La casa dei fiamminghi e il suo mistero.

Ricordi intimi e fantasia creativa in Simenon.

Il Café Français alla frontiera franco-belga di Givet

Il Café Français alla frontiera franco-belga di Givet.

Simenon scrive La casa dei Fiamminghi.

La casa dei Fiamminghi, titolo originale francese Chez les Flamands, è un romanzo che Simenon scrive nel gennaio/febbraio del 1932, mentre si trova a le Roches Grises, una località nei pressi di Cap d’Antibes, dove lo scrittore si è stabilito dopo la vendita del battello, l’Ostrogoth, con cui ha navigato in lungo e in largo i canali di Francia, Belgio ed Olanda.

Un anno è ormai passato dal fatidico lancio dei romanzi con protagonista il commissario Maigret. Il successo è sostanzialmente consolidato; i titoli vendono anche all’estero, e l’autore ha visto registi importanti interessarsi ai diritti sui primi romanzi della serie.

Chez les flamands è il 14° romanzo con Maigret protagonista ed il 16° andato in stampa a firma Georges Simenon, e non sotto pseudonimo come accadeva in precedenza. Oltre ai Maigret sono stati pubblicati altri due romanzi: Le Passeger du Polarys, del 1930 e Le Relais d’Alsace, del 1931. Insomma il salto di qualità è stato fatto ed è una cosa consolidata.

Probabilmente, Simenon, pur nella grande considerazione di se stesso che lo caratterizza, non immagina che venderà, negli anni, più di 800 milioni di coppie dei suoi libri, ne che saranno tradotti in quasi tutte le lingue del mondo.

Quello che è certo, è che sente di aver intrapreso la strada giusta e di avere competenze e capacità sufficienti a percorrerla. Anche la figura del suo commissario è ormai ben delineata, sia nei tratti fisici, quelli essenziali che Simenon concede ai suoi lettori, sia nel modus operandi e nel carattere umano e professionale. Il personaggio piace, le storie convincono, l’editore è sicuramente soddisfatto: Simenon si è dimostrato di parola e consegna regolarmente un titolo al mese come promesso.

La casa dei fiamminghi: un personaggio e un luogo.

Siamo dunque sulla Costa Azzurra e in pieno inverno, quando Simenon inizia a scrivere Chez les Flamands.

Come nasce questa storia torbida ed intrigante. Drammatica fino al punto d’assumere, nel finale, i connotati di una tragedia greca?

Pierre Assouline, il biografo di Simenon, afferma che lo scrittore costruisce le sue trame intorno alla figura dominante di un protagonista.

Nei romanzi Maigret, dove il protagonista è, almeno ufficialmente, il commissario, questo personaggio può assumere o meno le sembianze del suo antagonista, ma condivide sempre con lui il ruolo di maggior rilievo.

Nel romanzo, La casa dei Fiamminghi, questo ruolo centrale è affidato ad una donna, cosa che sappiamo essere tutt’altro che rara in Simenon: Anna Peeters.

Figlia maggiore di una coppia fiamminga trasferitasi anni prima nella cittadina francese di Givet, Anna Peeters, è il vero fulcro di tutta la vicenda, e lo capiamo fin dalle prime pagine, perché è su di lei che si appunta immediatamente l’attenzione del commissario:

“Quando Maigret scese dal treno alla stazione di Givet, la prima persona che vide, proprio davanti al suo scompartimento, fu Anna Peeters. Nemmeno avesse previsto che si sarebbe fermato esattamente in quel punto del marciapiede!…Era identica a come l’aveva vista a Parigi, a come doveva essere sempre; portava un tailleur grigio ferro, scarpe nere e uno di quei cappelli di cui in seguito nessuno ricorda più né la forma né il colore.”

Nella giovane donna c’è una determinazione che lo incuriosisce e, in un certo senso, lo sconcerta:

“- Ecco il suo albergo…Non è un granché…Desidera fermarsi a fare un bagno?…-. Era incredibile! Maigret non riusciva a definire la sensazione che provava. Sicuramente non aveva mai incontrato una donna capace di suscitare la sua curiosità come quella, che restava calma, non sorrideva, non si sforzava minimamente di sembrare carina…Doveva avere fra i venticinque e i trent’anni. Era molto più alta della media, aveva una corporatura solida e un viso ossuto del tutto privo di grazia…lo trattava come si tratta un ospite: era a casa sua e pensava lei a tutto. -Non ho nessun bisogno di fare il bagno-. -Allora, vuole venire subito da noi? Dia la valigia al cameriere…Cameriere!…porti questa valigia al n. 3…Il signore tornerà fra poco…-. Maigret la osservava con la coda dell’occhio e intanto pensava: -Sto facendo la figura dell’imbecille!-.”

