Maigret a Parigi: 1913

Maigret a Parigi: 1913.

apaches parigino 1913

Maigret a Parigi: 1913. L’epopea degli Apaches.

Maigret inizia a Parigi la sua avventura: 1913

C’è una Parigi che Simenon non ha conosciuto, o ha solo intravisto mentre scompariva giorno per giorno. Una Parigi che, al contrario, il suo commissario Maigret ha conosciuto molto bene perché è stata lo scenario del suo arrivo nella capitale francese e dei suoi esordi in polizia.

È quella Parigi, dal sapore di fine ‘800, che si affaccia sulla soglia della modernità incalzante, in quei primi vent’anni del ‘900. Proprio gli anni che vedono il giovane Maigret, giunto dalla provincia, muovere i primi passi come agente di polizia, tra il fango e l’oro e le infinite contraddizioni di quella immensa città, capitale della Francia e della cultura europea.

Una città di pochi aristocratici al tramonto, di tanti borghesi trionfanti, di un popolo minuto impegnato, più che mai e con alterna fortuna, a mantenersi a galla.

Una città assediata da anni da una folla di 30.000 diseredati assiepati in baracche fatiscenti, distribuite lungo un corridoio largo 300 metri e lungo 35 chilometri: La Zone.

La Zone, diminutivo di “zone militaire fortifiée”. Una striscia di terra distesa davanti al fossato e alla controscarpa di quelle che furono le ultime, imponenti quanto inutili, fortificazioni poste nel 1844 a difesa di Parigi: l’enceinte de Thiers.

Si tratta di un terreno che circonda la città seguendo l’andamento delle mura di fortificazione. Uno stretto corridoio brullo sul quale era, per legge, proibito edificare e che, dopo il 1870, quando risultò evidente l’inutilità di quelle mura, inizia a popolarsi rapidamente.

Alcune piccole aziende edificano lì le loro sedi produttive; i costi di costruzione sono inferiori ed i controlli inesistenti.

Ma soprattutto, a sorgere, è una grande quantità di baracche fatiscenti, destinate ad ospitare una massa di persone miserabili. Sono i più poveri abitanti dei vecchi quartieri popolari della città, sfollati dalla speculazione edilizia, e, al pari di loro, i nuovi arrivati dalla provincia in seguito al cosiddetto “esodo rurale” e che, ora, sono in cerca di lavoro e fortuna nella capitale. Una ricerca non sempre facile.

la zone parigi 1913

Agenzia Rol, Zoniers d’ivry, 1913, Gallica

Maigret a Parigi: la Zone e Les fortif.

Acquartierati nella Zone questi individui, per sopravvivere, si trasformano soprattutto in spazzini e straccivendoli. Recuperano ovunque gli scarti della grande e popolosa città. Dai ferri vecchi ai sigari fumati a mezzo, dagli stracci alla carta, dagli avanzi di cibo ad ogni altro oggetto che si possa ritrovare nella Senna o nelle discariche.

Si sviluppa così un mercato di seconda mano. Quello che è possibile riparare viene riparato e rivenduto. Ciò che non è riparabile o riutilizzabile viene consegnato alle aziende che ne usufruiscono tramite riciclaggio. Gli stracci serviranno per produrre nuova carta, il grasso per produrre saponette, il rottame di ferro e di vetro torna nei forni fusori e riprende il suo ciclo.

Tutti questi individui e le loro famiglie si ammassano all’ombra delle “fortifications“, presto famigliarmente rinominate “Les fortif“. Erigono le loro fatiscenti abitazioni che sono poco più che baracche. Nel 1912 uno studio della municipalità recensisce ben 12.132 di queste costruzioni!

Questa massa di persone cerca un riparo, un luogo dove vivere con i pochi mezzi di cui dispone. Finiranno con l’avere un nome anche loro. Un nome: les zoniers, che, con disprezzo, presto muterà in Les zonards, ma che, come tutto a Parigi, è destinato a rimanere nel mito.

La legge che sancisce la demolizione delle “fortifications” arriva nel 1919, all’indomani del primo conflitto mondiale che ha sancito definitivamente l’inutilità strategica di questo tipo di difese statiche. Da quel momento inizia la demolizione dei forti e dei bastioni e il progressivo allontanamento degli zoniers.

Essi rifiutano però lo sfratto e, riuniti in una lega (ligue des zoniers), riescono ad ottenere un indennizzo per la perdita dei loro pochi averi. Bisogna arrivare agli anni ’70 del novecento e alla costruzione delle grandi tangenziali di Parigi, per vedere sgomberata interamente la Zone.

Ma la Zone e le sue fortifications, anche soprattutto grazie alla grande canzone popolare francese, sono entrate ormai nel mito!

 

 

Maigret a Parigi: Gli Apaches e la polizia.

