Parigi anni 50 Whisky musica e poesia

 Il mito di Parigi fra esistenzialisti e Zazou.

Parigi fra esistenzialisti e zazou

Parigi fra esistenzialisti e zazou – Foto di Sixtine 식스틴 Epitalon da Pexels

Il secondo dopoguerra a Saint-Germain-des-Prés.

Gli anni ’50 a Parigi non sono stati grigi e un tantino insulsi come nel resto del mondo. Del resto, a Parigi, niente può essere grigio ed insulso per troppo tempo.

Con la fine della seconda Guerra Mondiale anche a Parigi arrivano gli americani: anzi ritornano.

Vi erano già arrivati nel primo dopoguerra e si erano innamorati della città, molto più di quanto essa si fosse innamorata di loro.

Questa volta sarà diverso, anche perché, ad accoglierli ed a subirne il fascino, sono soprattutto i giovani, una categoria sociale mai esistita in precedenza e che si avvia a diventare protagonista, nel bene e nel male, di molti dei decenni successivi del secolo breve.

Il secondo conflitto mondiale ha dato la spallata finale al primato culturale europeo, complici le classi dirigenti del Continente che, constatata la superiorità indiscutibile del modello statunitense hanno deciso, più o meno consapevolmente, di aderirvi e ritagliarvisi un loro spazio.

Per qualche anno gli inglesi continuano ad illudersi di poter conservare un qualche ruolo internazionale, ma ben presto si rendono conto che l’unico ruolo concesso è quello di gigantesco Museo Tassaud.

I francesi, dal canto loro, sanno di aver perso una guerra, anche se raccontano in giro di averla vinta, ma contano su Parigi per risolvere il problema.

Parigi è in grado, da sempre, di assorbire ogni genere di cosa, elaborarla quel tanto che basta e restituirla al mondo come fosse propria. Un po’ come ha fatto con il magret de canard, la besciamella, le crêpes suzette e le omelette.

È un lavoro immane, difficile, ma non impossibile. Parigi se ne incarica con entusiasmo malcelato, affidando il compito ad un quartiere elegante e, fino ad allora, poco noto alle cronache mondane: Saint-Germain-des-Prés.

Parigi1946: dalle università alle cantine.

La nuova atmosfera che si respira a Parigi dopo l’arrivo dei Liberatori è insieme gioiosa e ribelle.

C’è tanta voglia di riprendersi il tempo perduto durante gli anni della guerra ed altrettanta di tagliare i ponti con il passato, di immaginare un mondo nuovo, nuovi stili di vita, nuove forme di libertà.

Naturale che tutto questo sia appannaggio soprattutto delle giovani generazioni. Tra i giovani, gli studenti sono i più sensibili al vento di novità che spira nell’aria parigina ed il quartiere giovane per antonomasia è, ovviamente, il Quartier Latin, quello delle scuole e delle Università, della cultura e delle librerie.

Qui si respira cultura ad ogni angolo di via e qui i giovani studenti, e molti dei loro insegnanti, si incontrano abitualmente nei tanti bistrot e caffè, che nel quartiere abbondano particolarmente.

Due di questi locali, Il café Les Deux MagotsIl Café de Flore, sono da tempo abituale luogo d’incontro per molti nomi del gotha intellettuale parigino. Ai loro tavolini si sono seduti molti protagonisti della letteratura francese e questo fin dagli anni ottanta dell’ottocento.

Non vi è dunque da stupirsi se anche il nuovo corso, che si sta per inaugurare, prenda le mosse proprio da questi due cafè di Boulevard Saint-Germain.

Molti scrittori ed artisti in genere si avvicendano intorno ai quei tavoli, ma le vere anime del nuovo fenomeno culturale che sta per prodursi sono soprattutto tre: una coppia di vecchie volpi un po’ tignose, che da prima della guerra agitano il milieu culturale parigino, e una bella ragazza di buona famiglia, piena di fascino, mistero e talento.

La coppia è quella costituita dai due intellettuali più engagé del momento: Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir.

La giovane affascinante e misteriosa risponde al nome di: Juliette Gréco.

Filosofia, Musica e Whisky.

Filosofia, musica e whisky stanno per incontrarsi nel cuore di Parigi. La guerra e l’occupazione sono appena terminati e le loro ferite sono ancora ovunque, ma è il momento di provare a voltare pagina.

