Maigret padre della vittimologia.

Simenon, con Maigret, guarda alle vittime.

Simenon, con Maigret, per primo guarda alle vittime

Simenon per primo, con il suo Maigret, guarda alle vittime.

Criminologia e letteratura poliziesca.

L’interesse scientifico per il crimine ed il criminale non ha forse una data assolutamente certa, ma, sicuramente, gode di un forte impulso dalla metà del XIX secolo in poi.

Più o meno la stessa cosa si può affermare per quanto riguarda la letteratura poliziesca. Quella letteratura, cioè, che pone al centro del proprio racconto crimini e criminali.

Sia considerando come capostipite, di tutti gli autori del genere poliziesco propriamente detto, lo svedese Maurits Hansen, con il suo romanzo Mordet på Maskinbygger Rolfsen (L’assassinio del motorista Rolfsen) del 1839, oppure lo statunitense Edgar Allan Poe, con l’opera più nota The Murders in the Rue Morgue (I delitti della Rue Morgue) del 1841, l’epoca cambia di poco.

Salta subito agli occhi come quella stessa epoca, il secondo quarto del XIX secolo, veda l’avvento progressivo dell’età industriale e, quasi di pari passo, il fiorire dei primi studi organici sul fenomeno criminale, analizzato, ora, dal punto di vista antropologico e sociologico e non più solamene umanistico ed ideologico come al tempo del Beccaria e degli Illuministi.

Al centro del ravvivato interesse scientifico, così come del nascente genere letterario: la figura del criminale e l’atto criminoso.

Il reato è una perturbazione dell’equilibrio sociale, il criminale è un nemico della convivenza civile, l’unica vera vittima: la società stessa.

Gli studiosi di quest’epoca rifiutano talmente l’idea che il criminale possa far parte della società civile, al pari di chiunque altro, da considerarlo una sorta di errore naturale: un essere che per nascita sconta un ritardo incolmabile del suo sviluppo culturale e civile.

Nel 1885 Raffaele Garofalo pubblica Criminologia: studio sul delitto, sulle sue cause e sui mezzi di repressione. In quello stesso anno si tiene a Roma il primo congresso internazionale di antropologia criminale, al centro del dibattito l’idea del “criminale nato” enunciata da Cesare Lombroso una decina di anni prima nel suo L’uomo delinquente.

Questo “tipo” umano ha i tratti fisici e il senso morale di un’epoca passata e trovando egli raramente il suo posto nella società, non riesce ad adattarvisi, commette trasgressioni e rimane quasi inaccessibile al timore della punizione.

Un approccio soprattutto antropologico, dunque, che trova molti consensi anche in Francia.

Proprio in Francia, l’anno successivo, nasce la prestigiosa ed autorevole rivista Archives de anthropologie criminelle, ideata e diretta dall’antropologo Alexandre Lacassagne che, seppur con alcuni distinguo si muove sulla linea degli studiosi italiani.

È a questa data che possiamo far risalire l’atto di nascita della Criminologia francese.

Crimine e psicanalisi.

Bisogna arrivare al XX secolo ed agli anni del primo dopoguerra, per assistere ad un mutamento di tendenza negli studi criminologici. L’approccio puramente antropologico viene abbandonato (la rivista di Lacassagne chiude le pubblicazioni nel 1914), mentre si sviluppa sempre più la tendenza verso un’indagine più specificatamente criminologica, basata su contaminazioni tra diverse discipline: sociologia, giurisprudenza e psicologia.

La psicologia è una scienza antica, ma anch’essa riceve un grande impulso negli ultimi cinquant’anni dell’800 adottando metodi sempre meno empirici e sempre più ricalcati dalla medicina, basati sulla sperimentazione rigorosa.

Naturale quindi che anche l’indagine sulla mente umana entri a pieno titolo tra le discipline coinvolte nell’indagine criminologica.

