Maledetto Ferragosto di Renato Olivieri

Maledetto Ferragosto romanzo di Renato Olivieri.

Maledetto Ferragosto, il romanzo di Renato Olivieri

Maledetto Ferragosto, il romanzo di Renato Olivieri.

Maledetto Ferragosto conferma il Renato Olivieri giallista.

Maledetto Ferragosto non è il primo romanzo a firma di Renato Olivieri. L’esordio letterario dello scrittore e giornalista avviene due anni prima, nel 1978, con il romanzo Il caso Kodra, un poliziesco praticamente perfetto grazie al quale il giallo italiano sembra finalmente trovare una sua dimensione autentica, non mediata attraverso l’osservazione ossessiva della produzione di genere proveniente dall’estero. Estero che, lo sappiamo bene, è soprattutto rappresentato dal mondo anglosassone e, in maniera minore (quantitativamente parlando) dalla Francia.

Due anni dopo l’esordio Olivieri ci riprova e manda alle stampe il romanzo che oggi prendiamo come spunto, soprattutto, per parlare di lui, Renato Olivieri, forse il miglior giallista italiano di tutti i tempi.

Maledetto Ferragosto, romanzo del 1980 dello scrittore e giornalista italiano Renato Olivieri.

La vigilia di un Ferragosto afoso. Chiamato dall’infermiera, venuta per le quotidiane iniezioni di insulina e insospettita perché nessuno le apre la porta, il commissario Ambrosio trova un cadavere: il dottor Andrea Bulgari è riverso sul letto, in pigiama, pare che dorma. Per un diabetico così grave, niente di più probabile di un collasso. Ma qualcosa non convince Ambrosio, che si trova coinvolto nella vicenda solo perché un’amica gli ha chiesto una cortesia. Inizia così una paziente ricerca tra gli intrighi di una Milano deserta ma spaventosamente cinica. Chi è davvero John, l’eccentrico socio americano di Bulgari? Quale legame li univa? Perché la giovane figlia del defunto, Lia, è così tormentata e sua madre, la sofisticata signora Bulgari, è invece tanto sfuggente? E Alima, bellissima fotomodella, che ruolo potrebbe aver giocato nella sordida vicenda? L’indagine è delicata. La verità si rivela, di momento in momento, sempre più sconcertante.

Questo il classico risvolto di copertina, ma Maledetto Ferragosto e, più in generale, molto dell’opera di Renato Olivieri è anche molto di più:

… il desiderio di andarsene in un bar a bere dentro un sottile calice verde del Pinot grigio in compagnia di una ragazza, di prenderla per mano, di non pensare alla morte. Emanuela, che idea mandarmi qui a ferragosto.

Dalla nebbia di gennaio all’afa di agosto, lo spostamento temporale tra le due prime inchieste del vicecommissario Ambrosio è la necessità di trovare nuovi colori per mettere in scena Milano, in pochi mesi cambiata non solo climaticamente. Il caso Kodra parlava di una Milano che non c’è più, Maledetto ferragosto è proiettato nella Milano che sarà.
Quasi che, in quei giorni di ponte – che Ambrosio aborrisce perché non sente il bisogno di viaggiare per scoprire:
Milano vuota: un quadro metafisico di De Chirico.
Se avesse potuto girare per ore, ogni strada o piazza gli avrebbe suggerito un momento della sua vita. Una specie di topografia dei sentimenti, ecco perché non viaggiava mai. In ufficio, guardando la carta della città si chiedeva: ho mai visto via Arturo Graf o via Hermada o piazza Gran Paradiso? Bisogna proprio che un giorno ci vada.

– in quei giorni di ponte e città vuota si consumi un golpe di ingegneria sociale che stravolge la faccia, il tessuto, la composizione di Milano, avvento della Milano-da-bere e degli anni Ottanta.

Bene lo mostra il campionario umano messo in scena da Oliveri.
La flessibilità matrimoniale: «È scapolo?» «No, è separato dalla moglie. Lei viene spesso a trovarlo, sono amici». «Adesso si usa».
Il diverso (1): «A John, almeno, il denaro serve per comprarsi la rispettabilità. Non c’è niente di peggio di un omosessuale povero».
Il diverso (2): «Alle sette di mattina?» «Può accadere». «Era una negra». «In città ce ne sono molte».
C’è chi postula a deputati socialisti e chi faceva un tipo di lavoro speciale, senza gli appoggi di un certo ambiente non avrebbe guadagnato una lira. I personaggi lavorano nella speculazione finanziaria, nella moda, nelle pubbliche relazioni. Ci vorranno anni perché un cantautore romano rielabori questa sorta di freak show in una canzone di successo.
Olivieri ci era arrivato con un occhio lungo e si era ancora, calendario alla mano, negli anni Settanta.