L’Esistenzialismo, spiegato per sommi capi (“spiegato alle serve” diceva un mio insegnante nei lontani anni ’70, ma oggi immagino che rischierebbe una denuncia), è una dottrina secondo la quale l’uomo non è predeterminato dalla sua essenza, ma libero e responsabile della sua esistenza.

Il discorso è assai più complesso, al punto che molti addetti ai lavori hanno difficoltà a darne una definizione.

Secondo il filosofo Steven Crowell, definire l’esistenzialismo è relativamente difficile, ed egli sostiene che è meglio intenderlo come un approccio generale utilizzato in contrapposizione alla speculazione teorica privilegiata da alcune correnti filosofiche, piuttosto che come una filosofia sistematica essa stessa.

Il termine “esistenzialismo” è stato coniato dal filosofo francese Gabriel Marcel verso la metà degli anni ’40. Venne adottato da Jean-Paul Sartre il quale, il 29 ottobre 1945, discusse la propria posizione esistenzialista durante una conferenza al Club Maintenant di Parigi. La lezione fu pubblicata come L’existentialisme est un humanisme («L’esistenzialismo è un umanismo»), un piccolo libro che contribuì molto a diffondere il suo pensiero esistenzialista.

Alcuni studiosi sostengono che il termine dovrebbe essere utilizzato solo per riferirsi al movimento culturale europeo tra gli anni ’40 e ’50 associato con le opere dei filosofi Jean-Paul Sartre, Simone de BeauvoirMaurice Merleau-Ponty e Albert Camus. Altri studiosi estendono il termine a Kierkegaard e altri ancora lo estendono lontano nel tempo fino a Socrate. Tuttavia, il termine è spesso identificato con la visione filosofica di Jean-Paul Sartre (esistenzialismo ateo, umanista e marxista).

Qualunque cosa sia stato l’esistenzialismo dal punto di vista strettamente filosofico, di certo riuscì a penetrare nell’animo delle nuove generazioni, uscite dalla guerra con poca o nessuna fiducia negli ideali e nella morale del passato e persino nella Religione. Il sentimento di Angoscia, caro ai filosofi esistenzialisti, si adattava bene allo spirito del tempo e accompagnerà la gioventù in gran parte delle sue manifestazioni esteriori, sconfinando un po’ nel nichilismo, almeno fino al trionfo dell’edonismo degli anni ’80 del novecento e forse anche oltre.

Da pensiero divenne presto atteggiamento e, altrettanto presto una moda. Poco importa se molti di questi “esistenzialisti per moda” non avevano mai letto né Sartre, né Nietzsche e meno che mai Heidegger, e si limitavano a imitare superficialmente quello che secondo i giornali e l’immaginario collettivo era lo stile di vita sartriano. La sigaretta e la pipa, l’alcol, le droghe e l’atteggiamento anticonformista e bohémien, o addirittura copiando persino il modo di vestire del filosofo o di altri pensatori coevi, come Albert Camus e Simone de Beauvoir.

C’è un vuoto da colmare ed un impellente bisogno di definirsi ed appartenere a qualche cosa che non sia riconducible al “prima”.

È l’epoca delle camice a quadri americane e dei dolcevita neri. All’assenzio della Belle Époque, ora, si preferisce il whisky americano. Tra le labbra dei ragazzi francesi le Gauloises del Jean Gabin di Alba tragica lasciano il posto alle Lucky Strike, le guinguettes in riva alla Senna sono sostituite da jazz club situati al fondo di fumose cantine: nascono le mitiche Caves di Saint-Germain-des-Prés.

Da Le Caveau des Lorientais a Le Tabou.

La più mitica di tutte queste caves ha sede in una cantina del XVII secolo, con il pittoresco soffitto a volta, sotto quello che ora è l’Hôtel d’Aubusson, al 33 di rue Dauphine, angolo di rue ChristineLe Tabou.

Il locale, inaugurato nell’aprile 1947, ebbe tra i suoi promotori molti intellettuali o, comunque, assidui frequentatori del milieu parigino che intorno ad essi gravitava.

Da citare in particolare sono lo scrittore, saggista, giornalista e sceneggiatore Roger Vailland, Frédéric Chauvelot (che del Tabou fu direttore), Bernard Lucas (pittoresco barman e direttore al Bar Vert) e il critico cinematografico Jean Domarchi.

Le Tabou divenne subito il luogo d’incontro preferito di zazous, nottambuli ed intellettuali, e un autentico “covo” di esistenzialisti.

