Maigret alla difesa di Simenon

georges simenon con pipa e cappello

Maigret difende Simenon.

Maigret alla difesa di Simenon.

Nel gennaio del 1951 esce, in Francia, pubblicato per i tipi di Presses de la Cité, la nuova case editrice con cui Simenon collabora dal 1945, il romanzo Le memorie di Maigret.

Nel momento in cui scrive quest’opera Simenon non risiede in Francia da cinque anni. Vive negli Stati Uniti, dove ha deciso di trasferirsi, dopo un breve soggiorno in Canada, al termine del secondo conflitto mondiale.

Questo, Le memorie di Maigret, non è un romanzo come gli altri della serie, realizzati fino a quel momento. Non assomiglia neppure a tutti quelli che verranno in seguito.

È il romanzo in cui il commissario Maigret racconta se stesso ed il suo lavoro e, al contempo, approfitta per difendere Simenon in merito ad alcune questioni che, in quel momento, potrebbero nuocergli e non poco.

Le memorie di Maigret: un romanzo unico.

Affermare che il romanzo in questione rappresenti assolutamente un unicum nell’insieme della saga maigrettiana, non è un’esagerazione: è un evidente dato di fatto.

Non è un caso che sia anche l’unico Maigret da cui non sia stato realizzato nessun adattamento per il cinema o per la televisione.

Si tratta di un’opera completamente diversa da tutte le altre. Non fosse altro perché non è un giallo. Non è un romanzo poliziesco. Nessun intrigo, nessuna inchiesta, nessun delitto.
Le memorie di Maigret

È la biografia essenziale di un personaggio, scritta dal suo autore!

Les mémoires de Maigret è la biografia essenziale di un personaggio scritta dal suo autore, ma attraverso il punto di vista del personaggio stesso.

Essendo la “biografia” di Maigret è evidente che il romanzo diventa un testo importante per tutti gli appassionati del personaggio simenoniano per antonomasia. Fondamentale per ricostruire la vicenda umana del nostro beniamino. È proprio in queste pagine che si ritrovano le notizie più dettagliate sulla sua gioventù, sulla sua famiglia, sui suoi anni da studente.

Dove è nato? Chi erano i suoi genitori? Come e dove ha vissuto prima di approdare a Parigi? Tutte domande che solo in questo romanzo trovano una esaustiva spiegazione.

Il lettore viene a conoscenza delle circostanze che hanno portato il giovane Maigret alla scelta di entrare in polizia e, cosa altrettanto importante, al suo incontro con la futura moglie Louise: l’amata M.me Maigret.

Otto capitoli in cui, con grande originalità, Simenon costruisce una storia intorno al suo personaggio. È lo stesso personaggio a presentare se stesso e lo fa partendo dall’incontro del commissario proprio con il suo autore.

I due si incontrano per la prima volta nell’ufficio del direttore della polizia giudiziaria, il “mitico” Xavier Guichard (personaggio realmente esistito). Lo scrittore vuole documentarsi sull’ambiente reale in cui opera la polizia e gli serve un “cicerone” (o forse meglio un “Virgilio”) che lo accompagni nei vari ambienti e gli mostri il vero lavoro del poliziotto e le atmosfere in cui si svolge.

Da questo incontro nascerà il personaggio dei romanzi polizieschi più famosi di Francia.

Due Maigret a confronto quindi: quello dei romanzi di Simenon e quello in carne ed ossa, che in carne ed ossa non è, che avrebbe ispirato lo scrittore.

Maigret, ormai in pensione, descrive il suo primo incontro con Simenon, e quelli successivi più importanti. Racconta di se stesso, un po’ turbato e sorpreso, che si vede trasformato in un personaggio da romanzo popolare ad ampia diffusione e poco prezzo (in realtà nemmeno tanto poco).

Emergono dai dialoghi tutte le perplessità del poliziotto che vede raccontato, se stesso ed il suo lavoro, in un modo che inizialmente non capisce e nemmeno approva.

Vede la sua vita, privata e professionale, romanzata in una maniera che a lui pare del tutto irreale, e di questo chiede conto a Georges Simenon, responsabile, ai suoi occhi, di quella fastidiosa mistificazione.