Un’ulteriore dimostrazione che il giallo può essere vera letteratura civile, con il pretesto di una trama che lo rende amabile e fruibile. Con il valore aggiunto di personaggi splendidamente costruiti, dalla ragazza tragica che dice di sé – la tossicodipendente, altra figura destinata alla centralità:
«Costo soldi e non ho futuro».
allo stesso Ambrosio, impegnato a rileggere La cripta dei Cappuccini – finis Austriae immagine della finis Mediolani, la vecchia Milano – e che prosegue, mi fa piacere, la sua storia con Emanuela.
Alla prossima, vicecommissario. – recensione di Francesco Platini

 

Olivieri il creatore del commissario Ambrosio.

Naturalmente dire Renato Olivieri equivale a dire commissario Ambrosio, il protagonista dei tanti romanzi del giallista milanese. Un investigatore decisamente italiano che, pur nella grande diversità che caratterizza i vari “tipi” italiani, raccoglie in se quel tanto di “nazionale”, sufficiente a farlo percepire come tale, ai lettori di tutta la penisola.

“Il commissario Ambrosio è un uomo abbastanza scettico e anche amaro. Dopo aver preso la laurea in legge è entrato in polizia casualmente: avrebbe potuto fare l’avvocato, l’impiegato o altro. E un agnostico, ma sa dare sicurezza: è un uomo sul quale si può contare per il meglio”.
(Renato Olivieri)

Così Olivieri riassume i caratteri più salienti del suo personaggio, ma molti altri appassionati osservatori hanno offerto un loro contributo alla definizione di questo intrigante personaggio.

Ecco per esempio cosa scrive Paola Montonati in un suo intervento su milanofree.it:

Ambrosio è un poliziotto molto diverso da quelli tradizionali del giallo all’italiana, dal carattere malinconico ed estroverso, con un matrimonio fallito alle spalle e una relazione con Emanuela, molto più giovane di lui.

Amante del bello e grande conoscitore d’arte, Ambrosio vive in un appartamento in via Solferino, arredato con stampe ed acquarelli di illustri artisti e numerose librerie.

Le sue avventure lo vedono muoversi in una Milano molto diversa da quella scintillante degli anni Ottanta; è una citta che viene fotografata nel suo lato più borghese, con innocui impiegati, ragionieri, avvocati, casalinghe, e signore dell’alta società.

Ambrosio cerca di capire il mondo che lo circonda e spesso si trova davanti vicende che lo toccano emotivamente, portandolo a provare pietà per la vittima e per l’assassino.

Nel corso dei romanzi Olivieri farà crescere e maturare il personaggio, che da Vicecommissario (Il caso Kodra) diventerà Commissario, subirà un attentato durante un’indagine (L’indagine interrotta) , cambierà in parte abitudini, svolgerà un’indagine a Vienna ( Hotel Mozart ), collaborerà con una giovane poliziotta (Piazza pulita) è vedrà la fine della Milano da bere e l’inizio di Tangentopoli.

A questo punto è sicuramente meglio che sia lo stesso Olivieri a raccontarci la sua vicenda con il commissario Ambrosio e, facendolo, ci racconta molto anche su se stesso:

“La mia vicenda con il commissario Giulio Ambrosio della squadra mobile milanese ebbe inizio nel gennaio del 1976, un martedì, giorno dell’Epifania. Allora era vice commissario, aveva meno di cinquant’anni, e mi pareva dovesse assomigliare all’attore Lino Ventura. Lo descrissi così. E. così è rimasto. Adesso credo abbia superato di poco i cinquant’anni.
Ricordo che quel giorno, quando cominciai a scrivere la prima frase del mio primo romanzo, c’era nebbia, era uno di quei crepuscoli gelidi che, a Milano, ti invogliano a restare in casa, a pochi passi dal calorifero. La frase me l’ero segnata su un foglietto, la portavo in tasca, ogni tanto cambiavo una parola. Sono ancora convinto che l’inizio di un romanzo sia sempre laborioso, la stessa cosa succede con un quadro o con un articolo. Insomma mi sedetti al tavolo, avevo davanti una Olivetti Valentine rossa, e battei la prima riga: in effetti c’era qualcosa di strano nella morte della signora Kodra. Soddisfatto continuai, almeno un’ora tutte le sere. Nella primavera dell’anno successivo il libro era pronto. Ne ho scritti altri quattro, e ho scritto alcune decine di racconti, molti dei quali sono pubblicati in questo volume. Quando li leggerete, conto di essere a buon punto con il sesto romanzo che avrà, naturalmente, per protagonista il commissario.
Una domanda che mi fanno spesso i lettori e gli amici è questa: Ambrosio è un personaggio autobiografico? Non sono sicuro che lo sia. Tuttavia mi rendo conto che non riesco a scrivere nulla di ciò che non conosco abbastanza a fondo. Un esempio: dato che non m’intendo di musica, Ambrosio non ne capisce gran che, ed è accaduto persino che la moglie Francesca lo abbia abbandonato per un pianista di Roma. A proposito della moglie: nonostante lui si consideri legato a Emanuela, un’infermiera del Policlinico di Milano, ritengo che il ricordo della donna che aveva sposato da giovane, all’inizio della carriera, lo tormenti, qualche volta; non so bene se ciò dipenda dall’orgoglio ferito o da una sorta di vaga nostalgia, o da una specie d’amore.
Renato Olivieri, Olivetti ValentineA me piace la pittura, quella di Sironi, di Mattioli, di Sutherland: sono gli stessi artisti che interessano Ambrosio. Forse ho trasferito qualcosa di me al commissario per pura complicità. Penso sia una faccenda comune tra coloro che scrivono romanzi anche se, prendendo in considerazione un grande come Georges Simenon, si potrebbe subito dire che Maigret è l’opposto di lui: fedele alla signora Maigret, persino prude, senza ambiguità. L’autore invece – lo ha confessato nella biografia – è una creatura torbida, un gaudente forsennato. Sino a qualche anno fa aveva bisogno di una donna (diversa) al giorno. Ebbene, sono convinto, nonostante le apparenze, che Simenon abbia trasmesso a Maigret ciò che lui avrebbe voluto essere. E probabilmente Simenon è un Maigret con una carica più intensa di appetiti sessuali.
Anche Ambrosio, pur apprezzando le donne (come il suo autore) , si direbbe un uomo del tutto placato. Con la sua ragazza si incontra regolarmente, senza comunque avventurarsi in eccessi erotici. Questo fatto dipende da un’idea, che poi è la stessa di Raymond Chandler, l’inventore di Philip Marlowe, secondo cui, in una storia poliziesca, le ragioni sentimentali del detective devono essere appena accennate poiché al lettore interessa altro. Un sottofondo, soltanto un sottofondo per non far dubitare della virilità del protagonista.
Fisicamente Ambrosio è un uomo robusto, ha il volto segnato, i capelli appena brizzolati tagliati corti, pesa sugli ottanta chili, è alto un metro e settantotto. Soffre di artrosi cervicale. È di temperamento malinconico; qualche volta, se non lavorasse, potrebbe tendere all’ipocondria. L’impressione che dà, soprattutto alle donne, è di essere un uomo equilibrato, di cui ci si può fidare. In parte è così. Gli pesa la solitudine, forse gli sarebbe piaciuto diventare padre di un paio di ragazzi con i quali andare agli incontri di boxe, l’unico sport che abbia coltivato, per un certo periodo, in gioventù. Ci tiene alla salute, si controlla nel fumo e nell’alcool. E anche nel cibo, per quanto ciò non gli costi gran fatica. A suo modo è un igienista. Gli piacerebbe avere un pastore tedesco, ma non può permetterselo, con la vita che fa. Anche quando abitava con la madre non aveva potuto tenerne uno dato che la vecchia signora Ambrosio temeva per i suoi tappeti persiani. La giovane signora Ambrosio amava invece i gatti; ne aveva uno, chiamato Maragià, che morì misteriosamente il primo inverno del loro matrimonio, forse per un boccone avvelenato. Ambrosio non riuscì a scovarne la causa e Francesca cominciò ad avere dei sospetti su di lui, sia come ipotetico assassino, sia come detective non del tutto perspicace.