In realtà, prima di Le Tabou, c’era stata un’altra Cave di riferimento per questo variegato mondo, altrettanto mitica e di vita breve: Le Caveau des Lorientais.

Il locale aveva aperto i battenti il 17 aprile del 1946 al numero 5 di rue des Carmes nel 5° arrondissement.

Fondata dai coniugi bretoni Pérodo, la cantina deve il suo nome alla città di Lorient, completamente distrutta dai bombardamenti, ed alla quale vennero devoluti tutti i profitti del club.

Per questo preciso motivo era stata concessa l’apertura del locale, nonostante mancassero, del tutto o in parte, alcune conformità alle già allora vigenti norme di sicurezza previste per un locale pubblico.

La cantina era frequentata da giovani e da celebrità del mondo della letteratura e delle arti: Raymond QueneauJean-Paul SartreMarie OlivierJean-Bertrand Pontalis, erano assidui. Non mancavano musicisti di talento come il trombonista americano Tyree Glenn e il trombettista, poeta e scrittore francese Boris Vian, che di quella stagione fu protagonista e testimone d’eccezione.

Proprio Boris Vian dirà, a proposito di Le Caveau des Lorientais:

“È stato senza dubbio a Lorient che lo stile di abbigliamento, noto come Tabou, ha iniziato a prendere forma. Luter e i suoi compagni, regolarmente al verde, si vestivano volentieri in maniera improvvisata e il risultato è stato sorprendente, ma non privo di interesse. Gli accessori andavano dalla tuta lappone ai quadrettoni più orribili.”

Non poteva essere diversamente, visto che Claude Luter (il più grande jazzista europeo dell’epoca e non solo di quella) era la vera attrazione del locale.

È ancora Boris Vian, nel suo libro Manuel de Saint Germain des Prés, a sottolineare come:

È stato lui a lanciare la cave, Les Lorientais. (…). Va detto per essere sincero e obiettivo che le ragazze venivano lì più per Claude e i suoi amici che per la musica e il ballo.

Quello che è certo è che “non c’è mai stata una cantina dove i prezzi fossero più bassi del Le Caveau des Lorientais.”

Non mi è dato sapere se e quanto Whisky bevessero personaggi come Jean-Paul Sartre o Simone de Beauvoir, ma di certo, musicisti jazz, poeti e scrittori, gli americani perduti nella Ville Lumière e i loro epigoni parigini, ne fecero certamente un largo uso.

Poi c’erano gli zazous!

Chi erano gli Zazous?

Gli zazous furono una corrente giovanile della moda, nella Francia sul finire degli anni ’40, presentata anche come controcultura. Erano giovani riconoscibili per i loro vestiti, inglesi o americani, e il fanatismo per la musica jazz. In questo ambiente il Whisky non poteva certo mancare.

Il termine zazou, viene utilizzato per la prima volta in Francia nel 1938. A renderlo popolare è la canzone di Johnny Hess Je suis swing. Il ritornello, che presto è sulla bocca di tanti giovani, ripete ossessivamente:

“je suis swing, je suis swing, zazou, zazou, zazou zazou dé.”

La derivazione della parola zazou non poteva essere altro che di origine americana: precisamente il brano jazz di Cab Calloway “Zah Zuh Zaz” registrato il 2 novembre 1933.

I ragazzi portavano i capelli lunghi, pettinati all’indietro e a sbuffo sopra la testa, le ragazze si truccavano pesantemente, indossavano gonne corte (per il periodo) e i lunghi capelli raccolti in un alta coque.

Genesi di una leggenda: il Bar Vert.

Le Caveau des Lorientais chiuse i suoi battenti nel 1948 per i già accennati problemi di sicurezza, ma i suoi frequentatori assidui e scatenati, non rimasero certo senza un luogo di ritrovo. L’anno prima aveva aperto i suoi battenti Le Tabou!

La storia del Le Tabou merita una menzione particolare perché piuttosto emblematica di quegli anni e dell’atmosfera che vi si respirava a Parigi.

Bisogna innanzi tutto dire che, un po’ biblicamente, al principio è il Bar Vert!

Il Bar Vert, al 10 rue Jacob, inizia a far parlare di se nel 1944. Non è certo un locale di grandi pretese, ma, la guerra a Parigi è appena terminata, ed il Bar Vert diviene il primo “bar américain”, aperto tutta la notte. Inizialmente la clientela è costituita dal personale delle Messageries de la Presse Parisienne situate non lontano in rue Christine. Gli addetti alla distribuzione della stampa in città lavorano tutta la notte ed è, per loro, assai comodo avere un locale sempre aperto a cinque minuti a piedi dalla sede di lavoro.