Con pazienza, lo scrittore spiega al poliziotto la sua teoria su come la realtà, quella vera, possa apparire al pubblico molto meno probabile di quella romanzata e come, al contrario, una verità artefatta, nel modo giusto, possa risultare per i lettori più vera del vero.

Due Maigret a confronto.

Così eccoci di fronte a due Maigret: il personaggio letterario, che siamo abituati a conoscere e il suo doppio, la figura reale da cui l’autore avrebbe preso ispirazione.

Questo “secondo Maigret”, giunto ormai alla pensione dal servizio attivo in polizia, decide di ristabilire almeno un po’ di quella verità, su se stesso, che, a detta dello scrittore belga, non avrebbe interessato nessuno.

Vediamo quindi il Maigret pensionato raccontare la sua professione com’è veramente e, bisogna dirlo, in effetti, non si può fare a meno di convenire con le ragioni dello scrittore: molto più affascinanti e coinvolgenti le avventure romanzate che hanno fatto la fortuna di Simenon…e di Maigret.

Otto capitoli, abbiamo detto, compongono questo libro Le memorie di Maigret. I primi due sono dedicati soprattutto all’incontro con Simenon, alla scoperta del personaggio da lui creato e alle conseguenze immediate della notorietà che, improvvisamente, “colpisce” il commissario.

Poi viene la storia di Maigret, quella più intima e privata: l’infanzia, la morte della madre, la figura paterna così importante nella vita del ragazzo, prima, e dell’uomo, poi.

E ancora gli studi scolastici e quelli universitari presto interrotti, la perdita anche del padre, la decisione di partire per Parigi, quella di entrare in polizia.

Un bel capitolo racconta l’incontro di Maigret con la futura sposa, durante una festa a casa dei nonni di lei. Maigret viene introdotto in quell’ambiente da un ex compagno di studi ritrovato per caso a Parigi.

Il giovane poliziotto deve utilizzare l’abito da sera di suo padre, l’unico che possiede, non proprio della sua misura, ma sufficientemente elegante per presentarsi in un ambiente che l’amico, esagerando, gli ha descritto come estremamente mondano.

La narrazione dell’arrivo dei due giovani nell’appartamento dove si svolge la festa riecheggia, vagamente, certe pagine di Bel Ami, il capolavoro di Guy de Maupassant.
Bel-Ami di Guy de Maupassant

Dopo un primo incontro tra il ridicolo ed il disastroso, ecco che Maigret e la giovane Louise si scoprono innamorati. I primi appuntamenti, il primo bacio. Il fidanzamento e il matrimonio.

Naturalmente compare, a questo punto l’appartamento di Boulevard Richard Lenoir, che la coppia affitta senza sapere che, da lì, non se ne andrà mai più.

Molti dei capitoli successivi sono utilizzati dall’ex commissario per raccontare la sua gavetta in polizia e per sottolineare quanto il “mestiere” sia diverso, nella realtà, da quello che emerge nei romanzi ideati da Simenon.

Pochi i casi eclatanti che animano la routine professionale. Pochissime le inchieste che coinvolgano gente comune improvvisamente trasformatasi in assassini. Peccato che siano proprio queste le uniche indagini, a detta di Simenon, ad attirare l’interesse del giovane scrittore e del suo pubblico.

Quasi quotidiana, per un vero poliziotto, la lotta contro il crimine comune, organizzato o meno che sia. Piccoli o grandi delinquenti, francesi od immigrati, che per sfuggire alla miseria o per avidità o avventura, si mettono definitivamente contro la società e, immancabilmente, finiscono per incappare nella rete che la polizia, pazientemente, non smette mai di tendere intorno a loro.

La soluzione di un caso, poi, non è mai frutto del lavoro di un uomo solo (come sembra apparire nei romanzi), ma della collaborazione di tantissime persone; spesso anche di diversi organismi di polizia.

Tutto molto quotidiano, molto meccanico: in definitiva…molto noioso.

