Georges Simenon, Dostoevskij e Maigret

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Georges Simenon, Dostoevskij e Maigret: la mancanza di libertà dell’essere umano.

Georges Simenon, Dostoevskij e Maigret.

Simenon, Dostoevskij e Maigret. Due scrittori e un Commissario.

Cosa significa questo accostamento, in apparenza così proditoriotra il grande letterato russo, lo scrittore belga e il personaggio d’un commissario da libri polizieschi?

Perché, non ci sono dubbi in proposito: i romanzi che Georges Simenon ha dedicato al commissario Maigret sono sicuramente dei polizieschi. C’è un delitto, una vittima, un colpevole. Il classico triangolo di ogni giallo che si rispetti.

Ma i romanzi Maigret non sono solo dei polizieschi. Certo sono romanzi d’indagine. Dei romanzi d’indagine hanno la struttura essenziale. L’impostazione di massima. C’è un delitto, un inchiesta, un investigatore che indaga. Al principio c’è sempre una vittima, alla fine ci sarà un colpevole.

I primi romanzi Maigret degli anni trenta del novecento, quelli delle edizioni Fayard per intenderci, potrebbero essere addirittura catalogati come romanzi d’azione!

A differenza, però, dei tanti romanzi che hanno fatto la fortuna del genere poliziesco, queste indagini di Maigret, scavano nell’animo del soggetto indagato molto più di quanto facciano intorno a lui, alla ricerca di indizi o prove determinanti.

Solo che, in questi romanzi di Georges Simenon, il soggetto indagato non è sempre il colpevole. Molto spesso è la vittima; altre volte è l’ambiente in cui è maturato il delitto.

Del famoso metodo Maigret abbiamo già scritto in altri post, ma non è quello l’argomento della nostra analisi di oggi.

C’è un aspetto decisamente più interessante del metodo con cui il commissario parigino conduce la sua indagine. Un aspetto, a mio avviso, più importante e, oserei dire, addirittura sostanziale.

Maigret sostiene di non averlo un metodo e, forse, per certi aspetti, gli si potrebbe dare ragione. Non tutte le sue indagini prendono le mosse allo stesso modo e, se esiste una routine investigativa, questa è lasciata ai collaboratori del commissario. È la formidabile macchina della Polizia Giudiziaria che si muove ed agisce secondo gli standard tipici della professione.

Maigret appare come un direttore d’orchestra che tutto coordina ed organizza e proprio attraverso quell’organizzazione ottiene il vantaggio che gli serve sul suo antagonista. Può accadere, addirittura, che il commissario sembri quasi subire l’azione della struttura che egli stesso dirige. Come un solista che aspetti il suo turno per suonare finalmente la giusta melodia. Quella determinante.

Perché tutto quel darsi da fare di tanti, non porterà alla vera soluzione del caso, se lui, Maigret, non saprà penetrare intimamente nell’essenza del dramma che ha condotto il colpevole al delitto o la vittima al suo triste epilogo.

Si, perché in certe inchieste nemmeno conta poi tanto il colpevole!

Il punto vero, quindi, non è il metodo, ma l’indagine in se stessa! O, ancora meglio: il soggetto dell’indagine.

Su cosa indaga veramente Maigret?

Molto spesso nelle sue indagini è costretto a partire dalla vittima. È normale. In un delitto misterioso, la vittima è l’unico dato noto, inizialmente, nelle mani degli investigatori.

In altri casi l’indagine muove i suoi passi partendo dal principale sospettato. In altri da un personaggio che in qualche modo ha attirato l’attenzione del commissario.

Può accadere, anche, che ci sia già un presunto colpevole arrestato e condannato, ma Maigret sente dentro di se che qualcosa non torna. Si tratta di casi che Maigret è costretto a riprendere in mano perché, per un qualsiasi motivo (la stampa affamata di notizie, un avvocato ambizioso, un magistrato troppo invadente), lo hanno obbligato a muoversi senza la necessaria autonomia, provocando un prematuro precipitare degli eventi. Egli non è riuscito a condurre l’inchiesta come avrebbe voluto e i risultati non lo soddisfano.

In altri casi ancora è l’osservazione dell’ambiente in cui il delitto è maturato ed è stato commesso, a fornire al commissario i primi spunti per muoversi dentro la vicenda. Si potrebbe dire che il luogo o i luoghi, rappresentino un tutt’uno con la fisionomia dell’antagonista, vittima o colpevole che sia, con cui Maigret si confronta di volta in volta.

