di poliziotto e un certo tipo di criminale, provengono entrambi dalla grande isola francese nel Mediterraneo.

Sono gli anni in cui la malavita corsa si sta progressivamente sostituendo a quella autoctona parigina.

Poliziotti che hanno, nell’aspetto e nei metodi, molto in comune con i malfattori che inseguono. Poliziotti seri ed affidabili, spesso spietati quanto i loro avversari. Come loro sempre con un’arma in tasca.

Si muovono su un piano puramente professionale e, alla fine, vivono in una dimensione che finisce con l’allontanarli sempre più dalla gente comune.

Un mistero nel mistero di cui nulla sapremo mai.

In chiusura non posso evitare di sollevare una questione che credo un po’ tutti coloro che hanno letto il libro si siano posti almeno una volta.

È un mistero che riguarda Simenon: non Maigret.

Nel romanzo Il morto di Maigret, ad un certo punto, una vecchia signora permette, con la sua testimonianza, di identificare Albert, la vittima, ed il suo bistrot.

Si tratta di un piccolo locale poco frequentato, che apre i suoi battenti sul quai de Charenton. Il bistrot si chiama Au Petit Albert. Un nome perfetto: il titolare si chiama appunto Albert, è piccolo di statura com’è piccolo il suo locale.

La donna però è una veggente e non manca di segnalare a Maigret che avendo scelto un nome simile il proprietario non poteva che avere sfortuna:

“«Doveva succedere» aveva detto la cartomante. «Ha visto l’insegna sulla facciata? O era un iniziato, o ha commesso un sacrilegio». Aveva scaldato l’acqua per il caffè e insisteva per offrirne una tazza a Maigret. Gli aveva spiegato che Petit Albert era il titolo di un libro di magia del quattordicesimo o quindicesimo secolo.

«E se il suo nome è proprio Albert? E se è effettivamente piccolo di statura?» aveva ribattuto il commissario. «Certo che è basso. L’ho visto spesso. Ma non è una ragione sufficiente. Ci sono cose con cui non è prudente scherzare.»”

Ecco, questa escursione di Simenon negli oscuri ambiti della magia nera rimane, per me, assolutamente inspiegabile.

È un siparietto per alleggerire la tensione? Serve a caratterizzare meglio il personaggio della veggente?

Oppure Simenon aveva, tra i tanti interessi, anche una curiosità verso le scienze occulte?

È un messaggio in codice o una garbata presa per i fondelli?

Probabilmente non lo sapremo mai.


L’autore della foto: Gerhard Richter. La pratica quotidiana della pittura

Il morto di Maigret

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Un morto per Maigretultima modifica: 2022-08-30T11:00:23+02:00da albatros-331
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