Maigret vs Bencolin: realismo e finzione

Maigret e Bencolin, due investigatori a confronto.

Maigret vs Bencolin: realismo e finzione

Maigret vs Bencolin: realismo e finzione.

Il Maigret di Georges Simenon, Commissarrio capo alla squadra omicidi parigina e il Giudice istruttore Bencolin, creatura di John Dichson Carr: due personaggi e due scuole differenti, all’interno del comune genere poliziesco.

Il personaggio di Carr rappresenta la scuola del poliziesco classico dell’età d’oro, quello di Simenon è invece il precursore di un diverso modo di interpretare il “poliziesco”: un modello realista che ha molto in comune con l’hard boiled statunitense che si afferma proprio nello stesso periodo.

Nel modello che diciamo classico, la fantasia può sbizzarrirsi senza freni, immaginare situazioni al limite dell’incredibile e, a volte, andare anche oltre, sfiorando i confini del soprannaturale.

Le vicende narrate si sviluppano all’interno di comunità ristrette, spesso chiuse in palazzi o castelli. Un ristretto numero di soggetti, che possono anche avere uno status sociale differente (vedi il maggiordomo o l’arrampicatore sociale), ma condividono tutte l’appartenenza ad un ambiente comune.

Con il Maigret di Simenon, così come nell’hard boiled d’oltre oceano, l’azione esce dal castello e dal palazzo, dalle stanze chiuse e dai circoli privati. Il delitto e l’indagine si spostano nella grande città o, comunque, all’interno di comunità umane più vaste e diversificate. Soprattutto più concrete e realistiche.

Nella scuola inaugurata in Europa da Simenon la vicenda è saldamente ancorata alla realtà quotidiana in cui vive anche il lettore. Un modo di scrivere il poliziesco che sembra alimentarsi dalle pagine di cronaca nera quotidianamente pubblicate nei giornali; fatti drammatici, ma concreti, in cui il lettore non fatica ad immedesimarsi.

Una via simile era già stata percorsa da Émile Gaboriau, antesignano del noir francese di fine ‘800, ma i suoi investigatori non si allontanano troppo dal metodo scientifico alla Holmes.

Una scuola questa destinata a prendere largo piede nel corso del ‘900 e ad affiancarsi al vecchio stile classico, magari ibridandolo in molti casi, pur senza mai arrivare a sostituirlo completamente. Perché il poliziesco è un genere poliedrico, al confine tra realtà e fantasia, tra narrazione letteraria e gioco enigmistico. Ogni scuola, ogni sottogenere, non smette mai di avere un suo pubblico affezionato.

I classici di John D. Carr

Storie Gotiche, investigatori eccentrici.

Come faceva un morto a guidare la grande limousine Minerva per le nebbiose strade di Londra a mezzanotte? Dov’era la strada che è scomparsa? Qual era il motivo diabolico dietro gli strani doni lasciati nella stanza con la lampada verde? Dullings immaginava di vedere l’ombra di una forca spettrale che gli bloccava la strada? Soprattutto, chi era l’assassino in cerca di preda che si faceva chiamare Jack Ketch, e i cui terrificanti metodi sgomentavano persino il satanico investigatore francese Bencolin?

Siamo nel bel mezzo delle agghiaccianti pagine di un grande romanzo poliziesco di quella che è definita l’età dell’oro di quel genere letterario: The Lost Gallows o, se vogliamo, L’arte di uccidere.

«La verità è più bizzarra della finzione.» Questa affermazione di Jeff Marle (la spalla narrante dell’investigatore Bencolin) scatena la reazione piccata di Henri Bencolin, il giudice istruttore francese creatura del romanziere John Dickson Carr, che di The Lost Gallows è l’autore.

Subito il magistrato dall’aspetto definito “satanico” dal suo stesso amico Marle, si lancia in una filippica su realismo ed finzione letteraria, nel romanzo poliziesco.

È evidente a tutti che ha parlare attraverso il personaggio è lo stesso autore Dickson Carr.