L’ambiente come specchio che riflette l’immagine dell’unico luogo veramente essenziale. Un luogo che si trova sempre dentro e non fuori dall’intimità delle persone indagate.

Georges Simenon, Dostoevskij e Maigret.

Maigret è un poliziotto, non un investigatore privato. Questo, evidentemente, gli impedisce di scegliere i casi cui interessarsi o meno.

Nella sua lunga carriera sono state molte di più le inchieste in cui ha dovuto occuparsi di crimine comune, perseguendo delinquenti più o meno incalliti. Gente che, per un motivo o per l’altro, ha scelto di vivere fuori dalla legge.

È lo stesso commissario che, attraverso la penna del suo autore, rivela questa semplice verità, a noi appassionati lettori, nel romanzo Les Mémoires de Maigret, scritto negli Stati Uniti nel 1950 e pubblicato in Francia l’anno successivo.

Da quelle stesse pagine veniamo a sapere che, in effetti, Maigret e i suoi colleghi sono perfettamente a loro agio ad inseguire comuni malviventi.

È una partita giocata alla pari. Il malvivente gioca le sue carte, così come il poliziotto, ed entrambi agiscono secondo regole abbastanza precise. In questo modo il delinquente è sempre prevedibile e, prima o poi, è destinato a cadere nella rete.

Salvo rare eccezioni, è sempre questione di tempo. Alcuni banditi, dopo i primi passi falsi di gioventù, riescono a restare a lungo impuniti e, qualche volta, persino a ritirarsi in tempo dagli “affari”, ma, come ho detto, si tratta di eccezioni.

La regola è che, alla lunga, il crimine non paga e la polizia finisce per avere la meglio. Sempre che un regolamento di conti interno a una banda non risolva anticipatamente il problema.

Questa attività investigativa contro la delinquenza, comune od organizzata che sia, sarà anche la prevalente, ma è la meno interessante per lo scrittore, quando questi, come appunto Simenon, vuole approfittare di un genere letterario di largo consumo per indagare i meandri dell’animo umano.

simenon con pipa

Georges Simenon

Un’indagine cui lo scrittore belga dedica tutta la sua opera. Tutti i suoi romanzi: Maigret e non Maigret. Di lui si può ben dire, come di Dostoevskij: che era tormentato dal problema dell’uomo. Tormentato, infondo, dal problema di se stesso.

“Riesco abbastanza bene nello studio del ‘significato dell’uomo e della vita’; posso studiare i caratteri mediante la lettura degli scrittori in compagnia dei quali trascorro liberamente e gioiosamente la parte migliore della mia vita; non ti dirò più nulla su di me. Mi sento sicuro di me. L’uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere uomo.” –Fëdor Dostoevskij– Lettere sulla creatività-

Questo parallelismo tra il grande scrittore russo dell’800 e lo scrittore belga esordiente nella Parigi del primo dopoguerra, non sfugge ad Alberto Savinio che pure,nel 1932, non aveva avuto modo di leggere, di Simenon, altro che pochi romanzi Maigret.

Scrive Savinio nella lusinghiera critica su “L’Ambrosiano” del 23 agosto 1932:

“Redattore di romanzi mensili e popolari, Georges Simenon, sotto sotto, è un Dostoewski minore: e dietro il meccanismo poliziesco dei suoi libri, par di sentire la voce più intima dell’autore, che con insistenza dolce avverte: maiora canamus.”

 

Ancora di là da venire sono i romanzi duri di Simenon. Lontanissimi sono anche i Maigret del secondo dopoguerra, sempre più drammatici e, spesso, spietati.

Alberto Savinio rivendicherà con meritato vanto questa sua “scoperta” di Simenon come autentico scrittore, in un altro articolo apparso in “L’Italiano” nel numero di settembre/ottobre 1936:

“Sono stato il primo a scoprirlo come scrittore serio.”

Georges Simenon, Dostoevskij e Maigret.

Quel Maiora canamus non sfuggito a Savinio, quel “qualcosa di più elevato” presente nella scrittura di Simenon, è proprio lì già presente nei romanzi della serie Maigret, all’apparenza così semplici. In essi l’autore riesce a conferire alla sua ricerca sull’uomo, quasi la compiutezza di una teoria.