Allo stesso modo, al mito, sono destinati i tanti giovani e giovanissimi che, dalla Zone, abbrutiti dalla miseria ed affamati di vita, ogni giorno, ma soprattutto ogni notte, calano sulla Ville Lumière. Cercano affermazione, avventura, facile guadagno. Portano spavalderia, violenza e brutalità. Sono gli Apaches!

apaches a parigi

Apaches a Parigi in un’illustrazione del 1907 del Le Petit Journal

Divisi in bande secondo le zone di provenienza, Bastille, Ménilmontant, Neuilly, Belleville, rubano, fanno battere il marciapiede alle loro donne (che sanno essere terribili almeno quanto gli uomini), si scannano fra loro per un pezzo di territorio, per una donna o per l’onore di un capo. Qualche pistola, molti coltelli e sfollagente. Terrorizzano i borghesi. Mettono in difficoltà la polizia, che dovrà appositamente organizzarsi e modernizzarsi per far loro fronte efficacemente.

La stampa quotidiana di maggiore diffusione amplifica le gesta di queste bande, ad uso e consumo di un pubblico spaventato, ma smanioso di leggere queste rocambolesche avventure che sembrano uscite da un romanzo.

“Aujourd’hui le moindre fait-divers, pourvu qu’il y ait du sang et de l’horreur, est grossi démesurément, les colonnes des journaux en sont remplies et c’est ce qui fait croire aux simples que décidément, nous courrons à l’abîme. Il faut reconnaître cependant qu’un fléau assez rare autrefois prend de jour en jour de l’extension : c’est la criminalité juvénile. Apache, souteneur, anarchiste, amant trompé qui se venge, mari ou femme qui sombre dans l’adultère et dans le sang, adolescent abandonné à lui-même attendant le passage au coin d’une rue, jeunes et vieux qui souillent l’enfance, fils de famille coureurs de tripots et entreteneurs de drôlesses, prêts à tout pour échapper à la loi du travail, banquiers véreux, escrocs et faussaires, volés aussi peu intéressants que voleurs, femmes qui tantôt par paresse ou besoin de luxe et d’orgie, tantôt par nécessité, glissent sur la pente du vice et du crime, tels sont les types variés qui défilent sous les yeux du lecteur bénévole qui croit que le monde touche à sa fin.” – Da La Revue judiciaire del 1913.

Violenza giovanile, corruzione e malavita. Il tranquillo borghese che ama il lavoro e la serenità è affascinato ed al tempo stesso terrorizzato dagli eventi di sangue che la stampa parigina propone al suo pubblico quasi quotidianamente. Sembra veramente “che il mondo stia per finire”!

Maigret avrà mai incontrato Casque d’Or?

Siamo a Parigi e una storia non è una storia se non ci sono di mezzo le donne!

Così, anche in questo mondo violento e senza legge, che sembra concepito appositamente per gli uomini, sarà proprio una donna a lasciare il suo nome ad un’intera epoca: Amélie Élie (1879-1933), figlia prediletta della Zone. La folta capigliatura di un rosso dorato le fornisce il nome con cui entrerà nelle cronache e nella leggenda: Casque d’Or.

La sua complicata storia d’amore con due uomini, tra i quali non sa decidersi a scegliere, provocherà lo scatenarsi della violenza più efferata, consegnando lei e i suoi amanti alla storia nera della Parigi del primo novecento.

Quei due uomini, poco più che ventenni non sono due persone qualsiasi. Uno è Joseph Pleigneur, detto Manda, capo della banda di rue des Orteaux, l’altro, François Dominique, detto Lecca, il capo della banda rivale di rue Popincourt. Capi Apaches del quartiere di Belleville!

Inevitabilmente deve scorrere il sangue. È il 5 gennaio del 1902. Le due bande si affrontano nel cuore di Parigi. Volano coltellate e colpi di fucile. Lecca è ferito gravemente e ricoverato in ospedale, ma il giorno dopo, con una spettacolare azione, i suoi lo liberano tra il terrore di pazienti, infermieri e dottori.

“Ce sont là des mœurs d’apaches, du Far West, indignes de notre civilisation. Pendant une demi-heure, en plein Paris, deux bandes rivales se sont battues pour une fille des fortifs, une blonde au haut chignon, coiffée à la chien !” (Arthur Dupin del Petit Journal).

Di lì a pochi mesi finiranno entrambi al Bagno Penale nella Guyana francese, dal quale non ritorneranno più. Lei, Casque d’Or, godrà ancora per qualche tempo di una certa notorietà. Scrive un libro, tenta di entrare come soubrette al Bouffes-du- Nord, gira con un circo nei sobborghi di Parigi. Finisce per sposare un piccolo borghese e muore di tisi a poco più di cinquant’anni.

Il suo nome riemergerà nel 1952 grazie al noto film di Jacques Becker, interpretato da Simone Signoret e Serge Reggiani, intitolato proprio Casque d’Or, dove la sua vicenda e quella dei capi Apaches di Belleville verrà riproposta al pubblico, opportunamente romanzata.