La fine delle ostilità, se non si accompagna immediatamente con la fine delle privazioni, vede il diffondersi di una rinnovata voglia di vivere: soprattutto tra i giovanissimi.

L’esercito americano dilaga in città e porta con se quantità mai viste prima di generi di conforto. Sigarette, cioccolata e tanto Whisky. Magari non il migliore in assoluto, ma certo in abbondanza.

La formula funziona e, un po’ più tardi, agli addetti alla distribuzione della stampa si aggiungono i giornalisti, che spesso passano al Bar Vert e si fermano per la pausa pranzo.

Ma è soprattutto la notte che il locale si offre come rifugio ad un sempre maggiore numero di giovani nottambuli.

Arrivano i primi artisti in attesa di notorietà e con tanta voglia di farsi notare. Fra questi c’è una ragazza che studia arte drammatica e che, pur non avendo ancora ottenuto alcun riconoscimento artistico particolare, è molto nota nella zona di Saint-Germain-des-Prés. Una ragazza affascinante, intelligente quanto intraprendente e che vanta molte buone entrature nell’ambiente esistenzialista: Juliette Gréco.

Molto presto al Bar Vert si radunano scrittori, giornalisti, intellettuali. Soprattutto vi si ritrovano abitualmente Juliette e la sua ristretta cerchia di amici più fidati: Anne-Marie Cazalis scrittrice e giornalista, l’immancabile Boris Vian ed il barman dello stesso Bar Vert Bernard Lucas (un barista insolito, collezionista di libri rari e dischi di musica classica).

Ha inizio il grande periodo “letterario” del Bar Vert, che si trova così a condividere sorte e gloria di locali più famosi e longevi come, ad esempio, i già citati Cafè de Flore e Les deux Magot, trasformandosi anch’esso in uno dei luoghi simbolo della Saint-Germain-des-Prés di quei tempi.

Anche in rue Jacob, in quei giorni, era possibile incontrare personaggi del calibro dello scrittore Raymond Queneau, il giornalista e scrittore Roger Vailland, il poeta “folle”Antonin Artaud, i filosofi Maurice Merleau-Ponty e Jean Beaufret, il poeta e drammaturgo Henri Pichette, a volte vi si poteva incontrare anche l’immancabile Jean-Paul Sartre , ma solo dopo che Jacques Prévert smise di andarvi.

Il locale non sembra, però, avere i requisiti che consentano attività come il ballo o la musica suonata dal vivo. Il fatto, poi, d’essere situato fronte strada, garantisce sicuri problemi con il vicinato ai primi schiamazzi.

Dal Bar Vert a Le Tabou.

Il caso vuole, o forse il destino, che a pochi minuti di strada dal locale di Bernard Lucas, al 33 di rue Dauphine, angolo rue Christine, sorga un altro locale senza nessuna pretesa: Le Tabou.

Un bistrot gestito dalla famiglia Guyonnet, ex commercianti originari di Tolosa, piuttosto ostili a questa fauna letteraria che ha introdotto l’Whisky e la musica americana nel cuore di Parigi.

Anche i Guyonnet stanno tentando di lanciare il proprio locale. Pur mantenendo lo stile classico del bistrot parigino, dal 1945, tengono la claire sollevata ben oltre la mezzanotte.

L’iniziativa non sembra incontrare un grande successo, almeno tra i nottambuli che contano, ma è inevitabile che alcuni clienti del Flore o del Bar Vert (in realtà sono più o meno gli stessi), finiscano per capitare anche a Le Tabou.

Una sera vi capita anche Juliette Gréco. Nella sala al piano terra vi è una certa animazione e la ragazza appoggia il proprio soprabito sulla balaustra della scala che si inabissa verso un sotterraneo silenzioso e poco illuminato.

Il soprabito cade di sotto ed il destino del Le Tabou si compie.

La ragazza discende lungo la scala per recuperare il suo indumento e scopre con meraviglia una cave affascinante, con il soffitto a volta, piena di tavoli e sgabelli vuoti. Lo scatto di un interruttore ed ecco illuminarsi piccole lampadine dai colori vivaci incastonate negli occhi di grandi maschere africane. Al fondo della sala un cancello si apre su uno spazio sabbioso che imita una spiaggia.