Nei romanzi duri, che seguiranno e accompagneranno Maigret per tutta la sua lunga storia, lo scrittore indaga l’uomo posto al “limite” del suo percorso esistenziale. Vuole rivelare “l’uomo nudo” così come appare al momento della caduta di tutte le rassicuranti certezze, convenzioni e abitudini, dietro le quali egli è, fino a quel momento, riuscito a mascherarsi, più o meno, consapevolmente.

Nei romanzi della saga Maigret, Simenon, muovendosi tra le vittime e i colpevoli cerca di mettere in luce le ragioni di quelle stesse certezze, convenzioni e abitudini. Ne mostra l’importanza e il valore di condizionamento, che esse hanno, sulla nostra stessa esistenza.

Non più l’osservazione del momento in cui un uomo o una donna qualsiasi (non dediti al crimine per professione), si trovano a “passare la linea” che separa per sempre dalle regole della convivenza civile ed a commettere un delitto o a provocare la propria autodistruzione.

Maigret indaga e, attraverso la sua azione, accompagna noi lettori in un viaggio dentro i moventi nascosti dell’esistenza umana. E quello che ci mostra è essenzialmente un’essere umano privo di un’autentica Libertà.

La vittima e il colpevole, l’ambiente in cui essi si trovano ad interagire, compongono un quadro sconcertante, caratterizzato da una sorta di predestinazione o, almeno, da una mancanza di reali alternative.

Simenon, Dostoevskij e Maigret.

A proposito di Georges Simenon si cita sempre, e con ragione, la sua nota passione per la psicologia, ma potrebbe non essere lontano dal vero che, anche per lui come per Dostoevskij, ci si debba riferire anche ad una pneumatologia: una “dottrina dello Spirito”.

Una dottrina dello Spirito, quella proposta da Simenon, in cui, e qui ci si distacca da Dostoevskij, è assente l’idea di Dio ed è messo in forte discussione quel concetto di Libertà, fondamentale per il russo.

Simenon è uno scrittore e non un filosofo come, anche fu Dostoevskij, ma sembra sviluppare, nella sua opera, un concetto che acquista il valore di una teoria: la libertà individuale è pura illusione.

Troppi sono i condizionamenti che concorrono a limitare questa teorica possibilità senza limiti che chiamiamo Libertà.

Siamo condizionati, innanzi tutto da noi stessi, dalle nostre passioni e paure, dal nostro modo di intendere e sentire la vita. Siamo condizionati dall’ambiente in cui cresciamo e viviamo, dalle aspettative che gli altri hanno su di noi, dall’educazione che riceviamo, dalle persone che incontriamo.

E su tutto a dominare è la paura!

“Tutti hanno paura. Si insegna a dissipare quella dei bambini con racconti di fate, ma poi, non appena incomincia la scuola, il bambino teme di mostrare ai genitori una pagella con brutti voti. Paura dell’acqua, paura del fuoco. Paura degli animali. Paura dell’oscurità. Paura, a quindici, a sedici anni, di scegliere male il proprio destino, di fallire. Nella sua semincoscienza, tutte queste paure diventavano note di una sinfonia sorda e tragica. Le paure latenti che ognuno porta dentro di sé fin nel profondo, le paure acute che fanno gridare, le paure di cui poi ci si burla, la paura di un incidente, delle malattie, dell’agente di polizia, la paura degli altri, di quello che dicono, di quello che pensano, degli sguardi che ci fissano mentre passiamo.” – La pazienza di Maigret –

 

Per questo Maigret, comprende senza giudicare. Perché non riconosce nell’altro una libera scelta completamente sanzionabile.

L’Emile Ducrau de L’écluse n. 1 e la Louise Laboine di Maigret et la jeune morte, vanno inconsapevolmente verso la propria rovina trascinati dall’essenza stessa del loro essere, da tutta una serie di condizionamenti e paure che impedisce loro di fare altre scelte. Il destino, per uno sarà un giovane incauto guardone, per l’altra un criminale ingenuo e il laccio troppo robusto di una borsetta.

Non meno di loro vanno nella stessa direzione il Radek di  La tête d’un homme o l’Aline Calas di  Maigret et le corps sans tête. Lo stesso sarà per i fiamminghi, nella loro grande casa sulla frontiera.

La rovina arriva implacabile e, spesso, dovuta semplicemente al caso o alla semplice impossibilità di qualcosa di diverso. Sarebbe si, potuto essere “altro”, ma, date le premesse, il drammatico finale è quasi certo. Ed è solo questione di tempo.

Ho citato pochi personaggi, vittime e colpevoli, ma ce ne sono molti di più nei romanzi Maigret.