Naturalmente ho schematizzato moltissimo la narrazione dei fatti, che in realtà furono molto più complessi ed articolati, sia nel primo periodo citato, detto classico, che nel secondo, detto positivo.

Quello che conta in questa sede è sottolineare che la criminologia in Francia, inizia a definirsi meglio, se non come scienza almeno come disciplina o insieme di discipline, proprio negli anni ’20 e ’30 del novecento.

Abbandonate, progressivamente, le tesi ottocentesche basate sull’antropologia e sul “criminale nato”, si arriva gradualmente ad un nuovo approccio alla dimensione del crimine e alla figura del criminale.

Un approccio ben sintetizzato da questa definizione data, in studi recenti, dal dott. Paul Schiff specialista del settore:

“L’atto antisociale non è un incidente fortuito nella vita di un individuo. Non emerge, per così dire, dal nulla come una cometa, ma è invece un sintomo altamente rivelatore della personalità del soggetto; la reazione a un conflitto tra forze opposte, l’individuo e il sociale.”

Nonostante questa grande evoluzione, anche con le nuove concezioni maturate nel ‘900, l’attenzione rimane focalizzata sulla figura del criminale ed il crimine continua ad essere visto sostanzialmente come atto antisociale.

La vittima è data per scontata e non gode ancora di una specifica attenzione da parte degli studiosi, molto più preoccupati dalla pericolosità sociale costituita dalla recidività dei soggetti criminali e dalla necessità di individuare criteri validi per distinguere il criminale punibile, perché consapevole del proprio agire, dal folle non penalmente punibile.

 Maigret antesignano della moderna vittimologia.

Proprio nel pieno di questa nuova ondata di attenzione scientifica verso crimine e criminali, lo scrittore belga trapiantato a Parigi, Georges Simenon, inizia la sua avventura letteraria dentro il genere poliziesco, lanciando la serie dei romanzi dedicati al commissario Maigret.

Siamo all’inizio degli anni trenta del XX secolo e nel pieno di quella che è considerata l’età d’oro del romanzo poliziesco.

Anche nell’ambito della letteratura poliziesca del tempo, l’attenzione degli autori è tutta rivolta alla figura del criminale. Il mistero su cui reggono le trame dei tanti romanzi in circolazione, si basa soprattutto sul come e sul chi possa aver commesso un delitto.

Per tutta la critica del settore il compito del romanzo poliziesco è quello di catturare l’interesse del pubblico sollecitando le sue più o meno incognite paure. Mostrare il crimine come perturbazione del vivere sociale condiviso ed offrire la rassicurante soluzione finale, con la cattura del colpevole e il ritorno all’armonia generale.

Lasciate che i morti seppelliscano i morti.

Le cose però si avviano ad un cambiamento e, come spesso accade, sarà la letteratura ed un geniale scrittore ad anticipare i tempi anche nel settore della criminologia.

Maigret indaga le vittime!

Il 23 febbraio del 1931, lo scrittore Georges Simenon e l’editore Joseph Arthème Fayard presentano al pubblico di Parigi e di tutta la Francia, i primi due romanzi della serie poliziesca destinata a diventare la più famosa al mondo: i 75 romanzi con protagonista il commissario Maigret.

I titoli dei due romanzi destinati ad apparire per primi sono: Monsieur Gallet décédé e Le Pendu de Saint-Pholien.

Le due opere sono state scritte, rispettivamente, nell’estate e nell’autunno del 1930, precedute. però, da altre due della stessa serie: Pietr le Letton scritto nel 1929 (il primo Maigret mai realizzato) e Le Charretier de la Providance, sempre dell’estate 1930.

Per il lancio della collana, nella famosa notte del Ballo antropometrico, i riferimenti al mondo criminale e poliziesco si sprecano: gli inviti hanno l’aspetto di un mandato di comparizione e le decorazioni della sala rappresentano delitti e immagini antropometriche. Tutto l’armamentario di quello che era, in quel tempo, la tecnica di indagine criminologica.