Se Anna Peeters è il personaggio principale della vicenda, i luoghi dove questa si svolge hanno, però, altrettanta rilevanza ed esiste un motivo ben preciso che lo spiega.

Sono i ricordi ha dare il contesto a La casa dei Fiamminghi.

I luoghi fondamentali del romanzo sono due, incatenati l’uno all’altro: una città ed una casa.

La città è Givet, zona di confine, posta al limite di una profonda enclave francese in terra belga; eredità delle guerre del Re Sole. La città è comunque francese e francesi sono i suoi abitanti. Non solo gli operai della fabbrica (che fornisce lavoro alla maggioranza della popolazione), ma anche i commercianti e i notabili sono profondamente francesi: pensano, si muovono, si divertono come francesi.

Solo all’estremo limite nord della città, oltre la dogana francese, una casa solitaria: la casa dei fiamminghi.

La casa è allo stesso tempo un’abitazione, un emporio ed una sorta di bistrot. La clientela è costituita quasi esclusivamente dai barcaioli delle chiatte, che scendono o risalgono il fiume Mosa, e dalle loro mogli.

Gente del nord, fiamminghi anch’essi, silenziosi e composti; amano ritrovare in quell’ambiente i profumi ed i modi della loro terra: anche la loro lingua!

“…Era una costruzione piuttosto grande, sulla riva del fiume, nel punto in cui le imbarcazioni erano più numerose. La casa era isolata, e l’unico edificio nei dintorni era la sede della dogana belga, distante un centinaio di metri e fiancheggiata da un palo tricolore. -Se vuole accomodarsi…-. Sui vetri della porta c’erano alcune réclame trasparenti di prodotti per lucidare il rame. Tintinnò un campanello.”

Sulla frontiera francobelga quella casa esiste veramente. Sorge al 26 di rue de France ad Hastière. All’epoca in cui viene scritto il romanzo era un bistrot: il Café Français. Oggi è una casa privata un po’ malconcia fino ad un anno fa, ma di recente ristrutturata.

Simenon è passato per Givet nel 1930 e, per qualche motivo, ricorda quel luogo e, due anni dopo, ne fa il protagonista del suo romanzo Chez les Flamands.

Lo scrittore, nelle sue pagine, trasforma il bistrot francese nell’esatto opposto di quello che è. Trasforma quell’avamposto francese al confine con il Belgio in una casa d’abitazione, con annesso emporio e magazzino, dove si vendono, con disinvoltura, anche alcolici: un pezzo di Fiandra in terra di Francia.

In quella villa della Costa Azzurra, dove lo scrittore trascorre l’inverno del 1932, sono, dunque, i ricordi a fornire a Simenon il materiale per strutturare il suo nuovo romanzo.

Ai ricordi recenti, come il viaggio lungo la Mosa del 1930 e la città di Givet, con il suo bistrot di frontiera in riva al fiume, se ne aggiungono altri ben più remoti.

Ricordi lontani della sua infanzia ed adolescenza a Liegi. La descrizione della casa ricorda le visite ai parenti materni, fiamminghi anch’essi e commercianti.

È abbastanza evidente che Simenon attinge a quella mole di ricordi d’infanzia che una decina di anni più tardi metterà in ordine scrivendo Pedigree.

Un preciso bouquet di profumi attraverso il quale, lo scrittore, restituisce l’atmosfera caratteristica di tutto un mondo che è anche una parte sostanziale del suo mondo. Un angolo della Liegi dei primi anni del ‘900 trasportato al confine franco/belga lungo la Mosa.

“Fin dalla soglia ci si sentiva avvolgere dal tepore, da un’atmosfera indefinibile, quieta e sciropposa, dominata dagli odori. Ma quali odori? Una punta di cannella, una nota più intensa di caffè macinato, e anche un vago sentore di petrolio, mischiato però a zaffate di acquavite.”

Il ricordo di altri Fiamminghi fornisce la trama a Simenon.

Nell’ideare questo suo romanzo lo scrittore, però, si spinge oltre. Non solo il ricordo delle atmosfere dell’infanzia e quelle di un piacevole viaggio sul fiume.

Simenon ritrova un preciso ricordo della sua adolescenza: tanto vivo e bruciante da farne il fulcro della sua trama.