Alla fine se ne rende conto lo stesso Maigret, quello in pensione, e finisce con il convenire che c’è, forse, più verità, o almeno più verosimiglianza, nei racconti dello scrittore, di quanta riesca a metterne lui, nella complessa descrizione della reale attività di polizia, che l’ex commissario si sforza di scrivere.

Alla fin fine, lo sforzo di scindere se stesso dal suo doppio si rivela piuttosto velleitario: Simenon aveva visto giusto e di Maigret ne esiste solo uno.

Ecco, grosso modo, il senso di questo romanzo. Simenon gioca con il suo personaggio e ne approfitta per raccontarci meglio la sua storia e, un po’, certe sue teorie sulla narrazione letteraria.

Tutto qui? No, naturalmente c’è dell’altro.

Maigret alla difesa di Simenon.

Per capirlo bisogna ritornare indietro di una manciata di anni: al momento in cui Simenon con la moglie Tigy decidono di lasciare la Francia, loro patria d’adozione, ed attraversare l’Atlantico.

La guerra è finita da pochissimo e la Francia non è un luogo troppo sicuro per lo scrittore belga. Perché? Girano voci di una sua presunta collaborazione con gli occupanti tedeschi durante la guerra e, di li a poco, in Vandea, il comitato d’epurazione per gli scrittori lo condanna a non pubblicare più in Francia.

C’è chi ricorda ancora certi suoi articoli, decisamente antisemiti, scritti al tempo della sua collaborazione alla Gazette de Liège.

Simenon aveva allora solo diciassette anni, ma è pur sempre un brutto viatico per un uomo di cultura e di successo, in quel preciso momento storico. In sovrappiù, suo fratello Christian è stato un membro attivo del movimento Rexista, in Belgio, e sarà, per questo, condannato a morte in contumacia.

In realtà la presunta “collaborazione” di Georges Simenon con i tedeschi si limita alla vendita dei diritti, relativi ad alcuni suoi romanzi, alla Continental, la potente casa cinematografica tedesca che fa capo al Ministero della propaganda e allo stesso Joseph Goebbels.

Questo gli ha consentito di sottrarsi all’attenzione di alcuni zelanti funzionari del Governo di Vichy che si ostinavano a sospettare ascendenze ebraiche nel cognome Simenon. Certo grazie ai tedeschi ha ottenuto anche discreti guadagni e ampia libertà di movimento, tutte cose che appaiono sospette agli uomini della F.F.I. (Forces Françaises de l’Intérieur) che lo tengono d’occhio. Poi ci sono le voci tendenziose. Invidiosi o fanatici possono essere pericolosi.

Invidia, fanatismo e accuse superficiali.

Sono giorni in cui anche solo un giudizio malevolo da parte di personaggi come Jean-Paul Sartre o della sua compagna Simone de Beauvoir valgono una condanna a morte. Ed è ben noto quanto Sartre detesti Simenon. Lo scrittore belga ha sempre snobbato la ristretta cerchia, mondana e sofisticata, degli intellettuali francesi e non conta molti amici fra di loro.

“Attualmente, il nazional-sartrismo sostituisce dappertutto  –  e con foga  –  il nazionalsocialismo appena liquidato”. –Louis-Ferdinand Céline – Lettres a’ Henri Mondor.

Sono mesi pericolosi. L’occupazione tedesca è stata lunga. “La Francia è un Paese sconfitto che vuole raccontarsi vincitore” e vorrebbe cancellare alcune pagine della propria storia. Non potendolo fare, cerca almeno di cancellarne protagonisti e comparse.

Per conoscere Sartre e la Beavoir:
Che cos’è la letteratura? Lo scrittore e i suoi lettori secondo il padre dell’esistenzialismo
Simone de Beauvoir. La biografia di una vita e di un pensiero. Filosofia, letteratura, politica

Le condanne a morte, al carcere o all’esilio fioccano letteralmente e la sommarietà dei processi (vedi quello di poche ore a Robert Brasillach) non sono certo rassicuranti.

Senza contare le uccisioni senza processo che sono circa 40 mila.

