Il volto e l’anima di Maigret

Immagine e immaginario nel mondo di Maigret.

Maigret un personaggio senza immagine?

Maigret un personaggio senza immagine?

Simenon non svela il volto del suo commissario.

Chi è Maigret? o, per meglio dire, com’è il commissario Maigret o, per i francesi, l’ispettore capo della omicidi parigina?

Che faccia ha? Come appare fisicamente?

Georges Simenon, lo scrittore belga che di Maigret è il padre ed il creatore, non indulge più di tanto nel descriverne l’aspetto esteriore e, in nessun caso arriva a descriverne il volto.

Quelli che, non conoscendolo di persona, hanno modo di incontrare il commissario, gli ripetono ogni volta la solita frase:

“La credevo più grosso, se mi permette di dire la mia opinione…Più grosso e più alto…” (da Maigret se défend).

Eppure è il poliziotto più fotografato di Francia e la sua immagine compare spesso sui giornali.

Evidentemente, in foto, appare estremamente massiccio e voluminoso. Ingombrante quasi.

Di questa sua prestanza fisica Simenon non fa mistero ed anzi è l’aspetto del suo personaggio che evidenzia maggiormente, fin dal primo romanzo della serie.

“Lui stava lì, enorme, con quelle spalle impressionanti che disegnavano una grande ombra. Lo urtavano e non oscillava, più di quanto avrebbe fatto un muro.” (Pietr le letton).

Prestanza fisica e origine popolare. Una doppia sfida: al perbenismo borghese e, insieme, a quel sentimento di superiorità che spesso caratterizza l’uomo che da posizioni sociali sfavorevoli è giunto a conquistare, per abilità, fortuna o spregiudicatezza, benessere economico e potere sui propri simili.

“La presenza di Maigret al Majestic aveva inevitabilmente qualcosa di ostile. Era come un blocco di granito che l’ambiente rifiutava di assimilare.

Non che somigliasse ai poliziotti resi popolari dalle caricature. Non aveva né baffi né scarpe a doppia suola. Portava abiti di lana fine e di buon taglio. Inoltre si radeva ogni mattina e aveva mani curate.

Ma la struttura era plebea. Maigret era enorme e di ossatura robusta. Muscoli duri risaltavano sotto la giacca e deformavano in poco tempo anche i pantaloni più nuovi.”

E ancora, nello stesso romanzo:

“Aveva in particolare un modo tutto suo di piazzarsi in un posto che talora risultava sgradevole persino a molti colleghi. Era qualcosa di più della sicurezza, ma non era orgoglio. Arrivava solido come il granito, e da quel momento pareva che tutto dovesse spezzarsi contro di lui, sia che avanzasse, sia che restasse piantato sulle gambe leggermente divaricate.”

Una presenza fisica, la sua, piuttosto fuori dal comune, nella quale, intuiamo, la solidità materiale della figura è anche il riflesso di una granitica volontà: di una personalità poderosa.

“Lo guardarono con evidente sollievo. Avanzò con la sua mole tranquilla in mezzo al gruppo agitato e d’improvviso gli altri non furono che satelliti.”

Siamo sempre nelle pagine di Pietr il lettone, unico o quasi tra i tanti romanzi della serie, dove più dettagliatamente è descritto l’aspetto fisico del commissario.

Fisicità e personalità sono, dunque, due caratteristiche fondamentali di Maigret.

Descriverne i tratti del viso, lunghezza di naso e orecchie, carnosità o meno delle labbra, non aggiungerebbe nulla di più a questa sua doppia immagine. Anzi, rischierebbe sicuramente di indebolirla.

È opportuno, a questo punto, ricordare che Pietr le letton è il primo romanzo di Georges Simenon in cui compare ufficialmente il personaggio del commissario Maigret: il primo ad essere scritto, ma non il primo ad essere pubblicato.

Un commissario prestante o pesante?

Quando Simenon esce allo scoperto e la serie di romanzi dedicati a Maigret inizia ad essere pubblicata, siamo alla fine di febbraio del 1931, Simenon ha realizzato quattro romanzi e tra i due che sceglie per il suo esordio non compare Pietr il lettone.

Saranno pubblicati per primi Monsieur Gallet, décédé e Le pendu de Saint-Pholien. Pietr le letton andrà in stampa solo nel maggio di quello stesso anno, dopo l’uscita di altri due titoli: Le charretier de “La Providence” e Le chien jaune.

Nei tre romanzi che precedono l’uscita di Pietr le letton l’immagine del commissario, che Simenon propone al lettore, conferma la sua formidabile personalità e forza interiore, ma non sembra possedere quelle caratteristiche di potenza esteriore che lo scrittore attribuisce al personaggio nel primissimo romanzo realizzato.

“Non sapeva l’orario dei treni, ma quando arrivò alla Gare de Lyon gli dissero che proprio in quel momento stava per partire un accelerato. Si mise a correre e fece appena in tempo a saltare sull’ultimo vagone. Si ritrovò in un bagno di sudore e, corpulento com’era, passò il resto del viaggio a riprendere fiato e ad asciugarsi.” (Monsieur Gallet, décédé).