«…Stai citando l’unico paradosso che certa gente priva d’immaginazione sia mai riuscita a inventare. Senza contare che si tratta di una sfacciata menzogna. E’ propaganda subdola, Jeff, messa in giro da anime morte che vogliono rendere la finzione noiosa come la realtà. Probabilmente, è l’unico antico proverbio che nessuno si sogna di mettere in dubbio tra lo scetticismo imperante; noi perciò abbiamo bisogno di un iconoclasta senza paura che temerariamente si ribelli a questa tirannia esecrabile, proclamando: “La finzione è più bizzarra della realtà.”…Per chissà quale perversa distorsione della logica e della razionalità, noi non sopportiamo che il romanzo, basato com’è sulla finzione, segua il corso che gli è imposto dalle sue premesse. Facciamo uso del temuto termine “improbabile” per far paura agli scrittori e impedire loro di utilizzare con libertà la loro immaginazione. Però, naturalmente, la verità non potrà mai essere interessante quanto la finzione. Infatti, quando vogliamo fare il massimo complimento a una vicenda reale particolarmente affascinante, diciamo che è “emozionante quanto un romanzo.”… Con le avventure che si svolgono nella casa sussurrante io non debbo temere delusioni. Si tratta di incubi per nulla circoscritti dalla stupida necessità di apparire probabili, e non pretendono di farci credere che siano realmente avvenuti. E l’investigatore non sbaglia mai, il che è proprio quel che mi aspetto da lui. Non riesco a capire perché mai uno scrittore si sforzi di fare del suo investigatore un essere umano e fallibile, paziente e faticatore, incline a sbagliare ma pronto a ricominciare da capo… uff! La ragione, probabilmente, sta nel fatto che i poveracci non hanno abbastanza fantasia da creare un personaggio davvero interessante, e così ci prendono a mazzate in testa con le pedestri avventure dei loro manovali del crimine…
«Santo cielo – sbottai io – quanto durerà ancora la predica?»
«Oh, lasciami concludere. In breve: la vita reale manca del fascino, della drammaticità e soprattutto della linearità di svolgimento dei fatti che si trovano invece in questo romanzo… Se il macellaio, il panettiere o il farmacista commettono un delitto, sta’ certo che io li sbatterò dentro; ma, per favore, non chiedermi di trovarli anche interessanti.»

Innanzi tutto vediamo di fare la conoscenza di questo giudice Bercolin…ci aiuta in questo, l’ottimo blog specializzato nel genere (e non potrebbe essere diversamente): librimondadori.

“… Studiai il viso, che era girato di tre quarti: le palpebre abbassate, quell’espressione scherzosa e indulgente, le sopracciglia arcuate, gli occhi scuri dalla luce velata. Dal naso sottile e aquilino partivano due rughe profonde che scendevano fino ai lati della bocca; un debole sorriso gli errava fra i baffi appena accennati e il pizzo nero… capelli neri di Bencolin cominciavano a striarsi di grigio. Sopra il bianco della cravatta e della camicia, la sua testa sembrava un dipinto del Rinascimento esposto alla luce fioca della lampada… parlando, si limitava ad alzare le spalle e non alzava mai il tono di voce… i ciuffi aguzzi dei suoi capelli, il pizzetto appuntito, gli occhi corrugati e il sorriso ambiguo erano noti…”

E ancora…

…Il piccolo investigatore… aveva occhi gentili e piuttosto strabici… la figura curva, la barba nera, il gran naso aquilino, l’alone di fumo di sigari che lo accompagnava sempre… un cappello a cilindro inclinato sulla testa in modo spavaldo e il mantello che gli ondeggiava dietro”. Insomma un uomo non bello, ma un personaggio tuttavia, quello che noi diremmo “un tipo”. Ma Carr, precedentemente a questa descrizione, ci aveva detto, quasi a preparare la descrizione del fisico non certamente da Adone, che Bencolin era un uomo: “…troppo sentimentale… lo si poteva veder sognare all’Opera… o ad offrire vino ad amici bohémien”, e che molto spesso finiva a elargire soldi a pezzenti che lo conquistavano con le loro storie false.

Quella di Bencolin è solo una delle figure di investigatore protagoniste di tante fortunate avventure poliziesche, nate dalla fantasia di altrettanti autori, negli anni a cavallo tra la fine dell’ottocento e i primi trent’anni del secolo successivo.

Inevitabile citare nomi come Sherlock Holmes, Philo Vance, Hercule Poirot, Rouletabille, Monsieur Lecoq: tutti investigatori ben noti al grande pubblico dei lettori appassionati del genere investigativo.