Eppure i due romanzi scelti per  quell’importante esordio raccontano storie differenti dal solito.

Due storie senza veri colpevoli: solo vittime.

“«Saprò chi è l’assassino quando conoscerò bene la vittima…» – da Monsieur Gallet décédé”

Con questa risposta sibillina il commissario con la pipa chiarisce fin da subito, a chi si permette di criticare il suo operato, ma ancora di più ai propri lettori, quale sarà il suo approccio al delitto.

Conoscere la vittima!

È una novità nella storia della letteratura poliziesca, ma è una novità anche nel mondo delle scienze criminologiche che, come abbiamo visto, restano decisamente ancorate allo studio della personalità del criminale, ignorando del tutto la figura della vittima ed il suo complesso rapporto con il proprio carnefice.

Due romanzi Maigret con al centro le vittime.

Il Monsieur Gallet deceduto di cui Simenon racconta la vicenda, è una vittima per eccellenza.

Non bello, non sano, non ricco, anzi: poverissimo.

In più l’assurdità di un nome blasonato che lo costringe ad una giovinezza di stenti, in collegi dove altri giovani più fortunati di lui lo snobbano per la sua povertà.

Odia a tal punto il proprio cognome aristocratico da credere ad un colpo di fortuna quando un furbastro, senza scrupoli né morale, si offre di comprarglielo. Al contrario, quella scelta si rivelerà fatale.

Tradito da tutti, persino dal figlio arrivista e profittatore, dopo un’esistenza grama e tribolata, Gallet, diventa vittima anche di se stesso. Vittima in senso letterale perché arriva ad orchestrare il proprio “omicidio”.

Solo Simenon poteva immaginare una storia così drammatica, grottesca e disperata.

L’altro romanzo, L’impiccato di Saint-Pholien, non è da meno del precedente, anzi, potremmo definirlo quasi un trattato di Vittimologia: disciplina che per altro, nel 1931, ancora non esiste.

In quelle pagine, ispirate da vicende che lo scrittore ha vissuto in prima persona, Simenon allarga l’ottica della sua osservazione ben oltre il convenzionale, abbracciando vittime dirette ed indirette, fino alla generazione successiva.

Tutti sono delle vittime in questo romanzo!

Il morto, certamente, assassinato con assurda ferocia, ma anche i complici del crimine sono delle vittime, come lo sono le loro famiglie, le mogli ed i figli. L’assassino stesso è una vittima, non meno di tutti gli altri.

Nella narrazione della vicenda, Simenon, si spinge oltre ed arriva, profeticamente, a delineare un rapporto diretto tra omicida ed assassinato, evidenziando per la prima volta, almeno in un romanzo, quel rapporto con il carnefice, in cui la vittima non è più solo un soggetto passivo, ma un protagonista in grado di incidere in modo significativo sulla dinamica del fatto criminale.

Dico profeticamente perché questo rapporto dinamico tra vittima e carnefice inizierà ad essere posto in luce solo alcuni anni dopo l’uscita del romanzo di Simenon e sarà alla base di una nuova indagine criminologica: la vittimologia.

Romanzi maigret

Quando nasce il concetto di vittimologia?

Solo nel 1937, Benjamín Mendelsohn, avvocato penalista rumeno, per primo concentrerà la sua analisi sulle vittime. Il suo lavoro verrà pubblicato su la Revue de droit pénal et de criminologie nel 1958.

Préoccupés en premier lieu par l’idée de trouver de nouveaux moyens efficaces dans la thérapeutique et la prophylaxie de la criminalité, nous essayons d’ouvrir une voie nouvelle dans le domaine de la biologie sociale vers un facteur complètement ignoré jusqu’à présent et qui est cependant le premier intéressé à voir combattre la criminalité : La victime.