Quel che è peggio è che non vi è nulla di certo. Difendersi da certe accuse è quasi più difficile per un innocente che per un colpevole. Trovarsi al centro di un’inchiesta per collaborazionismo è un azzardo da non sottovalutare e la vita o la libertà di molte persone è veramente appesa ad un filo. Un filo aggrovigliato di cui è impossibile scorgere i capi.

Solo per fare un esempio famoso, nel processo già citato, a Brasillach, sia il pubblico ministero che il presidente della corte hanno collaborato, in precedenza, per Vichy, ma si trovano inspiegabilmente seduti dalla parte giusta della sbarra.
Brasillach giornalista. 1941-1944. Gli anni della collaborazione

Louis Renault, fondatore dell’omonima casa automobilistica, muore in carcere, prima di arrivare al processo, a seguito delle percosse ricevute e la sua fabbrica viene sequestrata dal governo francese. Citroën e Peugeot, che pure, di buona o mala voglia, hanno lavorato con i tedeschi allo stesso modo, non subirono ripercussioni significative.

Ma c’è una foto di Louis Renault che lo ritrae con HitlerGöring al Salone dell’automobile di Berlino nel 1937. Sono cose di cui si può morire nella Francia del 1945.

hitler e renault nel 1937 al salone dell'automobile di berlino

Louis Renault e Hitler nel 1937 a Berlino. – Corriere della Sera.

Personaggi anche pesantemente coinvolti con Vichy escono indenni dalle purghe del generale De Gaulle, altri pagano con la vita, il carcere o l’esilio il loro coinvolgimento, più o meno significativo, con il governo collaborazionista di Pétain.

Cose tipiche di ogni guerra civile in ogni parte del mondo.

Le responsabilità di un intellettuale.

Essere uno scrittore o un intellettuale può portare piuttosto male in quel periodo:

“Le talent est un titre de responsabilité”

Sono parole del generale De Gaulle!

Louis-Ferdinand Céline trascorre quattordici mesi in carcere in Danimarca dove si è rifugiato e dove rimarrà per lungo tempo. La condanna ad un anno di reclusione, pronunciata in contumacia dal tribunale francese, arriva  nel 1950, proprio mentre Simenon scrive Le memorie di Maigret.

Simenon ha ben poco da rimproverarsi.

Simenon, dal canto suo, non ha molto da rimproverarsi. Non ha fatto del male a nessuno, non è stato iscritto a nessun partito, non si è mai nemmeno sognato di rifugiarsi a Sigmaringen come tanti collaborazionisti, dopo che gli Alleati hanno liberato Parigi e la Francia. È convinto che i suoi rapporti con i tedeschi siano stati esclusivamente di lavoro.

Certo non ha nemmeno partecipato alla Resistenza e questo, per alcuni, è già motivo di condanna.

L’aria è pesante. Lo scrittore belga si abbona ad un giornale comunista, l’Humanité, ma non si illude troppo che questo possa trarlo completamente dai guai. Come abbiamo visto l’incertezza è grande e il clima è quello tipico del regolamento di conti dopo una guerra civile. Così emigra. Prima a Londra, poi in Canada e, in seguito, negli Stati Uniti. Rimarrà sull’altra sponda dell’atlantico fino al 1955 risiedendo in diverse località.

Al suo ritorno in Europa le vecchie questioni che lo preoccupano sono appianate. Ciò nonostante, lo scrittore, risiede in Francia per pochissimo tempo, poi se ne va in Svizzera e da quegli ameni monti non se ne andrà più.

Le memorie di Maigret.

Torniamo dunque a Le memorie di Maigret. Siamo nel 1950, esattamente a metà del soggiorno americano di Simenon. Forse lo scrittore pensa ad un suo futuro ritorno in Europa, forse, semplicemente, vorrebbe liberarsi da quel fardello accuse, lasciato alle spalle, che gli pesa come un’ingrata zavorra.

Proprio perché si tratta di accuse vaghe e piuttosto confuse, egli si rende ben conto, da uomo intelligente qual’è, che pur non avendo necessariamente conseguenze penali dirette, finiranno per rimanergli addosso per sempre.