Mi è stato anche bonariamente rimproverato che il commissario sia troppo colto, e che appaia benestante. Sicché ho deciso di munirlo di una certa rendita in obbligazioni ereditate dal padre, alto magistrato. Non è escluso che, in seguito, debba aggiungere che il giudice, a sua volta, fosse di famiglia abbiente. L’opinione che si ha, in Italia, dei funzionari di polizia è curiosamente insensata: non si capisce perché un laureato in legge, sia pure poliziotto, non possa apprezzare i romanzi di Saul Bellow o di Joseph Roth, come un qualsiasi avvocato. Ho conosciuto un vice questore cui piacevano Gide e Drieu La Rochelle. Era contraddittorio, è vero, ma colto. E nessuno si stupiva del fatto. Devo aggiungere che Ambrosio, in questi mesi, ha apprezzato i due volumi di Karl von Clausewitz, Della guerra. Non vorrei che lo fraintendeste. Lui continua a credere, come me, che non ci siano vincitori, nella vita. Penso che le cose stiano proprio così, anche se, prima di mettere insieme storie criminali, non me ne rendevo conto.
Ambrosio è un po’ scettico, e un po’ conservatore. Lo era anche da ragazzo, quando leggeva a scuola l’Emilio di Rousseau, e non osava dire all’insegnante le proprie opinioni su quel progressista in buona fede. Si ritrova con Longanesi che diceva, di un tipo umano abbastanza consueto: «Cercava la rivoluzione e trovò l’agiatezza».
Anche per i gialli di Agatha Christie abbiamo le stesse reazioni. Somigliano, secondo noi, a un cruciverba. La cosa singolare è che, prima di frequentare il commissario, mi ero soffermato con un certo diletto sui Dieci piccoli indiani. Adesso il delitto nella villa Tudor in brughiera mi pare del tutto immaginario, quasi come una storia poliziesca ambientata in Albania.
Ambrosio è convinto, con me, che Milano valga New York, un quartiere di New York. Metropolitana, tangenziali, aeroporti, tossicodipendenti, night-club, di notte si spara, si trovano cadaveri nudi nei navigli. Milano può essere dunque lo sfondo adeguato di vere storie scellerate, come alcune di quelle che ho raccolto in questo libro. Non che sia disdicevole uccidere in campagna, nel giardino del vicario, ma il delitto raccontato funziona meglio, mi sembra, in un’area fittamente popolata. Questo genere di società industriale rende più agevole la vita agli autori di polizieschi. A me, di sicuro.
Convengo con chi afferma che questa particolare letteratura non abbia avuto uno sviluppo adeguato in Italia, e spesso abbia deluso i lettori, poiché un giallo con il maresciallo dei carabinieri tende a diventare un bozzetto agreste. Hammett non avrebbe mai scritto una riga a Tortona. Cinquant’anni fa, qui da noi, si potevano imitare, tutt’al più, gli stranieri, come hanno fatto Giorgio Scerbanenco con Arthur Jelling addetto all’archivio della polizia di Boston, e Ezio D’Errico con il commissario Richard della Sureté parigina.
Ora l’Italia è cambiata. Probabilmente in peggio, per quanto concerne i fatti criminali. Di riflesso non è improbabile che la letteratura di genere poliziesco se ne avvantaggi.
Ma torniamo ad Ambrosio. Vive in un monolocale, all’ultimo piano di un palazzo liberty, in via Solferino, a due passi dalla sede del «Corriere della Sera». È di sua proprietà. Credo lo abbia acquistato dopo la separazione da sua moglie, per pochi milioni.
Glielo aveva arredato un architetto, per riconoscenza, visto che Ambrosio era riuscito a recuperargli una valigetta piena di documenti che gli era stata rubata nella hall di un albergo di piazza della Repubblica. Pareti a calce, moquette verde, mobili laccati di bianco, alle pareti litografie di Cassinari e di Morlotti. Se Ambrosio fosse meno giudizioso, quel quartierino potrebbe somigliare a una garçonnière, dotata persino di una minuscola terrazza da cui si vede il campanile di San Marco. Sulla terrazza una vite canadese, una forsythia e un glicine. Nel letto a una piazza e mezza dorme da solo, salvo qualche notte con Emanuela, la quale normalmente abita con i genitori in via San Vincenzo, al Carrobbio.
