Il mare, Maigret e Simenon

Il commissario e il suo autore tra la gente di mare.

Immagine di Fécamp, simbolica del rapporto con il mare di Maigret e Simenon.

Immagine di Fécamp, simbolica del rapporto con il mare di Maigret e Simenon. Dal Sito: https://collection-jfm.fr/

Il mare, un commissario e uno scrittore. Simenon, Maigret ed il ruolo del mare nella saga del commissario e nella letteratura di Georges Simenon.

Questo post è la traduzione, spero abbastanza fedele, di un interessantissimo articolo di Alain Cabantous che trovi nella versione originale a fine testo.

Ho tradotto meglio che potevo il testo di Cabantous, mentre ho preferito non affrontare quello di Simenon. Molto meglio lasciare il testo originale. Un po’ perché leggere in francese Simenon è sempre utile e piacevole, un po’ per non rovinare una cosa ben fatta. I romanzi di riferimento sono citati e, chi vuole, può recuperare le traduzioni di Adelphi.

Du Quai au quai di Alain Cabantous.

Prima di affrontare il testo di Alain Cabantous, è utile spendere alcune parole per inquadrare l’autore ed il contesto in cui questi propone la propria analisi sul rapporto con il mare e l’ambiente marino del commissario Maigret e del suo autore.

Alain Cabantous, nato l’11 settembre 1946, è uno storico francese della modernità, specializzato in storia sociale e culturale, professore emerito di storia moderna all’Università di Parigi I-Panthéon-Sorbonne.

Laureato in storia diviene dottore in lettere a Lille nel 1987 discutendo una tesi, diretta da Pierre Deyon, su Le popolazioni marittime del Mare del Nord e della Manica orientale (1660-1793 circa): saggio di storia sociale comparata.

Responsabile poi Direttore della Ricerca al CNRS (1983-1995), è diventato professore universitario a Paris X Nanterre nel 1995 poi a Paris 1-Panthéon-Sorbonne dal 1998 al 2009. Lì ha diretto il Centro di Ricerca di Storia Moderna fino al 2006.

L’articolo che presentiamo è apparso sul blog di Festival des Mémoires de la Mer, una organizzazione culturale che si occupa di conservare e valorizzare tutto quanto riferibile al passato, al presente e al futuro dell’attività francese sul mare, ed è stato parte di una più ampia serie di conferenze nell’ambito del Primo Festival des mémoires de la mer tenutosi a Fécamp nel maggio del 2019.

 

Il mare nell’universo del commissario Maigret e Georges Simenon.

Profondo conoscitore delle genti di mare e dell’ambiente che le ospita, Alain Cabantous, sviluppa, nel suo testo, una serie di osservazioni che, partendo dall’analisi di alcuni romanzi di Georges Simenon con Maigret protagonista, conducono ad affermare la tesi, in forza della quale, il commissario (quindi il suo autore) si pone innanzi all’ambiente marino e alle sue genti, in una posizione di sostanziale estraneità.

Si tratta di una tesi interessante che il Cabantous supporta con l’aiuto di alcuni esempi in cui questa estraneità di Maigret si manifesta in modo palese, nei vari ambiti del vivere delle genti di mare presi in considerazione dall’autore del testo: lavoro, famiglia, religiosità, solidarietà, ecc.

“Du Quai au quai”

Georges Simenon non è stato solo lo scrittore dei canali fiamminghi o valloni, non solo quello dei fiumi o delle città (Parigi per esempio), l’autore che ha scelto per tessere le sue trame i più svariati luoghi del mondo.

Il liegese era anche estremamente sensibile all’atmosfera delle città portuali.

Sono territori che ha frequentato per tre decenni (dalla fine degli anni Venti, con le prime vacanze nell’isola di Aix nel 1927, ad almeno la fine degli anni Cinquanta con il suo soggiorno a Cagnes sur mer), perché rappresentavano per lui non solo luoghi di passaggio ma ancor più luoghi di rottura dove molti dei suoi personaggi, ad una svolta della loro vita, si sono trovati di fronte a una scelta.