E vede giusto, Simenon, perché, ancora oggi, a distanza di tanto tempo, ogni tanto salta fuori il commento o l’articolo di giornale, che torna a sollevare dubbi sulla sua condotta negli anni dell’occupazione tedesca della Francia.

Come si difende un’artista quando è accusato? Evidentemente lo fa attraverso la sua arte!

Chiama la sua stessa opera a testimone della sua innocenza o della buona fede.

Ecco così che lo scrittore chiama a sua difesa proprio il più famoso dei suoi personaggi: il commissario Maigret.

“Vorrei subito chiarire che non ho niente contro i polacchi. Se mi capita di parlarne abbastanza spesso, non è perché si tratta di un popolo particolarmente brutale o votato al crimine.”

È attraverso il racconto di Maigret che Simenon cerca di rassicurare la platea dei suoi lettori riguardo i suoi veri sentimenti verso polacchi, ebrei ed immigrati in genere.

In alcuni romanzi della serie, certe descrizioni di ambienti e personaggi potrebbero far pensare ad una scarsa “simpatia” del personaggio e del suo autore nei confronti di queste categorie di persone.

Maigret spiega con estrema chiarezza quali sono i suoi sentimenti e prende le distanze da qualsiasi forma di razzismo.

L’ex commissario spiega, in alcuni passaggi del libro, come egli non avesse assolutamente nulla contro quella povera gente. Si trattava quasi sempre di immigrati dall’est Europa (siamo nel primo dopo guerra), poverissimi e, non di rado, senza documenti o con passaporti falsi. Gente per la maggior parte in cerca di lavoro e che presto si sarebbe integrata alla perfezione, ma il lavoro del poliziotto è anche quello di controllare e prevenire.

Alcuni di questi immigrati non avevano alcun desiderio di lavoro e integrazione, erano autentici delinquenti e per loro non poteva esserci altro destino che la prigione.

Niente di personale quindi: solo lavoro.
Le memorie di Maigret

Simenon e il nuovo che avanza.

Sono precisazioni che si stenta a credere, avrebbero potuto avere un qualche risvolto di utilità davanti ad un tribunale o ad un comitato, incaricato di giudicare l’operato e le idee pregresse di Simenon.

Del resto alcuni anni sono ormai trascorsi, il clima è decisamente migliore e le accuse contro lo scrittore non hanno potuto trovare riscontri oggettivi.

Del resto Simenon non pensa al giudizio di un vero tribunale, ma a quello di coloro, che davanti a quel tribunale, potrebbero ancora essere tentati di spedirlo o comunque di danneggiarlo, sia come persona che come scrittore. La sua decisione di puntualizzare i suoi reali sentimenti, almeno davanti al suo pubblico, non è per nulla sbagliata.

Non si tratta semplicemente di adeguarsi al nuovo che avanza, che in ogni caso è una buona politica per gli affari, ma di chiarire definitivamente la sua posizione.

Infondo Simenon è uno scrittore che non crede nella militanza politica ed è solo interessato all’indagine sull’uomo, sulle crisi interiori che possono arrivare a segnarlo, sui quei punti di rottura che lo spezzano o lo rafforzano.

E diciamolo pure senza che nessuno si offenda: lo scrittore è anche interessato ai suoi affari editoriali, che come tutti gli affari economici preferiscono calma, tranquillità e sicurezza.

Così Maigret aggiunge un importante tassello alla difesa di Simenon: il lungo incipit al sesto capitolo delle sue memorie:

“Di tanto intanto, quasi sempre in occasione di mutamenti politici, per le strade scoppiano disordini che vanno oltre la semplice manifestazione del malcontento popolare. È come se a un tratto si aprisse una breccia, si spalancassero invisibili cateratte: da un giorno all’altro nei quartieri ricchi appaiono personaggi di cui generalmente si ignora l’esistenza, che sembrano usciti da chissà quale corte dei miracoli, e la gente li guarda passare sotto le proprie finestre nello stesso modo in cui guarderebbe dei ruffiani e dei briganti emersi dagli abissi del Medioevo.

Un fenomeno di questo genere si verificò con violenza durante le sommosse del 6 febbraio, e ciò che più mi sorprese fu lo sconcerto espresso l’indomani dalla maggior parte della stampa.