Ricorda la vicenda di un suo cugino da parte di madre, costretto a sposare un’operaia per averla messa incinta. Per l’intera famiglia si è trattato di una vera tragedia. Tutti si aspettavano che il giovane sposasse, prima o poi, la cugina Monique.

Ricorda, Simenon, i discorsi a mezza voce, di sua madre e delle altre parenti; percepisce l’ostinato desiderio, nutrito senza vergogna, che le cose arrivino comunque a sistemarsi e che i due cugini possano, nonostante tutto, coronare quel sogno cui sembravano destinati. 

Nessuno osa dirlo apertamente, ma, se alla giovane madre, sposata per forza, capitasse di morire… Infondo sarebbe una soluzione accettabile. Naturalmente nessuno si sogna nemmeno lontanamente di ammazzarla, ma se Dio in persona se ne occupasse…

Questo atteggiamento, condiviso anche dalla madre dello scrittore, colpisce e disgusta profondamente il giovane Simenon.

Lo colpisce a tal punto che, ancora dieci anni dopo La casa dei Fiamminghi, Simenon ne scriverà ampiamente nel già citato romanzo autobiografico Pedigree.

Un romanzo in cui, lo scrittore belga, narra le vicende che vanno dalla sua nascita alla fine del primo conflitto mondiale. Pur utilizzando nomi diversi da quelli reali, Simenon, racconta la sua vita nella Liegi dei primi anni del novecento. Racconta la sua infanzia, gli anni della scuola, i primi turbamenti da adolescente. Soprattutto racconta di sua madre, fiamminga, e di suo padre vallone; delle tante e diverse figure che compongono le rispettive famiglie di appartenenza. Stili di vita e visioni del mondo differenti. Persino due lingue differenti.

 Simenon pone Anna Peeters al centro della vicenda.

Se i ricordi servono a fornire la trama e i luoghi del romanzo, il punto focale intorno a cui tutto si struttura è, senza ombra di dubbio, la figura di Anna Peeters.

Chi è questo personaggio che Simenon pone al centro dell’intreccio del romanzo? Come nasce nella mente dello scrittore?

Anna! Questa giovane donna dalla volontà di ferro, che prepara torte di riso, organizza con severità la propria vita e quella altrui, ma è completamente priva di femminilità:

“Impossibile immaginarla innamorata, e anche più impossibile immaginare un uomo innamorato di lei…”

Se Joseph, il fratello che studia da avvocato, rappresenta il futuro riscatto sociale di una famiglia, ricca e straniera alla propria comunità, Anna è il “motore immobile” che spinge caparbiamente perché tutto si compia come è giusto che sia. Come la sua inesorabile volontà vuole.

Da dove nasce questo personaggio femminile così gelido e determinato, così forte e così inquietante. Una persona conosciuta in gioventù a Liegi? Una figura femminile che ha attraversato la sua vita a Parigi o durante i lunghi viaggi in battello? Un personaggio di fantasia dietro cui dissimulare, per l’ennesima volta, la figura materna?

Ovviamente questo non lo sappiamo e molto difficilmente si potrà mai sapere.

I fiamminghi fra intolleranza e sospetto.

La casa dei fiamminghi è la dimora dei Peeters: il vecchio padre ottantenne, ormai mezzo rimbambito, la madre di vent’anni più giovane, che porta avanti quella sorta di emporio-bistrot al confine con il Belgio, che rappresenta la loro attività e la loro ricchezza. Tre sono i figli della coppia: due figlie femmine, Anna e Maria, e Joseph, l’unico figlio maschio: il più giovane della famiglia. Poi c’è Marguerite Van de Weert, figlia del medico condotto, cugina dei giovani Peeters, innamorata di Joseph fin dall’adolescenza e sua promessa sposa.

I Peeters sono ricchi, o così appaiono agli occhi della popolazione del paese, costituita soprattutto da barcaioli ed operai. Di origine belga e quindi stranieri, parlano fra loro una lingua differente, hanno abitudini e valori visti come diversi dai francesi.
A loro si rimprovera tutto e il contrario di tutto:

“La vecchia Peeters ha centinaia di migliaia di franchi, ma questo non le impedisce di servire un goccetto ai clienti, come dicono loro…Il figlio, invece, farà l’avvocato…La figlia maggiore suona il pianoforte…L’altra è istitutrice in un grande convento di Namur…È più che istitutrice…È quasi come una insegnante di liceo.”