Le città portuali francesi, senza essere le uniche – si pensi ad Amburgo o ad Arkhangelsk ad esempio – sono state l’ambientazione di molte sue opere. Per restare in Francia, tornano spesso Les Sables d’Olonne, Dieppe, Concarneau, Rochefort — della quale dirà che “non è più gran cosa dall’abolizione dell’arsenale; è quasi una città morta” (Le flair du petit Docteur, 1943) — e soprattutto La Rochelle, dove ambienta trentaquattro dei suoi romanzi e racconti.

Questo tropismo atlantico non spodesta certo il Levante, con le suggestive scelte di Cagnes, Nice, Antibes, Hyères o Porquerolles.

Ovunque, Simenon, mescolandosi alla popolazione locale osservava luoghi e persone, fissava in poche righe il paesaggio o ancor più l’atmosfera.

Quell’atmosfera che ha creato profondi collegamenti tra le azioni, i personaggi, gli ambienti, le sensazioni e che ha trasformato i cliché che aderiscono a un buon numero di porti (pioggia, banchine umide, nebbie, bistrot, malavita) in una sorta di presenza attiva.

Così ne Le testament Donadieu (1937):

“Chacun savait que les eaux du bassin, gonflées par une marée d’équinoxe, affleuraient les quais et que les bateaux semblaient naître à même le pavé. Au-delà de la tour de la Grosse Horloge, la marée montait, les bateaux se soulevaient insensiblement et les mâts arrivaient à dépasser le toit des maisons des quais”.

Un elemento in apparenza di sfondo, diviene a tutti gli effetti un attore capace di influenzare il corso della trama.

Senza avere la pretesa o la competenza di proporre un lavoro sul rapporto di Simenon con le città portuali, continuerò comunque questa breve riflessione concentrandomi su una decina di inchieste del commissario Maigret che si svolgono in un porto o in riva al mare.

Molto rapidamente, ci rendiamo conto che il mare è ben lungi dall’avere un posto privilegiato.

In Un crime en Hollande (1931), il mare non partecipa che da lontano all’ambientazione e solo attraverso una rapida allusione alla foce dell’Ems:

“Autour de la ville, une digue qui l’encerclait avec des passages pouvant être fermés par forte mer à l’aide de lourdes portes semblables aux portes d’écluse. Au-delà, l’embouchure de l’Ems. La mer du Nord, des cargos en déchargement sous les grues d’un quai, des canaux et une infinité de bateaux à voile, grands comme des péniches, lourds comme elles mais taillés pour franchir les houles marines.”

Allo stesso modo in Piet le Letton (1930), Fécamp appare solo in filigrana colta attraverso odori e suoni:

“Fécamp, une odeur compacte de morue et de hareng. Des monceaux de barils. Des mâts derrière les locomotives, des sirènes au loin.”

E Concarneau in Le Chien Jaune (1931) poco più che nelle frasi dell’incipit che fissano immediatamente i lineamenti desolati del quadro dove il vento disputa la scena alla notte:

“Vendredi 7 novembre. Concarneau est désert. L’horloge lumineuse de la vieille ville qu’on aperçoit au-dessus des remparts marque onze heures moins cinq.. C’est le plein de la marée et une tempête du sud-ouest fait s’entrechoquer les barques dans le port. Le vent s’engouffre dans les rues où l’on voit parfois des bouts de papier filer à toute allure au ras du sol. Quai de l’Aiguillon, il n’y a pas de lumière. Tout le monde dort.”

Eppure, la maggior parte della trama si svolgerà in un caffè-hotel situato di fronte all’ingresso della città murata vicino al molo.

In Maigret à l’école (1938), niente, sul mare o sui suoi paesaggi, a parte un’allusione alla mitilicoltura, mentre l’indagine è in corso a Saint-André sur mer (Charente-Maritime).

La stessa cosa o quasi in Mon ami Maigret  (1949) nel contesto dell’isola di Porquerolles dove:

“le terrain était plat, désert, la route bordée de tamaris avec un palmier par-ci, par-là puis des salins blancs sur la droite. Le dépaysement était aussi total que si l’on s’était trouvé transporté en Afrique avec un ciel bleu porcelaine, une atmosphère parfaitement immobile.”