Ambrosio possiede da anni una Golf verde che pensa di cambiare con una Delta grigia. Ma ci vorrà del tempo. Almeno per quel che mi risulta. Tiene l’auto in un garage sotterraneo in via San Marco. Una volta tentarono di ucciderlo con una carabina calibro 30 a cannocchiale proprio mentre usciva con la Golf da quel garage. I lettori de L’indagine interrotta rammenteranno la scena.
Il commissario, se può, non mangia a casa. In via Solferino si prepara soltanto qualche toast o due uova al tegame. Gli piacciono le trattorie, soprattutto quando esce con Emanuela. La loro storia d’amore ebbe inizio a Bagutta, alla Vecchia Locanda Solferino, al Tumbun de San Marc, e via discorrendo. D’estate preferisce le trattorie sul Naviglio e d’inverno certi ristoranti della zona di Brera, meglio se hanno le candele sulle tavole.
Di rado va a cena dalla madre, una anziana signora che lo tratta ancora come se lui fosse una recluta, e abita nel vecchio appartamento di piazza Giovine Italia dove viveva con il giudice, e con Giulio prima che si sposasse. È una signora che sfìora gli ottant’anni, intrepida, legata ai ricordi, ma non d’umore tetro, anzi. In questo volume la si incontra in una storia intitolata « Il giorno di Ognissanti».
Ambrosio possiede, e porta con sé, una pistola automatica, una Beretta calibro 9, che ha usato poco, con risultati abbastanza deludenti (leggere il racconto La stazione di Porta Genova). Le armi gli piacciono, più che altro per ragioni estetiche: hanno un loro fascino, l’acciaio brunito seduce come il cuoio o il legno di radica. Anche i meccanismi, ben congegnati e costruiti con la maestria degli orologi di marca o dei multipli di Berrocal, lo attraggono, e ci sono momenti che gli va di smontare la sua automatica, di ripulirla, di oliarla, soppesarla.
Di orologi ne possiede due: un Rolex d’acciaio e un Vacheron Costantin in oro bianco, di forma rettangolare, regalo di Francesca prima delle nozze, che qualche volta mette al polso di sera, come gli succedeva nei primi mesi di matrimonio.
In questura dicono che sia uno dei funzionari meglio vestiti, e può essere vero perché Ambrosio indossa abiti che piacciono anche a me. Giacche di lana morbida, camicie azzurre, o a righine bianche e celesti, cravatte regimental, scarpe di gusto inglese. A primavera non è raro vederlo con abiti di gabardine, un po’ troppo chiari per uno come lui, disattento e persino maldestro. È un discreto cliente della tintoria, di buona fama, di via Visconti di Modrone. D’estate, soltanto abiti di cotone, in tinta coloniale; salvo uno di lino.
Sulla copertina del Caso Kodra lo si vedeva con una canadienne, cioè uno di quei giacconi in pelle di montone che continuano a piacere, ma che erano di gran moda ai tempi del fìlm Un uomo, una donna. D’inverno lo porta ancora, alternandolo a un loden foderato di martora.
Nato alla fìne di un luglio torrido, sotto la costellazione del Leone, Ambrosio non ama la calura, i cieli tersi senza nuvole, i viaggi all’estero – e in questo mi somiglia. Dice che una betulla è identica a Milano e a OsIo, e anche i cani bassotti, i pensionati e i supermarket sono uguali. Temo tuttavia che il fatto di conoscere poco o nulla le lingue straniere sia la ragione occulta di questa sua riluttanza alle migrazioni.
Suppongo di aver detto quasi tutto del commissario, almeno quanto basta perché chi lo incoptra per la prima volta lo possa seguire meglio nelle sue “inchieste” che, come si noterà, si svolgono via via nelle varie stagioni dell’anno, al sole, sotto la pioggia, nella neve, in mezzo alla nebbia, e sempre a Milano.
Quando uscì il primo romanzo, nell’ottobre del 1978, qualche settimana dopo un giovane critico scrisse una frase che per me, autore esordiente, fu una piccola medaglia e, devo dirlo, mi incoraggiò più di ogni altra benevola approvazione, a continuare l’avventura di scrivere romanzi. La frase era questa: Ambrosio è uno di quei personaggi che si inviterebbero volentieri a casa per una sera.”