Simenon ci dice che non conosciamo abbastanza noi stessi per poter ponderare nel modo migliore per noi. E se, alla fine, la scelta è sicuramente individuale, essa risulta viziata dal principio da tutta una serie di fattori indipendenti da noi.

Altri incontri, altre scelte e la tragedia si sarebbe evitata. Semplicemente non sarebbe avvenuta. E Maigret, l’aggiustatore di destini, sempre lì a lamentarsi d’arrivare troppo tardi. Quando tutto è ormai compiuto e non resta che cercare un colpevole. L’ultimo.

Simenon ci mostra tutto questo e ci lascia senza alternativa perché persino Maigret è diventato poliziotto per un incontro casuale con un uomo che gli ricordava suo padre! Nessuna possibilità.

A differenza di Dostoevskij, in Simenon, non c’è un Dio a cui fare riferimento. Un Cristo sulla Croce a fissare la via tra il bene e il male. Non c’è nemmeno quella necessità del Male indispensabile ad una piena Libertà. Restano solo le nostre scelte compiute sotto l’influenza di mille condizionamenti.

Simenon, Dostoevskij e Maigret.

Non vi sono molti religiosi nei romanzi Maigret. Forse il più significativo è il parroco di Saint-Fiacre nel romanzo del 1932 L’affaire Saint-Fiacre. In questa vicenda il “delitto”, eseguito in modo assai inconsueto, avviene proprio nella chiesa del paese e durante lo svolgimento della prima Messa del mattino. La figura del parroco è contrapposta a quella del “medico” del paese. Spiritualità religiosa opposta alla razionalità illuminista. Nessuno dei due completamente sincero con se stesso. Alla fine sembrano rappresentare entrambi due opposti condizionamenti piuttosto che due diverse soluzioni.

Più frequenti i riferimenti al mondo ovattato e silenzioso dei conventi, dove suore devote quanto diafane, sembrano vivere in una loro dimensione completamente fuori dal tempo presente.

Per il resto pochi accenni a visite ai defunti o a frettolose cerimonie funebri, dove anche il celebrante sembra avere, spesso, fretta di tornarsene a casa.

Tornano, ogni tanto, i ricordi d’infanzia di Maigret; di quando, bambino, serviva Messa al mattino presto, vestendosi in fretta nella gelida sagrestia ed aspettando la colazione con l’uovo alla coque in canonica.

Credo ci sia un motivo ben preciso che spiega questa sostanziale assenza della dimensione religiosa nei romanzi Maigret e nei personaggi che li animano.

C’è chi sostiene che lo scrittore belga, abile imprenditore di se stesso, abbia volutamente omesso argomenti spinosi come la politica e, appunto, la religione. Prese di posizione in un senso o nell’altro gli avrebbero inevitabilmente alienato parte del pubblico potenziale.

Naturalmente è possibile, anche se non ne sono del tutto convinto. C’è, nei suoi romanzi un sotteso politico e, allo stesso modo ce n’è uno religioso.

Non sono, naturalmente, le prese di posizione aperte e definitive di un militante. Georges Simenon non militava in nessuna formazione politica e non rappresenta certo il classico intellettuale al servizio di un’idea, che il secolo breve ci ha abituati a conoscere e che ancora oggi vediamo in televisione ogni giorno o leggiamo sui giornali.

Sono, le sue, delle sottili osservazioni, non dette, ma costantemente di sfondo al dipanarsi delle vicende narrate. Le osservazioni di un “osservatore”.

Così se non troviamo Dio nei suoi romanzi, se non incontriamo figure devastate da una ricerca spirituale interiore, non dobbiamo concludere che l’assenza totale si una dimensione religiosa nelle sue opere, sia frutto di superficialità o disinteresse al tema.

Quella di Simenon, riguardo a Dio, o per meglio dire, alla sua assenza (al di là delle sue convinzioni personali), non è la posizione di un ateo che negando la divinità non ne considera l’importanza.

La sua è l’osservazione acuta di chi ha colto il segno del suo tempo: l’assenza di Dio dalla nostra dimensione quotidiana.

“Dio è morto e il cielo è vuoto”. Rimane l’uomo e la sua paura!


Purtroppo (per noi italiani) ancora solo in francese questo libro di Didier Gallot del 1999
Simenon ou la comédie humaine

Tutte le opere di Simenon ed. Mondadori.


Georges Simenon, Dostoevskij e Maigretultima modifica: 2018-12-21T07:58:48+01:00da albatros-331
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