Ma grazie al talento di Simenon, a volte bastano poche annotazioni sul clima, sul rumore, vicino o smorzato, sul momento, tra il crepuscolo e la notte, gli odori misti e indefinibili, perché il lettore di un Maigret riesca facilmente a costruire il suo proprio paesaggio anche aiutato dal riferimento a manifesti e cartoline, se non conosce lui stesso i luoghi.

Così in Liberty Bar (1932) dove Antibes si fonde con:

“la fameuse mer bleue, la montagne… Et toutes les douceurs promises par les prospectus : les orangers, les mimosas, le soleil, les palmiers, les pins parasol, les tennis, les golfs, les salons de thé et les bars américains.”

A volte il romanziere diventa più prolisso. Come in Le port des brumes (1932), con le evocazioni di Ouistreham dove le impressioni colte da Maigret si confrontano con una realtà del tutto banale:

“Le mot Ouistreham à Paris évoquait une image sans rapport avec la réalité, un port dans le genre Saint-Malo. Puis, le premier soir, Maigret le voyait sinistre, habité par des gens farouches et silencieux. Maintenant, il avait fait connaissance. Il se sentait chez lui. Ouistreham, c’était un village quelconque au bout d’un morceau de route plantée de petits arbres. Ce qui comptait seulement, c’était le port : une écluse, un phare, la maison de Joris, la buvette de la Marine. Et le rythme de ce port, les deux marées quotidiennes, les pêcheurs passant avec leurs paniers, la poignée d’hommes s’occupant des va-et-vient des bateaux.”

Questa scrittura impressionista, molto spesso suggestiva, è di per sé sufficiente a delineare chiaramente la geografia con cui il commissario si misura o si scontra quando arriva sul luogo dell’indagine.

L’ambiente, vischioso, luminoso, piovoso o caldo, attivo od ozioso, il progressivo definirsi dei luoghi con il naturale progredire dell’indagine saranno elementi essenziali, richiamati di volta in volta lungo le pagine, affinché il lettore continui ad assorbirlo, quell’ambiente, man mano che l’enigma si risolve.

Sempre in Le port des brumes, dopo alcuni giorni di permanenza del commissario, la topografia sociale si affina:

“C’était quatre Ouistreham exactement que Maigret discernait maintenant : Ouistreham port, Ouistreham village, Ouistreham bourgeois avec quelques villas comme celle du maire, Ouistreham bains-de-mer momentanément inexistant. Tout était noir, tout était fermé. On ne voyait que l’œil mouillé du phare. Et, sur l’écluse, des voix se répondaient.”

Anche solo attraverso questi pochi “Maigret”, oltre i paesaggi, è possibile cogliere la rappresentazione dell’ambiente umano rapidamente abbozzata da Simenon.

Innanzitutto l’ambiente, spesso malavitoso, dei porti, in particolare in Liberty Bar, dove in una situazione incerta e drammatica, due prostitute convivono con un australiano, ex grossista di lana, che ha lasciato tutto per venire a finire i suoi giorni sulla Côte d’ Azur.

Lo stesso miscuglio originale lo si ritrova nella società insulare di Mon ami Maigret (1949).

Vediamo convivere accanto alla popolazione dell’isola di Porquerolles, che assai poco si può definire “marittima”, personaggi inglesi e olandesi, alcuni ricchi, altri rovinati, altri ancora artisti o presunti tali. Li vediamo incontrarsi e mescolarsi, tutti ugualmente “encanaqués”, incagliati, in quell’atmosfera fuori dal mondo.

Mentre: “Maigret ignorait que c’était possible à trois mille de la côte française.”

Uomini di mare in mare.

In altre inchieste può accadere che, attraverso la descrizione di alcuni aspetti della vita di bordo, veniamo trasportati nel mondo della gente di mare.

Così nel romanzo Le port des brumes, eccoci nella disordinata cabina del Saint-Michel che appare soffocante al poliziotto di città:

“Un petit poêle dégageait une chaleur intense qui mettait de la buée partout. Une table de chêne tailladée, si usée qu’aucune surface n’était plane. Il y avait encore des assiettes sales, d’épais verres tout poisseux et même une demi bouteille de vin rouge. À droite et à gauche de la cloison, une ouverture rectangulaire. Des lits défaits avec des bottes et des vêtements sales jetés en travers. Une odeur de goudron, d’alcool, de cuisine et de chambre à coucher mais surtout des relents indéfinissables de bateau.”