La cosa potrebbe esaurirsi così. Con un certo rammarico Juliette ritorna nella sala superiore. Quel luogo sotterraneo sarebbe perfetto per realizzarvi un locale alla moda. Musica jazz, poesia, quel tanto di follia indispensabile al divertimento.

Un vero peccato non poterne disporre!

Il tocco del destino.

Accade però che di lì a poco, nel settembre del 1946, il locale viene chiuso dalla polizia ed i proprietari si ritrovano con la sala vuota e sfitta. Probabilmente la clientela abituale non era delle più raccomandabili.

Juliette Gréco raduna la sua “banda” di amici inseparabili e presenta loro il suo progetto. Bernard Lucas Michel de Ré, Anne-Marie Cazalis, Alexandre Astruc (regista e critico cinematografico, futuro teorico della Nuvelle Vague) ascoltano incantati Juliette e ne sposano subito la causa.

Bernard Lucas, che di gestione se ne intende, prende contatto con i proprietari. Non si può certo rivelare ai Guyonnet che l’intenzione è quella di aprire un locale destinato ad accogliere proprio quella clientela di zazous e intellettuali da loro tanto detestati.

La richiesta iniziale è quella di utilizzare la cave come sala prova per aspiranti attori. Per risultare più convincente Lucas coinvolge nelle trattative il poeta Alexandre Toursky. La trattativa si protrae per ben quattro mesi, ma alla fine i due la spuntano.

La notte d’aprile in cui nasce una leggenda.

Il nuovo Le Tabou apre i suoi battenti l’undici aprile del 1947 ed è subito glamour!

“Molto rapidamente, il Tabou divenne un centro di follia organizzata. Diciamolo subito, nessuno dei locali successivi è riuscito a ricreare questa incredibile atmosfera, e lo stesso Tabou, ahimè! non la mantenne molto a lungo, era anche impossibile.”

A raccontarcelo è lo stesso Boris Vian, che con la sua cornetta è tra i protagonisti di quella ineguagliabile esperienza.

La cave al piano interrato è il luogo ideale per la musica e per evitare che i vicini si lamentino dei rumori notturni. Boris Vian è tra i primi musicisti ad esibirvisi. Proprio a Le Tabou, dopo la chiusura definitiva de Le Caveau des Lorientais, egli fonda una piccola orchestra jazz con i suoi fratelli e Guy Montassut al sassofono tenore. Juliette Gréco canta e recita poesie di Queneau e Prévert.

La famiglia Guyonnet, tanto ostile a quella nuova moda, cercherà, in seguito, di intestarsi un qualche ruolo nella vicenda dell’immediato successo del Tabou, sostenendo d’essere stati loro i primi a trasformare la loro cantina in un club musicale già nel 1945.

Un anno di follia e una leggenda infinita.

Orchestre de jazz avec Boris Vian au club 'Le Tabou' à Saint-Germain-des-Prés à Paris, France, en 1947. En arrière-plan, Juliette Gréco et Anne-Marie Cazalis, et au premier plan, Jean-Baptiste “Johnny” Sabrou dit Tarzan. -articolo comleto.

Orchestre de jazz avec Boris Vian au club ‘Le Tabou’ à Saint-Germain-des-Prés à Paris, France, en 1947. En arrière-plan, Juliette Gréco et Anne-Marie Cazalis, et au premier plan, Jean-Baptiste “Johnny” Sabrou dit Tarzan. –articolo completo.

Le Tabou non è un locale come qualsiasi altro. Ci volevano i “ganci” giusti per accedervi!

Il “gran maestro della scala” verificava ogni ingresso e se non eri conosciuto da qualcuno dei frequentatori abituali era veramente difficile entrare.

Al fondo del locale una capanna di paglia stile Africa selvaggia, sotto la quale era il palco dove si esibivano gli artisti. Un bar in quercia al lato opposto ed in mezzo la pista da ballo. Avvolti in una spessa nebbia creata dal fumo di mille sigarette e qualche pipa, giovani in camicia a quadri e scarpe da basket (uno stile importato dal Caveau des Lorientais) ballano al ritmo della musica jazz eseguita dal gruppo di turno.

La clientela è composta da creatori di moda, modelle, fotografi (Émile Savitry), studenti, musicisti. Naturalmente gli immancabili intellettuali esistenzialisti.

Ma il vero motivo per cui la cave registra ogni sera un record di presenze è il magico team Gréco-Cazalis-Dolnitz.

Le due vulcaniche ragazze ed il giovane attore hanno amici e conoscenti in ogni dove, sanno come animare una serata ed attirano un pubblico di spessore.