Il centro di Parigi era stato invaso per alcune ore non dai manifestanti, ma da individui dall’aria spettrale che seminavano terrore quasi fossero un branco di lupi, spaventando a morte anche gente che, per mestiere, conosce il sottosuolo di una capitale più o meno quanto noi poliziotti.

Quella volta Parigi ebbe davvero paura. Poi, l’indomani, ristabilito l’ordine, la città dimenticò che quella feccia umana non era stata eliminata, ma era solo tornata a nascondersi nella sua tana.

Del resto, il compito della polizia è proprio quello di tenerceli.”

 

Una lunga introduzione. Lunga e piuttosto sorprendente. Maigret non si è mai occupato di politica!

Il lettore rimane sorpreso da una presa di posizione così tranchant. Non si è certo mai posto il problema di come la pensi il commissario riguardo ai tumulti di piazza.

scontri di piazza a parigi il 6 gennaio 1934

La giornata insurrezionale del 6 febbraio 1934 a Parigi.

E si rimane un tantino sorpresi da questo inatteso atteggiamento da “sbirro”, che ricorda più l’ispettore Javert de I Miserabili di Victor Hugo, che non il nostro Maigret che, normalmente, comprende e non giudica.

“-Lei, per abitudine, per vocazione, per carattere, è un uomo della Polizia giudiziaria o della Pubblica Sicurezza?-…Diciamo pure che, come Simenon aveva capito fin dall’inizio, esistevano, soprattutto a quel tempo, due tipi di poliziotto molto diversi. Quelli della Pubblica Sicurezza, che dipendono dal ministero dell’Interrno, sono più o meno costretti, per forza di cose, a occuparsi di affari politici. Non gliene faccio una colpa. Confesso però che, per quanto mi riguarda, preferisco non avere a che fare con queste storie.”

È il pensiero di Maigret! Eppure ecco quel giudizio cosi “politico” sulla feccia urlante uscita dalle fogne!
I miserabili di Victor Hugo

Maigret e i “morti di febbraio”

Per inciso la giornata insurrezionale del 6 febbraio 1934 è il culmine delle manifestazioni che per tutto il mese precedente hanno infiammato Parigi dopo una serie di scandali finanziari (ultimo il caso Stavisky), che hanno minato alla base la credibilità del Governo.
L’affaire Stavisky: Les dessous d’un scandale national

Quel 6 febbraio in piazza ci sono anche le sinistre, ma soprattutto, tutte le variegate organizzazioni dell’estrema destra francese. Il tentativo di unire due componenti così diverse fallisce. Fosse riuscito chissà cosa sarebbe accaduto.

giornale del 6 febbraio 1934

I titoli della stampa francese dopo i disordini del 6 febbraio.

 

“Si buttò verso i quartieri operai. Cosa avrebbero fatto i comunisti? Aveva invano supplicato qualche capo della destra di entrare in trattative con loro. La dittatura massone non poteva essere validamente rovesciata se non da una coalizione di giovani borghesi e di giovani operai. Telefonò a Galant, divenuto funzionario comunista, con cui ce l’aveva a morte da tanti anni. Una voce spigolosa gli rispose che solo il proletariato poteva fare una rivoluzione e che l’avrebbe fatta a suo tempo.
Mentre camminava per le strade, si diceva: “Ecco, tutte le forze divise sono pronte, per una radunata miracolosa. Manca una cosa sola, lo slancio vitale che spinge ciascun sussulto verso un tutt’altro sussulto”. – Gilles -Pierre Drieu la Rochelle.

 

Gli estremisti di destra, nazionalisti, monarchici,bonapartisti, Croci di Fuoco, i reduci, attaccano comunque il Palais Bourbon, dove ha sede il Parlamento. Sul terreno restano 14 morti e più di 600 feriti, tra i dimostranti. Per la polizia e l’esercito, chiamato a sostenerla, il bilancio è di un morto e quasi 2000 feriti.

Un bilancio pesante per “ristabilire l’ordine”. Il Governo Daladier cade il giorno dopo.