Quando in Au rendez-vous des Terre-Neuvas (1931), il commissario sale a bordo dell’Océan fermo in banchina, sono evocati quegli stessi odori acri che ricordano contemporaneamente una stanza da letto, un refettorio, una pescheria.

Vediamo uomini che mangiano dalle loro gavette inginocchiati a terra, circondati da quattro piani di cuccette sfatte, “les unes encore pleines de paille, les autres vides”.

Un universo sporco, rozzo e in disordine.

Uomini di mare in porto.

Ma è soprattutto in Un crime en Hollande che l’immagine si precisa:

“Une dizaine d’hommes aux lourdes vareuses de laine bleue, en casquette et en sabots vernis, les uns adossés à la porte de la ville, d’autres appuyés à des bittes d’amarrage, d’autres enfin campés sur leurs jambes que de larges pantalons rendaient monumentales. Ils fumaient, chiquaient, crachaient surtout et, de temps en temps, une phrase les faisait rire aux éclats en se tapant les cuisses… La plupart de ces marins-là passaient le plus clair de leurs journées à la même place, sous la pluie ou le soleil, à bavarder paresseusement et à étoiler le solde jets de salive […] Aussi des gens moins reluisants : un calfat qui ne savait pas calfater grand-chose et aussi le préposé à une écluse désaffectée portant la casquette du gouvernement.”

 

Questi marinai, dai modi sconvenienti e dal ridere sguaiato, appaiono evidentemente a Maigret, in altri momenti, burberi e taciturni come lo saranno, ad esempio, i membri della famiglia Trochu di Yport (Maigret e la vecchia signora -1950).

Perché Maigret, da buon figlio di mezzadro, non sempre sfugge ai topoï sull’argomento.

Silenziosi i suoi marinai ma anche alcolizzati e tanto più violenti quanto la letteratura poliziesca possa offrire.

Lo sottolinea a suo modo il collega di Maigret a Fécamp in Au rendez-vous des Terre-Neuvas:

“Si on me demandait la caractéristique de cette affaire-ci, je répondrais qu’elle est placée sous le signe de la colère… Tout ce qui vient du chalutier est hargneux, crispé, emporté. Au Rendez-vous des Terre-Neuvas, l’équipage se soûle et se bat.”

Religiosità e superstizione della gente di mare.

E, ancora in questo stesso romanzo, cosa tanto rara in Simenon da dover essere sottolineata, ecco apparire in particolare evidenza anche il mondo delle credenze religiose dei marinai. Tuttavia si tratta non tanto del rapporto con la religione propriamente detta, ma di un sentimento che alcuni chiamerebbero superstizione.

Lo testimonia il dialogo tra il proprietario del bar e il commissario:

  • Moi, je les entends causer. Il y a des choses

  • Des choses ?

  • C’est difficile à expliquer…Vous savez qu’il n’y a pas assez de pêcheurs à Fécamp pour tous les chalutiers. On en fait venir de Bretagne. Ces gars-là ont leurs idées, sont superstitieux (Il parla plus bas encore, d’une voix à peine perceptible) Il paraît que cette fois-ci, il y avait le mauvais œil… Ça a commencé dans le port même, au départ. Un matelot qui avait grimpé au mât de charge pour adresser des signes à sa femme… Il se retenait à un filin qui cassa et le voilà sur le pont avec une jambe en bouillie ! On a dû le ramener avec un doris. Et un mousse qui ne voulait pas partir. Bon, trois jours après, on télégraphie qu’il a été emporté par une lame. Un gamin de quinze ans.

  • Et le mauvais œil a continué ?

  • Je n’en sais rien. On dirait qu’ils ont tous peur de parler.

Questo testo è interessante sotto diversi aspetti.