Renato Olivieri un maestro del giallo italiano.

Renato Olivieri nasce il 4 agosto 1925 a Sanguinetto in provincia di Verona. Presto la sua famiglia si trasferisce a Torino, dove il futuro scrittore di polizieschi trascorre l’infanzia. Poi un nuovo trasloco, quando Olivieri ha 14 anni, questa volta a Milano. La città dalla quale, lo scrittore, non si allontanerà più fino alla morte.

Giornalista di professione, Olivieri, nella sua carriera dirige anche alcuni periodici Mondadori come Grazia e Millelibri. Poi l’esordio come scrittore ed il successo.

Un successo cui lo scrittore non indulge mai, perché mettersi in mostra non è nella sua indole.

Renato Olivieri non è mai stato uno scrittore “star”. Uno di quelli che vanno di moda da una ventina d’anni a questa parte, che bazzicano le televisioni, scrivono editoriali sui giornali e discettano dei problemi del mondo dall’alto della loro cattedra innalzata sulle copie vendute e sulle amicizie altolocate. Giorgio Ballario torinonoir.it

Nel 1978, Olivieri, pubblica il suo primo romanzo giallo: Il caso Kodra. È il romanzo in cui compare, per la prima volta, il personaggio del commissario Ambrosio, destinato a diventare uno degli investigatori più noti nel panorama letterario italiano.

Ha inizio così una nuova “carriera” per Renato Olivieri. Una carriera destinata a dare allo scrittore italiano importanti soddisfazioni ed a continuare ininterrotta fino al 1998, anno in cui compare il suo ultimo lavoro: Albergo a due stelle.

Una larga notorietà che si consolida anche grazie alla trasposizione cinematografica del romanzo che, con il film I giorni del commissario Ambrosio, realizza nel 1988 il regista Sergio Corbucci.

Indimenticabile l’interpretazione di Ambrosio offerta dal grande Ugo Tognazzi, ultima apparizione sul grande schermo per l’attore che ci lascerà nel 1990.

Poi i tempi cambiano e, con essi, anche l’Italia e non sempre in meglio. Il tipo umano alla Olivieri non è più tanto di moda e nemmeno il suo commissario troppo poco schierato e troppo poco internazionale.

I romanzi di Renato Olivieri scompaiono per molti anni dagli scaffali delle librerie e solo gli appassionati del genere poliziesco ne ricordano vita e opera.

Persino quando se n’è andato, nel febbraio del 2013, all’età di 87 anni, a Olivieri sono state dedicate solo poche righe di commiato sui giornali e sui siti web specializzati in narrativa di genere. Giorgio Ballario

Poi Mondadori, nel 2014, riscopre il suo ex dipendente e, finalmente, ne decide la ristampa.

Deceduto a Milano l’otto febbraio del 2013, Renato Olivieri riposa ora, sempre nella sua Milano, al Cimitero Maggiore.

Renato Olivieri, rimane uno dei migliori scrittori del genere poliziesco apparsi in Italia. Purtroppo l’ultimo o, comunque, uno degli ultimi.

Dovendo dare un mio parere personale dire “l’unico” insieme Giorgio Scerbenenco di cui scriveremo in un prossimo futuro.

Dopo questi due autori, con la “Milano da bere” (e dell’Italia da bere) e i suoi postumi, sono arrivati i professionisti del politicamente corretto, accennati da Ballario, che dei loro romanzi fanno una perenne vetrina del perbenismo politico e sociale necessario a garantire loro l’invito al talk show di turno e la partecipazione ai premi letterari più prestigiosi.

Magari scrivono bene, ma è impossibile pretendere da loro quel di più che solo gli scrittori di razza possono garantire: spesso loro malgrado.

 

Renato Olivieri: i romanzi.
  • 1978, Il caso Kodra.
  • 1980, Maledetto Ferragosto.
  • 1981, Dunque morranno.
  • 1983, L’indagine interrotta.
  • 1984, Villa Liberty.
  • 1985, Le inchieste del commissario Ambrosio.
  • 1987, Largo Richini.
  • 1988, Ambrosio indaga.
  • 1990, Hotel Mozart.
  • 1991, Piazza pulita.
  • 1992, Ambrosio ricorda.
  • 1993, Madame Strauss.
  • 1994, La fine di Casanova.
  • 1996, Il Dio danaro.
  • 1998, Albergo a due stelle.

Renato Olivieri i gialli di Milano

Renato Olivieri, oltre il successo di pubblico e critica che da subito accoglie i suoi romanzi polizieschi, ottiene anche due prestigiosi riconoscimenti ufficiali vincendo nel 1983 il Premio Mystfest con il romanzo L’indagine interrotta e, nel 1993, il Premio Scerbanenco (il più importante dei premi letterari dedicati al genere poliziesco e noir).