Come i tanti altri “colleghi”, della stessa epoca, anche Bencolin è un personaggio un po’ eccentrico, fortemente caratterizzato e dettagliatamente descritto. Si muove soprattutto in un mondo popolato da personaggi altrettanto originali, spesso, per non dire sempre, di origine alto borghese o addirittura aristocratica. I delitti commessi o subiti da questi personaggi sono, almeno in apparenza, misteriosi e inspiegabili, tanto da apparire, in certi casi, addirittura di origine soprannaturale.

Compito dell’investigatore chiarire il mistero: mostrare a tutti come quel delitto sia stato compiuto con mezzi assolutamente umani e concreti.

Si può tranquillamente affermare che, in questo genere di romanzi e racconti, movente ed esecutore del delitto passano in secondo piano, rispetto alla necessità di individuare il “modo” in cui il reato è stato commesso e i mezzi utilizzati per commetterlo.

John Dickson Carr è stato tra i maestri del cosiddetto delitto della camera chiusa: un delitto compiuto ai danni di qualcuno che si trova in una stanza chiusa dall’interno e assolutamente inaccessibile. Il luogo del delitto risulta apparentemente inviolato dopo il fatto e nessuna spiegazione razionale sembra possibile.

In realtà una spiegazione razionale c’è sempre, ma solo le superiori capacità di analisi del detective di turno saranno in grado di risolvere il dilemma, dando soluzione all’enigma: un gioco di abilità che coinvolge anche il lettore.

Questo modello di romanzo o racconto poliziesco nasce con il poliziesco stesso e si consolida nel tempo ottenendo grande successo e, come detto in precedenza, continua ad avere i suoi estimatori.

Due paradigmi una sola origine.

Come sappiamo l’origine del poliziesco moderno è, dai più, identificata nell’opera di Edgar Allan Poe, scrittore statunitense vissuto negli anni che vanno dal 1809 al 1849. Il personaggio dell’investigatore Auguste Dupin, da lui creato nel 1841, sarebbe quindi il capostipite di tutti quegli illustri colleghi citati in precedenza.

Investigatori privati, giornalisti o poliziotti in servizio permanente effettivo, tutti caratterizzati da un acume particolare, da grandi capacità di osservazione, deduzione ed induzione.

La scuola del giallo deduttivo nasce proprio con  I delitti della Rue Morgue, pubblicato appunto nel 1841 sulla rivista The Graham’s Lady’s and Gentleman’s Magazine di Filadelfia; primo di tre racconti che vedono Auguste Dupin all’opera nella Parigi di metà ottocento.

Caratteristica comune a questo tipo di inchieste investigative è quella di avere al centro dell’indagine le “cose”, non le persone. Gli oggetti, i segni lasciati sul luogo del delitto, le anomalie di ogni genere, “parlano” all’investigatore attento, che osserva, analizza, deduce e giunge così a ricostruire i fatti e a scoprire il colpevole.

Quelle stesse cose ed anomalie dovrebbero “parlare” anche al lettore, che è così sfidato ad anticipare il detective nella scoperta della verità. Letteratura e gioco enigmistico mescolati insieme: nasce il poliziesco indiziario.

Contemporaneamente alla nascita del racconto poliziesco indiziario prende le mosse anche una tipologia di poliziesco basata su di un paradigma completamente opposto: una dinamica narrativa dove a “parlare” al detective di turno, non sono le cose, ma le persone.

Dove dobbiamo cercare le origini di questa scuola di pensiero completamente alternativa? Ancora nell’opera di Edgar Allan Poe naturalmente!

Il visionario scrittore americano, infatti, pubblica un altro racconto sempre con protagonista Auguste Dupin: The Purloined Letter o, in italiano, La lettera rubata.

Il racconto vede la luce nel 1845, pubblicato sulla rivista The Chamber’s Journal di Edimburgo. In questo formidabile racconto (tradotto in Francia da Charles Baudelaire) l’investigatore Dupin, in mancanza di ogni altro indizio apparente (quindi di cose che gli possano parlare in qualche modo), giunge a scoprire la verità affidandosi alla propria conoscenza dell’animo umano.