Innanzitutto, il riferimento all’immigrazione di pescatori armoricani nel grande porto normanno della pesca al merluzzo, necessaria per mancanza di manodopera locale, sembra accentuare un divario culturale tra la mentalità arretrata dei bretoni e quella più moderna dei loro omologhi normanni.

Ma la superstizione denunciata non è forse condivisa da entrambe le popolazioni allo stesso modo?

Del resto, in molte città portuali del Ponente come del Levante la presenza del malocchio è costantemente presente.

In questo caso essa inizia a manifestarsi ancora in porto quando un incidente colpisce un marinaio non appena la nave si mette in moto.

Da notare, anche, che la presenza della moglie sul molo, fa pensare che si tratti di un marinaio del luogo, normanno e non bretone.

Qui Simenon sembra voler alludere, indirettamente, alla diffusa credenza, fra i pescatori, secondo la quale: incontrare un sacerdote o una donna, prima dell’imbarco, era sempre un brutto segno per il futuro.

Altrettanto indirettamente, la morte del giovane mozzo che non voleva partire pur non avendo altra scelta, sembra a sua volta contraddire il mito della vocazione marinaresca, evidenziare la durezza del mestiere e le insidie che la nave nasconde, soprattutto per le reclute più giovani e quindi meno esperte.

Se, in Simenon, la dimensione religiosa propriamente detta è un aspetto che deve essere inquadrato in un’analisi più universale (Patrick Berthier), nel corso delle inchieste del commissario essa rimane quasi sempre intenzionalmente taciuta, con solo alcune eccezioni come ad esempio L’affaire Saint-Fiacre.

Tuttavia, la vediamo evocata in modo insolito in Le port des brumes e questo offre alcuni interessanti spunti di osservazione.

Inseguendo una certa Julie, fra le dune scoperte dalla bassa marea, Maigret confida al lettore le proprie scoperte, rivelando al contempo un’attenzione di Simenon al sentimento religioso popolare, confermato dagli studi sull’argomento.

Simenon evidenzia in particolare la devozione femminile, essenziale nell’ambiente della gente di mare, sottolineandone la distanza rispetto all’ortodossia del cattolicesimo tradizionale ed ecclesiale.

Julie porta la sua preghiera, scritta su una conchiglia, per deporla davanti a un’antica statua in segno di ex voto propiziatorio, ma non in chiesa bensì presso una cappella isolata e diroccata (Notre-Dame des Dunes), fra le dune della spiaggia.

Questo gesto, certamente non condiviso dal clero, ricorda da vicino quello dei pescatori di Dieppe che, ancora negli anni ’80, in solitudine o con la famiglia, infilavano una preghiera, scritta su di un foglio, tra due pietre della chiesa di Saint-Jacques prima di imbarcarsi per la stagione.

Complicità e vera solidarietà fra i marinai.

Per finire, Simenon non dimentica di sottolineare la solidarietà esistente all’interno del gruppo sociale rappresentato dai pescatori.

Non solo la solidarietà rappresentata dal generale silenzio, un po’ omertoso, di fronte alle autorità, ma anche quella che si manifesta quando la sventura colpisce la comunità.

In occasione della morte di Rose, figlia e sorella di pescatori di Yport (Maigret et la vieille dame), lo stringersi intorno alla famiglia della giovane va ben oltre i confini del villaggio costiero situato ai piedi della scogliera.

  • Il y avait beaucoup de monde à l’enterrement ? demande Maigret à l’inspecteur local.

  • Tout Yport y était sans compter les gens venus d’Étretat, des Loges, de Vaucottes puis les pêcheurs de Fécamp . Il se souvint des enterrements de campagne et crut sentir une bouffée de calvados et prononça très sérieusement :

  • Les hommes vont être tous saouls ce soir ?

  • C’est assez probable concéda Castaing, un peu surpris par le cours des pensées du fameux commissaire.

Maigret e il mare separati in casa.

Pertanto, nonostante le numerose occasioni di soggiorno di Maigret-Simenon lungo litorali marini e nonostante i tanti riferimenti ai paesaggi e all’aspetto dell’ambiente, si percepisce una sorta di iato tra il poliziotto e il mondo marittimo.

Maigret può ben lungamente riflettere guardando il mare o camminando per giorni lungo le strade di città portuali, sembra comunque rimanere estraneo a quell’ambiente.