Siamo piuttosto lontani dalla massa di granito che Simenon immagina inizialmente.

“…Poi, mentre passava nel punto in cui Émile Gallet si era arrampicato sul muro, prese la sua decisione: si tolse la giacca e mise la punta del piede nella prima fessura fra due pietre. Nonostante i suoi cento chili riuscì ad afferrare alcuni rami penzolanti, e poi fu un gioco da ragazzi portare a termine l’ascensione.”

Un uomo corpulento eppure agile, ma non certo la forza della natura pronta a sfidare tutto e tutti, descritta nel romanzo del 1929.

Anzi, quello che ora a Simenon preme di più sottolineare sono aspetti diversi del suo personaggio: più psicologici e caratteriali che puramente fisici.

L’attenzione di Maigret al “fattore umano” diviene il vero tratto distintivo del commissario. La sua curiosità verso gli esseri umani e la calma imperturbabile che egli oppone all’arroganza o all’aggressività degli avversari con cui è chiamato a misurarsi.

“Maigret era grande e grosso all’incirca quanto l’inglese. Al Quai des Orfèvres la sua calma era ormai leggendaria, ma questa volta la flemma del suo interlocutore lo innervosiva.” (Le charretier de “La Providence”).

La calma diviene sempre più il segno distintivo del commissario parigino.

“Passava più inosservato un viaggiatore che si era seduto al tavolo vicino, alto, e massiccio, largo di spalle. Portava un pesante cappotto nero con il bavero di velluto e aveva il nodo della cravatta montato su un supporto di celluloide. Il primo, tutto teso, non smetteva di guardare, attraverso la porta a vetri, i funzionari doganali, come se temesse di perdere il treno. Il secondo osservava il primo con una sorta di implacabile calma, tirando boccate dalla pipa.” (Le pendu de Saint-Pholien).

Il pesante cappotto con il collo di velluto, basta da solo ad evocare la figura massiccia del commissario, così come il supporto di celluloide per la cravatta ne sottolinea l’aspetto “popolare”.

A cosa servirebbe descriverlo nel dettaglio?

Quello che conta è ormai altro:

“Una questione di atmosfera…di facce…Arrivando qui, mi sono trovato davanti una faccia che mi è piaciuta e non l’ho più mollata…”

Maigret è un uomo maturo e rassicurante.

Georges Simenon propone quindi ai suoi lettori, l’immagine di un uomo nel pieno della sua maturità fisica. Una figura rassicurante come potrebbe esserlo quella di un medico per il paziente o quella di un avvocato esperto per chi ha problemi con la giustizia.

Rassicurante come la figura di un padre benevolo può esserlo per un bambino.

La pipa, l’abbigliamento un tantino démodé, la compostezza dell’uomo autorevole che sa essere burbero o bonario, attento o assente, rapido come un fulmine o inerte fino allo sfinimento, incredibilmente tenero o inesorabilmente spietato. Tutto al giusto tempo e nel giusto modo.

È evidente che ogni dettaglio fisico, riferito soprattutto al suo volto, che andasse troppo affondo nella descrizione di un simile personaggio, finirebbe per indebolirne la struttura generale di quella che è invece un’immagine perfetta, proprio nella misura in cui rimane imprecisa. Un po’ come certi dipinti impressionisti.

Non è la fotografia di Maigret che serve al lettore, ma la sua raffigurazione, attraverso i gesti, gli stati d’animo, le osservazioni che volta per volta, pagina per pagina, il commissario trasmette a noi, che passo passo, lo accompagniamo e riaccompagniamo nelle sue inchieste.

A fornire di lui una raffigurazione fisica compiuta penseranno i tanti attori che negli anni, ne hanno interpretato il ruolo.

Attori tanto diversi tra loro da non riuscire a scardinare l’impianto voluto inizialmente da Simenon.

Nessun attore può essere completamente Maigret. Anche se, qualcuno, vi si è forse avvicinato più di altri o, magari, ha saputo catturare meglio l’interesse del pubblico grazie ad una maggiore identificazione con il personaggio.

Rimane comunque impossibile rendere esattamente il personaggio nella sua interezza.

Jean Gabin ne ha enfatizzato i tratti popolari e la bonarietà un po’ aggressiva. Gino Cervi ha reso bene un certo umor e l’umanità e semplicità del personaggio. Bruno Cremer ne ha reso la compostezza, Jean Richard che di tutti è forse il più poliziotto.

E questo per citare soltanto alcuni dei tantissimi artisti cimentatisi nell’interpretarne il ruolo.

Maigret è molto più della sua immagine.

Maigret è un commissario di polizia che, in un raggio di sole sulla scrivania, gioca con le sue pipe disponendole in strane figure sulla carta assorbente.

È l’uomo che passeggiando per strada si entusiasma per una primavera radiosa, si intenerisce per un odore o un colore che gli evocano la giovinezza o la Parigi dei suoi primi passi in polizia.

In Maigret conta molto più l’immaginario che l’immagine concreta.


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Il volto e l’anima di Maigretultima modifica: 2021-12-22T03:18:46+01:00da albatros-331
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