 

Renato

 

Renato Olivieri debitore di Simenon?

Gli autori italiani che si dedicano al genere poliziesco, soprattutto se il loro personaggio principale è un poliziotto, devono necessariamente subire un esame suppletivo: il paragone quasi automatico con Georges Simenon.

Anche Renato Olivieri non ha potuto sfuggire a questo destino implacabile. La questione è semiseria, se vogliamo: quasi un gioco di società. Sottrarvisi però è praticamente impossibile.

Dice, ancora nel 2014, Giorgio Ballario confrontando il personaggio creato da Olivieri e quello ideato da Scerbanenco:

…E l’investigatore di Renato Olivieri è molto più vicino al Maigret di Simenon piuttosto che al nichilista Duca Lamberti creato dal padre del noir italiano.

Ora, volendo mettere anche un po’ del nostro, proviamo anche noi ad affrontare l’argomento.

C’è una premessa da porre subito ed è che, dopo Maigret, chiunque decida di immaginare un poliziotto in servizio permanente effettivo come protagonista dei propri romanzi o racconti è, per forza di cose, più o meno consapevolmente debitore di Simenon.

Detto questo non vi è nulla che colleghi Giulio Ambrosio a Jules Maigret, tranne il nome in comune e la professione. Allo stesso modo non vi è nulla in comune nemmeno tra i due scrittori, Olivieri e Simenon.

Forse la Milano di Olivieri ricorda la Parigi di Simenon. Certo le due città hanno un ruolo rilevante nei romanzi di entrambi gli autori. Ma il paragone finisce qui. Per Olivieri Milano è soprattutto una città. Le strade e le case sono protagoniste della narrazione: una presenza quasi fisica. Potremmo dire che Olivieri racconta una “certa” Milano e si fissa su di un preciso tipo umano che vi agisce. Naturalmente il tutto è magistralmente inserito in un contesto globale che potrebbe rimandare un po’ a Simenon. Non fosse altro che per il senso di umanità che pervade anche le pagine di Olivieri.

La Milano di Olivieri è la città della “mala” non ancora internazionalizzata, ma è soprattutto la città dell’alta borghesia che vive nei salotti inaccessibili ai più e nasconde inconfessabili segreti. Una Milano molto diversa da quella descritta solo pochi anni prima da Scerbanenco: meno cruda, meno violenta, meno disperata. Ma in compenso più subdola, più bugiarda, più sotterranea. Giorgio Ballario

Al contrario, per Simenon, Parigi o qualsiasi altro luogo, sono sempre soprattutto la gente che vi abita, mentre case e strade sono sempre uno scenario: un’atmosfera.

Non vi è traccia, in Olivieri, del populismo di fondo di Simenon e non potrebbe esservene perché non esiste più l’istanza, la necessità. Il rinnovamento letterario è avvenuto negli anni tra le due guerre mondiali. Ora il romanzo, in quanto tale, è per sua stessa natura “popolare” (che populista è ormai termine ostracizzato), perché privi di qualunque eccezionalità sono i suoi protagonisti; anche quando appartengono al dorato mondo dell’alta borghesia.

Nello stesso Simenon, dagli anni ’50 almeno, rimane solo un retaggio di sfondo mentre il focus è sempre più altrove. Sempre più nell’intimo dell’essere umano in quanto tale.

Ma Simenon è un Dostoevskij senza la consolazione di un Dio: Olivieri non arriva a tanto!

A mio avviso è probabile che Olivieri avesse ben presente l’opera di Simenon ed è possibile che lo intrigasse l’idea di dare vita ad una sorta di Maigret italiano. Lo scrittore italiano è poi andato per la sua strada e il risultato è stato un personaggio del tutto diverso. Non solo: la vicenda personale di Ambrosio entra nelle inchieste in modo ben più pervasivo di quanto accade per Maigret e questo solo fatto rende il commissario milanese decisamente meno archetipico di quello francese. Meno universale.

Se l’occhio di Olivieri coglie con precisione la crisi della propria classe sociale nel proprio tempo, quello di Simenon coglie nel profondo quel tanto di immutabile che agisce nel profondo dell’animo umano in ogni tempo e in ogni contesto sociale.

Renato Olivieri i gialli di Milano

 

 


 

Maledetto Ferragosto di Renato Olivieriultima modifica: 2020-08-13T03:04:56+02:00da albatros-331
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