Uno giunto lì per caso (le vacanze di Maigret), un attore di passaggio che, mentre cerca di comprendere meccanismi locali, spesso determinati proprio dal mare e dai suoi ritmi, rimane un osservatore esterno; forse anche privo di una vera empatia per quel mondo. Indifferente a ciò che non è specifico dell’indagine.

Come se l’uomo del Quai des Orfèvres dovesse impegnarsi solo per portare a termine la risoluzione del delitto, confortato costantemente dalla propria visione del mondo.

Un estratto da Vacances de Maigret (1948) alle Les Sables d’Olonne lo illustra abbastanza chiaramente:

Il y avait derrière le port un réseau de petites rues étroites où le commissaire s’enfonçait chaque jour. Les maisons n’avaient parfois qu’un étage, parfois rien qu’un rez de chaussée. Le plus souvent, ce qu’il n’avait encore vu qu’aux Sables, la cave servait de cuisine communiquant avec la rue par un escalier de pierre… Maigret marcha comme chaque jour mais sans s’en rendre compte ; il fit un détour et se trouva devant le commissariat de police. La gare n’était pas loin. C’était l’heure d’un train sans doute car on voyait passer des gens portant des valises.

“La gare n’était pas loin…” e con essa altri viaggi, altre fughe acconsentite o meno, altri orizzonti da cogliere, altre società da comprendere, altre indagini da svolgere.

Maigret, allo stesso tempo bourbonnais e parigino, viene da ogni luogo e da nessun luogo, senza un particolare interesse per il mare e le sue genti.

Del resto Simenon nel suo Inventaire de la France (1934) scriverà:

«Chaque fois que la littérature a essayé de s’emparer d’eux (les marins), elle s’est trouvée, à son tour, gênée aux entournures. Elle a fait trop grand ou trop petit. C’est une race à part, un peuple à part.»

…Che, però, il padre dell’illustre commissario non ha mai del tutto ignorato. Ma in disparte.

Alain Cabantous – Articolo originale.

Il mare, Maigret e Simenon: conclusioni.

Giunti alla fine del testo di Alain Cabantous appare evidente la bonaria accusa di estraneità che lo studioso lancia verso il commissario Maigret e il suo autore.

Estraneità che, a mio modesto avviso, è più di Maigret che di Simenon e la cosa non è casuale, ma voluta.

Perché Simenon, ricordiamocelo, non è Maigret!

Lo scrittore dimostra di aver colto a pieno la profonda contraddizione tra modernità e tradizione che caratterizza territori e uomini di mare. Tradizione di cui le genti di mare sono ancora intimamente intrise nel profondo, pur se coinvolte, volenti o nolenti, nel mutamento dei tempi.

Lo stupore di Maigret, quel suo non capire più di tanto quel mondo, è lo stesso stupore di chiunque non appartenendovi vi entrasse necessariamente in contatto.

Proprio in un romanzo citato a più riprese da Cabantous, Maigret et la vieille dame, Simenon fornisce la perfetta chiave di lettura per cogliere il rapporto del commissario con il mare:

“Per lui che era nato nell’entroterra e vi aveva passato l’infanzia, il mare era legato a quei ricordi: reti da pesca, un treno giocattolo, uomini in pantaloni di flanella, ombrelloni sulla spiaggia, venditori di conchiglie e souvenir, bistrot dove servono il vino bianco con le ostriche e pensioni familiari che hanno tutte lo stesso inconfondibile odore e dove, passato qualche giorno, la signora Maigret, pur di non stare più con le mani in mano, si sarebbe offerta perfino di aiutare a lavare i piatti.”

Il commissario Maigret ha una sua precisa dimensione e da essa parte per entrare “nella pelle” degli altri e nel loro ambiente.

Lo fa da estraneo che si sforza di capire, non da onnisciente che si trova a suo agio in ogni luogo e con ogni persona.

È anche questo che lo rende umano e lo fa sentire così vicino ad ognuno di noi.


 

Il mare, Maigret e Simenonultima modifica: 2022-03-23T02:13:02+01:00da albatros-331
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