Tra i clienti abituali ci sono alcune delle coppie più note del momento: Montand-Signoret, Renaud-Barrault, Sartre-Beauvoir. Anche il mitico Miles Davis (che di lì a poco diviene il grande amore della Gréco) è della partita e, con lui, editori di prestigio come Gaston Gallimard e René Julliard. Critici cinematografici, sceneggiatori, giornalisti, come  Alexandre Astruc Roger Vaillant. Non mancarono filosofi e scrittori come Maurice Merleau-Ponty e Jean Cocteau.

Le Tabou diviene in breve una leggenda. Sembra che in nessun altro luogo di Parigi si possa e trovare un eguale concentrato di divertimento, passione e glamour.

Troppo per un luogo solo! Non può durare a lungo ed infatti non durerà.

Noie con il vicinato e inevitabile declino.

Certo, nonostante la cantina si trovi nel sottosuolo, i tanti clienti, che vanno e vengono ad ogni ora della notte, infastidiscono il vicinato e questo non aiuta a mantenere con loro buoni rapporti.

“Non fosse altro perché i vicini hanno spesso svuotato i loro vasi da notte sulle teste dei nottambuli troppo rumorosi all’uscita della cantina.”

A ricordarlo è sempre Boris Vian!

Le loro lamentele ottengono di riportare alla mezzanotte l’orario di chiusura del locale, ma questo non può certo scoraggiare i tanti clienti abituali, così poco conformisti.

In realtà a minare le basi della fortuna del locale è proprio il suo enorme successo. Con il crescere della fama del locale gestire la qualità degli avventori diventa sempre più difficile.

Attirate dall’elezione di Mis Tabou, arrivano sempre più numerose e sempre meno vestite le ragazzine dei quartieri limitrofi. A loro si affiancano presto vere spogliarelliste di professione, in cerca di una facile notorietà e, con loro, tutta una clientela di cui il locale farebbe volentieri a meno.

Ormai, agli occhi degli intellettuali e degli habitué del jet-set, le Tabou è divenuto un Club pour BOF ( dispregiativo che indica disprezzo, indifferenza e stanchezza), al pari dei tanti locali di Pigalle.

Volevano un locale autenticamente riservato e si ritrovano una baraonda che vive in virtù della loro notorietà e stravaganza.

È trascorso solo un anno, ma è ormai ora di cambiare e dirigersi verso altri lidi.

Bernard Lucas è tornato nel frattempo a dirigere il Bar Vert, al suo posto ora c’è Freddy Chauvelot e questi, con la complicità entusiasta del solito trio irrefrenabile, Gréco-Cazalis-Dolnitz, medita già l’apertura di un nuovo ed esclusivo rifugio per filosofi e musicisti.

Sorgerà nella Rue Saint-Benoît, al numero 13 ed il suo nome non può essere altro che Le Club Saint-Germain.

Questa però è un’altra storia sulla quale bisognerà ritornare con calma…

Il principe delle notti di Saint-Germain-des-Prés.

Per gli appassionati che volessero approfondire seriamente l’argomento, consiglio questo bel libro di Giangilberto Monti, attento indagatore del mondo musicale francese.

Boris Vian – Il principe delle notti di Saint-Germain-des-Prés

Boris Vian. Il principe delle notti di Saint-Germain-des-Prés è un docu-romanzo basato su fonti verificate e lunghe ricerche, che fa parlare i protagonisti di quegli anni come in un film. Dieci capitoli, e dieci canzoni di Boris Vian, tradotte dall’autore stesso e da lui cantate e incise nel corso della sua carriera. Con una nota sulla complessa vicenda editoriale di Vian, le contese sui diritti e l’eredità, a oggi non del tutto pacifica. Boris Vian è stato scrittore, poeta, autore di canzoni, musicista, ma soprattutto un genio di quell’epoca, per anni il cuore e l’animatore delle notti parigine di Saint-Germain-des-Prés, poi ispiratore e lungimirante discografico dei grandi chansonnier. Monti, che come Vian è ingegnere oltre che musicista e scrittore, miscela l’esattezza del saggio e il passo del romanzo per raccontare soprattutto lo spirito, la generosità e il carattere di Boris Vian, come traspaiono dal suo lavoro e dalla sua opera.


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Parigi anni 50 Whisky musica e poesiaultima modifica: 2021-07-22T02:39:00+02:00da albatros-331
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