Va detto, per inciso, che quei giorni di gennaio e febbraio del ’34 Simenon non li ha nemmeno visti di persona e non possono aver lasciato in lui chissà quale indelebile ed infelice ricordo: lo scrittore si trova, in quell’inverno, nell’isola mediterranea di Porquerolles a svernare con la moglie Tigy.
D’amore e d’acqua. Viaggi, avventure, passioni dei giovani Georges e Tigy Simenon

L’unico motivo per questa presa di posizione non può quindi essere che la volontà di lanciare un messaggio ai suoi passati, ed eventualmente, futuri accusatori. Una precisa presa di posizione contro “i morti di febbraio” che nell’ambiente di estrema destra vanno assumendo un significato quasi mitico.

Marcare la distanza dagli ideologi de l’Action Française (Charles Maurras e Leon Daudet) e dagli altri due principali intellettuali fascisti: Robert Brasillach (che ha paragonato la propria morte, avvenuta il 6 febbraio del 1945, a quella dei caduti di undici anni prima) e lo scrittore Pierre Drieu la Rochelle (che quella giornata ha esaltato nel sul romanzo più famoso: Gilles).
Gilles di Pierre Drieu La Rochelle

Una distanza per altro assolutamente effettiva e reale. Perché se è vero che Simenon è nel suo intimo un reazionario e un conservatore, come sostiene Pierre Assouline, suo biografo, in nessun caso lo si può definire un militante politico (non sarà mai un esistenzialista alla Sartre, ma nemmeno un Hussard alla Déon o Nimier) e men che meno un fascista.

Altri vent’anni di Maigret.

Dopo Le memorie di Maigret i romanzi della serie continuano per altri ventidue anni. Sono romanzi sempre più cupi e i personaggi che fanno da contorno al commissario diventano sempre più drammatici. Le storie di molti di loro potrebbero meritare un romanzo espressamente dedicato.

Anche le famose atmosfere che hanno sempre contraddistinto lo stile dello scrittore si fanno, se possibile, ancora più intense, e l’ambiente che fa da sfondo alle narrazioni, a Parigi, in provincia, o altrove, mantiene la poesia di un realismo che guarda e registra i mutamenti esteriori della società, quasi contrapponendoli agli immutabili abissi dell’animo umano.

Fortunatamente per noi Simenon ha potuto continuare a scrivere ed a pubblicare i suoi romanzi, Maigret e non Maigret. Il suo contributo alla letteratura, in genere, ed al poliziesco, in particolare, è stato grande e continua ad esserlo.

Ad ennesima riprova, ecco un testo fresco fresco dal Canada:

“Il commissario trascorreva le sue giornate immerso negli aspetti piú tragici, spaventosi, violenti e moralmente abietti dell’esistenza. Poi tornava a casa, a Three Pines. Al suo santuario. Sedeva davanti al camino del bistrot insieme ai suoi amici, oppure si rifugiava nell’intimità del suo soggiorno insieme a Reine-Marie. Al sicuro”.

Non sono parole scritte da Simenon, ma da una scrittrice canadese che, in questo momento, spopola negli Stati Uniti: Louise Penny.
Case di vetro di Louise Penny

Il suo ultimo romanzo, Le case di vetro, ha venduto ben 5 milioni di copie sull’altra sponda dell’Atlantico e, proprio ora giunge in Italia per i tipi di Einaudi.

Quasi settant’anni prima, un Maigret in pensione, scriveva di se stesso:

“…quelli del Quai des Orfèvres…si trovano come in equilibrio tra due mondi. Per il modo di vestire, per l’educazione…non sono affatto diversi da chiunque altro della classe media…Ma la maggior parte del loro tempo lo passano a contatto con l’altra faccia del mondo, con gli emarginati, con gli scarti, spesso con i nemici della società organizzata…Abito in un appartamento borghese, dove mi attendono manicaretti preparati con cura, dove tutto è semplice e chiaro, pulito e confortevole…”

Simenon e Maigret continuano a fare scuola!


 

Maigret alla difesa di Simenonultima modifica: 2019-03-24T11:37:14+01:00da albatros-331
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