De tout temps, la victime n’a pas été suffisamment étudiée, suffisamment défendue en justice, ni suffisamment soutenue par l’opinion publique dans la vie sociale. En effet, la science ne s’est jamais occupée de la victime en tant que victime. Jamais la victime n’a été considérée comme un problème en soi, jamais elle n’a été étudiée comme l’a été la personnalité du criminel. En justice, la victime a toujours été considérée — en principe — comme un produit exclusif de l’infracteur, ce qui constitue une erreur. Le criminel, c’est-à-dire l’élément qui nuit, a été partout et toujours l’objet de l’attention générale, tandis que la victime, c’est-à-dire l’élément qui souffre, a toujours été laissée dans l’ombre. La victime a été généralement considérée comme un facteur passif. Jamais le problème de savoir si et quand certains penchants ou défauts de certaines personnes — soit innés ou acquis ultérieurement — peuvent déterminer l’attitude d’être susceptible de devenir plus facilement victime, n’a été élevé au niveau d’une science. Le peu que la criminologie a réussi à réaliser dans la thérapeutique et la prophylaxie du délinquant, n’a pas été appliqué au sujet de la personnalité de la victime. Elle n’a été considérée sous cet angle ni par la biologie, ni par la psychologie, ni par la sociologie. (da Gallica)

Lo seguirà sulla stessa via il tedesco Hans von Hentig, ma solo nel 1948, quando pubblica Le Criminel et sa victime; siamo ormai negli anni del secondo dopoguerra.

È proprio intorno al 1950 che si consolida finalmente una seria intenzione ad analizzare, insieme, i due protagonisti, opposti e complementari, dell’azione criminosa e ad studiarne le tipologie di rapporto. Le vittime iniziano a guadagnarsi un posto nella storia della Criminologia. Un posto che però, come abbiamo visto in precedenza, non è ancora sufficientemente centrale, almeno nella narrazione pubblica dei fatti criminosi.

Non centrale quanto lo ritenevano Maigret ed il suo autore Simenon.

Dalla vittima al colpevole andata e ritorno.

In realtà, alle origini della convivenza umana, erano la vittima ed i suoi famigliari a stabilire l’entità dell’offesa subita e le modalità della pena necessaria. La parte offesa decideva se ricorrere a sua volta ad un atto violento o accettare in compensazione un risarcimento in denaro o altro.

Con l’evolversi delle organizzazioni statali, le cose, in questo ambito, sono cambiate completamente.

Il reato è stato sempre più concepito come un atto rivolto non tanto contro il singolo individuo, ma contro la comunità statale nel suo complesso.

Il ruolo della vittima perde così moltissima importanza. Il malfattore è visto come un perturbatore dell’ordine sociale e come tale viene perseguito. Combattere il crimine o ridurne le conseguenze è un compito affidato unicamente a specifiche organizzazioni dello Stato e comprendere le dinamiche criminali diviene una necessità essenziale al mantenimento degli equilibri interni alla società stessa. Ne consegue il rilevante interesse di un numero sempre crescente di studiosi in diversi ambiti della scienza.

Vittimologia, criminologia e crimine.

La vittimologia è un settore, piuttosto recente, di quella disciplina semi scientifica nota ormai anche al grande pubblico con il nome di criminologia.

Le tante trasmissioni televisive sorte negli ultimi decenni per occuparsi di casi criminali che appassionano l’opinione pubblica, hanno abituato un po’ tutti noi alla figura di quel particolare tipo di analista della realtà criminale che, in virtù di complesse e non del tutto chiare competenze specifiche, si fregia della qualifica di criminologo e ci spiega il perché ed il percome un dato crimine è stato commesso, delineando il profilo di colui, o colei, che potrebbe averlo commesso.

Ancora oggi, in effetti, l’attenzione principale di studiosi e pubblico è per lo più rivolta alla figura del colpevole: del criminale.