Questo secondo paradigma, che lo studioso di comunicazione Giuseppe Ortoleva definisce “paradossale”, gode inizialmente di scarso seguito tra gli autori del genere poliziesco. I più noti sono certamente Gilbert Keith Chesterton, nel 1911, con il suo prete investigatore Padre Brown e la giallista australiana Mary Helena Fortune che nel 1865 da vita al suo detective Mark Sinclair.

Padre Brown è l’investigatore sacerdote che vede nel delitto il segno del peccato, Mark Sinclair è l’interprete di una terra e di un popolo che anela all’indipendenza dal giogo culturale colonialista.

Si avvicina Maigret.

Siamo nel 1931: lo stesso anno che vede la pubblicazione di The Lost Gallows da parte di John Dichson Carr, vede anche la nascita editoriale del Commissario Maigret, l’investigatore con pipa e bombetta, creato dallo scrittore Georges Simenon.

Un poliziotto, Maigret, che, di preferenza, si occupa proprio dei crimini commessi da quei macellai, panettieri e farmacisti, tanto invisi al giudice Bencolin . Se ne occupa trovandoli persino interessanti. Al punto da arrivare ad immedesimarsi in loro per capire a fondo le ragioni del loro dramma umano.

Maigret è, per certi versi, un Padre Brown se non ateo almeno agnostico, che non cerca nel delitto il peccato, ma il punto di rottura dell’uomo nudo di fronte a se stesso.

Due mondi agli antipodi: quello dell’americano, Carr, innamorato dell’Inghilterra (patria del giallo investigativo) e quello del belga Simenon, trapiantato in Francia e, soprattutto, nella Parigi degli anni ’30 del novecento.

E Parigi è importante in Simenon o, per meglio dire, è importante che il delitto e l’indagine avvengano, nella finzione letteraria come nella realtà quotidiana, all’interno di quell’agglomerato umano che costituisce una città (ma anche un piccolo paese di provincia).

Proprio la dimensione urbana della narrazione conferisce alle inchieste del commissario Maigret, almeno fino agli anni ’50, quella vaga atmosfera hard boiled caratteristica del giallo d’azione.

Un metodo narrativo, quello del poliziesco d’azione che vede l’indagine correre parallela allo svolgimento dei fatti e non conseguente ad essi, come nei modelli visti in precedenza. Un modo più moderno di raccontare che conferisce maggiore realismo alla narrazione stessa.

Va da se che i protagonisti del racconto diventano sempre più umani e “palpabili”; poco importa che siano poveracci senza storia o magnati della finanza: ad emergere di più è la loro dimensione umana.

E la grande umanità del commissario Maigret contribuisce a rendere ancora più concreta l’umanità di tutti gli altri personaggi.

Poi c’è un particolare in più che rende Maigret assolutamente unico.

Non so quanti vi abbiano dato importanza, ma certo è chiaro a tutti che nelle inchieste del commissario parigino manca completamente la figura dello Watson di turno. Quel personaggio positivo ma ordinario che fa, normalmente, da contrappeso al geniale detective e che, nella veste di io narrante, interpreta anche il punto di vista dell’autore.

Maigret ha molti collaboratori, i più fidati li conosciamo bene, altri, i più, sono solo nomi e spesso neanche quelli. Nessuno di loro rappresenta un punto di vista diverso da quello del commissario.

Nonostante questo, Maigret non è l’uomo solo contro il sistema: Maigret dirige un’orchestra. Si muove con l’indipendenza dell’uomo retto e solido, all’interno di un sistema di cui conosce i limiti, che vorrebbe diverso, ma che riconosce come l’unico umanamente possibile (e passabile).

I classici di John D. Carr


Maigret vs Bencolin: realismo e finzioneultima modifica: 2020-11-25T04:10:51+01:00da albatros-331
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2 comments for “Maigret vs Bencolin: realismo e finzione

  1. 25 novembre 2020 at 23:03

    Complimenti!

    • 26 novembre 2020 at 9:54

      Grazie infinite Guido! I complimenti fanno sempre piacere. In realtà mi sono reso conto che il post mette un po’ troppa “carne al fuoco” e alcuni aspetti, soprattutto riguardo Maigret, andavano approfonditi di più. Vero è anche che un blog ti permette di essere sempre in una condizione di work in progress. Alla prossima Guido!

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