Da parte francese c’è incomprensione e intolleranza verso i Peeters, ricchi grazie al contrabbando, e c’è astio e intolleranza verso i battellieri belgi che danneggiano il lavoro francese:

“Maigret ascoltò quello che si diceva attorno a lui. Venne così a sapere che i barcaioli fiamminghi non erano amati, non tanto per il loro carattere, quanto perché coi loro battelli dal potente motore, curati come batterie da cucina, facevano concorrenza ai francesi, noleggiando a prezzi irrisori.”

Fiamminghi: gente con una lingua diversa e una differente mentalità. Ordinati e votati al lavoro. Più per timore del futuro che per le necessità del presente. Schiavi delle apparenze e timorosi di esprimere in pubblico passioni e sentimenti, che preferiscono celare costantemente in se stessi. Per loro il ritrovo ideale è proprio quella casa e quella bottega: metà emporio, metà bistrot. Lì bevono il loro tipico liquore di ginepro e si ubriacano in silenzio, chiusi in se stessi.

In aggiunta a tutto questo Joseph, tre anni prima, ha messo in cinta una ragazza del paese, Germaine Piedeboef, un’operaia nella fabbrica locale e, con la scusa di terminare gli studi, rifiuta di sposarla.

Non vi sarebbe alcun dramma collettivo, in tutto questo, se non fosse che ora la ragazza è scomparsa senza lasciare traccia di se. Scomparsa nel nulla proprio dopo essersi recata nella casa dei fiamminghi, nella sera tempestosa che ha preceduto la piena del fiume Mosa.

Pur senza serie prove, i sospetti si appuntano sui Peeters e la polizia indaga su di loro. Un ispettore, inviato appositamente da Namur, perquisisce casa e negozio, cerca ovunque, convinto che la soluzione del caso non può essere altrove che lì. Scava persino nel terreno tutt’intorno. Tutti, in città, sono convinti della colpevolezza di Joseph, se non dell’intera famiglia.

La trama di un poliziesco classico.

È un poliziesco classico, o almeno si presenta al lettore come tale.

Il commissario Maigret entra in gioco quasi suo malgrado, di malavoglia e in forma del tutto ufficiosa.

Tramite i buoni uffici di un parente di M.me Maigret il commissario entra in contatto con Anna Peeters. La ragazza difende l’innocenza del fratello e di tutta la famiglia. È convinta che i pregiudizi nutriti nei loro confronti impediranno all’inchiesta ufficiale di svolgersi in modo corretto.

Maigret acconsente ad interessarsi del caso e si reca a Givet. Ha inizio così la sua indagine ufficiosa.

Il commissario indaga e lo fa a modo suo: annusando l’aria, guardandosi intorno, cogliendo i caratteri e le sfumature di una realtà che contrappone la maggioranza dei cittadini francesi a quella famiglia di immigrati fiamminghi, giunti anni prima nel paese, al seguito del giovane artigiano panieraio che ora altri non è che il vecchio patriarca dei Peeters, mezzo rimbambito nella sua poltrona.

Maigret coglie immediatamente la cesura, netta e profonda, che taglia in due quel microcosmo umano intorno al grande fiume in piena.

Da una parte la città, con le sue case di operai, i suoi bistrot, la fabbrica con il grande muro grigio. Dall’altra il confine belga e, appena prima, quel luogo quasi surreale, a metà fra un’abitazione e un negozio: la casa dei fiamminghi.

Ad unire il tutto il fiume. Un fiume che prima univa la Francia all’Olanda e al mare del nord, ma che ora, rotti gli argini e le dighe e inondata la campagna, si è trasformato in una barriera invalicabile, confinando, nel tempo e nello spazio, il dramma che si consuma lungo le sue rive.

Muti e indifferenti testimoni della lotta serrata, fra pregiudizio e verità oggettiva, le centinaia di chiatte e battelli da carico, che ondeggiano sotto la pioggia sferzati dal vento, in attesa che sia ripristinata la navigazione ed un intero mondo torni alla normalità.

Normalità destinata a riconquistare il suo ruolo, ma per i protagonisti della vicenda nulla sarà più come prima.

 Maigret, la verità e il dramma del vivere.

Maigret conquista la verità oggettiva. Sa come farlo ed è imbattibile in questo.

Simenon, dal canto suo, ha priorità diverse.

Per lo scrittore belga, il vero dramma dell’esistenza umana non è la morte, ma la vita.

Se il premio all’investigatore è la verità, la stessa verità diviene il prezzo da pagare e nessuno si salva in nessun modo.

Non Germaine, la vittima: ragazza semplice, di poca salute, ma avida e spregiudicata quanto poco incline a difendere la propria virtù. Non è certo per amore che pretende il matrimonio. Così come non è per amore che si è concessa a Joseph. Ora vuole il denaro per mantenere il figlio e una patente di rispettabilità.