L’eterna curiosità di lettori e spettatori, che ha fatto la fortuna planetaria di un intero genere, letterario, cinematografico e ora televisivo, unita alla necessità professionale degli investigatori di assicurare alla giustizia coloro che commettono azioni criminali, contribuiscono, insieme, a focalizzare l’attenzione di analisti e studiosi sul soggetto attivo del fatto criminale e sulle modalità di esecuzione del crimine perpetrato.

Oggi però anche il ruolo e la figura della vittima hanno iniziato ad assumere un peso crescente, sia nell’interesse degli addetti ai lavori che in quello dell’opinione pubblica.

Anzi, sull’onda della crescente emotività del pubblico, non è raro imbattersi in prese di posizione intransigenti, che ignorano completamente il rischio connesso ad un’amministrazione della Giustizia che non tenga conto delle garanzie per l’accusato, necessarie ad un giusto processo.

Maigret ed il rapporto fra vittima e carnefice.

Il motto di Maigret è “comprendere, non giudicare”. E Maigret comprende: comprende soprattutto chi è la vera vittima di un dato crimine e quali dinamiche legano questa con il suo carnefice.

Guardando con attenzione ai tanti romanzi della serie dedicata al commissario della Squadra omicidi parigina, vediamo come, nella maggior parte delle vicende, anche quando il poliziotto sembra trascurare la vittima e non prestarle particolare attenzione, il suo atteggiamento nasce da una percezione interiore ed immediata che gli rivela il rapporto tra i due soggetti coinvolti nel dramma e indirizza la sua indagine nella giusta direzione. Accade, per esempio in Le chien jaune o anche in L’ombre chinoise.

Quando questa percezione non è immediata, perché mancano elementi di giudizio, allora il commissario è costretto ad indagare sulla vittima e attraverso questa giunge ad identificare il colpevole. Un caso classico in questo senso lo troviamo nel romanzo Maigret et la jeune morte.

Addirittura, in un romanzo come Maigret et le corps sans tête, il fatto che il cadavere, ritrovato a pezzi nel canale Saint- Martin, appartenga ad un uomo e questo rappresenti un’anomalia all’interno della casistica vittimologica di quello specifico luogo (sono sempre donne, quelle ritrovate a pezzi in quelle acque), spinge Maigret a cogliere con particolare attenzione certi dettagli e certi comportamenti, coerenti con l’idea, subito maturata in lui, di un particolare tipo di rapporto fra la vittima e l’omicida.

Tantissimi i casi in cui l’analisi della vittima, immediata o complessa che sia, offre la chiave di lettura per risolvere il caso.

La vittimologia è una disciplina in divenire.

Quello di Simenon è un punto di vista rivoluzionario, che ha contribuito a rinnovare potentemente il romanzo poliziesco ed ha rivelato una crescente attenzione per i “dimenticati” dal crimine moderno.

Dopo di lui, abbiamo visto, eminenti studiosi si sono impegnati a risolvere il gap scientifico ed istituzionale che separava la vittima dal colpevole.

La vittimologia è, ancora una scienza giovane, ma ha compiuto negli ultimi decenni molti passi in avanti ed ora l’attenzione alle vittime è decisamente ad un livello maggiore, almeno sulla carta.

Non solo le vittime di reati, ma anche quelle di abusi e discriminazioni godono di una crescente attenzione da parte delle autorità preposte e dell’opinione pubblica.

L’importante è comunque porre molta attenzione a non commettere l’errore opposto e a trasformare a sua volta il presunto colpevole in un vittima egli stesso.

Maigret e Simenon ce l’hanno spiegato molto bene.

Le vittime e la vittimologia. Teorie e applicazioni

Vittimologia e psichiatria

Foto del post di RODNAE Productions da Pexels


 

Maigret padre della vittimologia.ultima modifica: 2021-07-01T02:37:01+02:00da albatros-331
Reposta per primo quest’articolo