Non Joseph, il giovane Peeters, che l’ha avuta senza pensare alle conseguenze, cedendo ad un istinto umanissimo. Lei è rimasta incinta e il ragazzo si è trovato per la prima volta di fronte alle proprie responsabilità.

Guai ai deboli, guai ai vinti, che poi sono tutti.

Unico maschio della famiglia Peeters, Joseph, studia da avvocato. Madre e sorelle lo adorano letteralmente. Lo considerano una specie di genio destinato ad un futuro radioso e, per lui e per il suo avvenire, nessun sacrificio è mai troppo.

In realtà, attraverso due brevi colloqui con Maigret, scopriamo un ragazzo banale ed insicuro come tanti. Non sa esattamente cosa vuole dalla vita, ma per comodità cerca di adeguarsi alle aspettative che tutta la famiglia ripone su di lui. Compresa la cugina Marguerite, con la quale è cresciuto e che tutti in famiglia vedono come sua naturale consorte.

La paternità inaspettata è per lui un’autentica tragedia, o almeno questo è quanto lascia credere ai suoi, in ossequio al personaggio cui è ormai abituato ad adeguarsi. Tutto il suo futuro sarà rovinato da quel figlio, che forse nemmeno è suo, e da quella donna di umili origini, che finiti gli studi, sarà costretto a sposare. In realtà non sa nemmeno lui cosa vuole e non è certo innamorato della cugina. Quello che lo spaventa sono le responsabilità e, forse anche di più, l’idea di aver deluso la famiglia, di non essere stato all’altezza delle loro aspettative. Da vile ed insicuro com’è, si atteggia a vittima di chissà quale macchinazione del destino ed arriva a minacciare di uccidersi, se si troverà costretto al matrimonio.

Nemmeno Anna sfugge a se stessa. Nemmeno la formidabile Anna! Lei che è la figura più forte della famiglia.

Altera, non bella né femminile, impettita e sicura di sé, Anna dirige tutta la vita della famiglia e l’attività della casa. Lei è quella che regge tutto il peso della difesa e della conservazione di quel microcosmo umano che le appare come unica garanzia di affermazione e felicità per ognuno di loro.

Eppure non sa capire nemmeno se stessa e la sua forza si trasforma in un male che le impedisce di vivere.

C’è un segreto nella sua vita, un segreto che un solo uomo conosce: Gérard, il fratello di Germaine, anche lui occupato alla fabbrica come impiegato. Debole, ambizioso, spregiudicato, insensibile, ma non più della maggioranza degli esseri umani.

In un bel pomeriggio d’estate di tre anni prima, lei gli si è concessa durante una gita in campagna, con i rispettivi fratello e sorella.

Un cedimento: l’unico della sua vita.

Per una volta si è lasciata andare, forse al sentimento, certo alla passione. Lui l’ha ingannata. L’ha presa senza amore, senza nemmeno desiderio e senza rimorso.

Il suo egoismo ha rovinato e distrutto i  sogni di Anna e, soprattutto, il suo rispetto per se stessa, che lei riconquista solo attraverso l’odio per quell’uomo e per tutti gli uomini.

Tranne che per il fratello Joseph alla cui auto-realizzazione si vota con tutta l’anima.

Anche per Marguerite, la cugina, nessun riscatto possibile. Destinata com’è a passare dal sogno infantile all’incubo quotidiano di un matrimonio senza amore, senza soluzione di continuità. Fin dall’infanzia, e non si sa fino a che punto spontaneamente, ha sognato di sposare quel Joseph, che ai suoi occhi era una sorta di superuomo. Riuscirà nel suo intento avviandosi ad una vita infelice accanto ad un debosciato ubriacone.

Certo, una giovane madre è stata barbaramente uccisa, e, quando il fiume, ormai placato, restituirà le sue spoglie, alla giustizia umana non rimane che perseguire un colpevole.

Maigret è il solo ad aver capito che, in ogni caso, tutti pagheranno, colpevoli ed innocenti, per quel tanto che gli spetta.

La casa dei fiamminghi rimane in piedi, sorretta da solide mura, ma la vita della famiglia che la abita e di coloro che gravitano intorno ad essa, è di fatto annientata.

Non dalla verità giudiziaria o dal pregiudizio del prossimo, ma da se stessa e dalla propria incapacità di vivere.

Leggi La casa dei Fiamminghi.


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La casa dei fiamminghi e il suo mistero.ultima modifica: 2022-09-13T11:00:07+02:00da albatros-331
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