Nel finale del film l’amante di Amélie finisce sul patibolo, cosa mai avvenuta nella realtà. Per questo motivo il marito di lei, ormai vedovo, intenterà una causa civile pretendendo un risarcimento per una presunta lesione dell’immagine della moglie.

Maigret a Parigi: 1913.

Storia e leggenda vanno molto spesso di pari passo e in una grande città avviata alla modernizzazione, dove grandi erano le contraddizioni e le differenze sociali, la violenza di quegli anni a cavallo tra ‘800 e ‘900 non dovrebbe stupire e meno che meno affascinare.

Ma, come ho già ricordato, siamo a Parigi e tutto deve diventare qualcosa in più di quello che è in realtà. La stampa ci mise del suo coniando per quelle bande di malviventi il romantico nome di Apaches, preso in prestito dai nativi americani, la fantasia e il romanticismo del pubblico fece il resto.

Persino una storica come Michelle Perrot arrivò a vedere in questi giovani delinquenti:

“Gli ultimi ribelli della società industriale, ostili ai borghesi, ai poliziotti e al lavoro.”

Scomparvero inghiottiti dalle trincee della grande Guerra, ormai alle porte, e quel 1913, in cui Maigret conduce la sua prima inchiesta, è anche l’ultimo nella storia degli Apaches e delle loro donne. Nonché l’ultimo per tutta un’epoca: la Belle Époque!

seront expédiés en première ligne lorsque viendra la guerre. La guerre : Veuve suprême. Ainsi finirent les Apaches ”. – Michelle Perrot.

Anche la malavita, in seguito, sarà diversa. Altrettanto feroce, ma più industrializzata!

Maigret a Parigi: 1913.

Di tutto questo Simenon sembra restituirci molto poco, in apparenza.

Nel suo romanzo del 1948 intitolato  La première enquête de Maigret (1913), per esempio, non si parla mai di Apaches, né si citano mai les fortifications. Ma forse non è un caso la scelta di quell’anno 1913: estremo limite di un’intera epoca.

Maigret opera in un quartiere tranquillo e borghese dove nulla di terribile sembrerebbe poter accadere. Eppure, come sua abitudine, Simenon racconta senza raccontare, ma, magistralmente, evocando ambienti ed atmosfere,

Così, a corollario di un dramma dei più borghesi, ecco comparire in controluce la Parigi della Belle Époque, degli Apaches e della Zone. Tra lo scalpiccio di cavalli che trascinano, in carrozze eleganti, vecchi uomini in frac reduci dalla notte parigina, ecco emergere le figure romantiche e terribili di Dédé il bandito, di Lucile prostituta sfregiata e di Bob conte di Anseval, nobile decaduto e ribelle.

A contorno La Place de Terne, la Porte Maillot, rue des Acacias.

Les Fortif  sono poco più in là, verso Neuilly e la Senna e, seppur non citate, sembrano fare da scenario ideale alla vicenda. Un mondo al suo tramonto, evocato dall’intenso profumo dell’ultimo assenzio legale e dal rombare sportivo di una Dion-Bouton.

Una Dion-Bouton per Maigret.

Maigret risolverà il caso e sarà il primo di una lunga serie. Scoprirà che il male alberga nel cuore degli uomini molto al di là delle apparenze e che, come non si stancherà mai di ripetere, è meglio avere a che fare con dei “professionisti onesti” che con dei bravi cittadini disonesti.

Una frittura di ghiozzi sul fiume, sotto il pergolato di una trattoria lungo la Senna, proprio in compagnia di Dédé, chiude il romanzo che racconta gli esordi a Parigi del nostro Maigret e spiega, senza ombra di dubbio, a chi vanno, al di là di tutto, le simpatie del commissario.

C’è un particolare che non deve sfuggire al lettore di questo romanzo. Alcuni dettagli non sono sicuramente inseriti a caso.

Il primo di questi è proprio la citazione dell’auto utilizzata da Dédé, un’auto dal nome romantico e non comune che da solo evoca tutta un’epoca: Dion-Bouton.

Non si tratta di un’auto qualsiasi. Il nome Dion-Bouton è legato a filo doppio alla storia criminale parigina. È infatti proprio a bordo di una Dion-Bouton, rubata il giorno stesso, che la famigerata Banda Bonnot compì il 25 marzo 1912, una sanguinosa rapina alla succursale della Société Générale di Parigi. Sul terreno rimangono due impiegati della banca e il bottino sarà di 49 mila franchi. Una cifra colossale per l’epoca.

Non si tratta solo di una rapina, si tratta di una delle primissime rapine compiute, almeno in Europa, utilizzando un’automobile per la fuga.

Per l’esattezza è la seconda azione criminale compiuta con questa modalità. Il primato spetta sempre alla Banda Bonnot per l’azione contro un portavalori, sempre appartenente alla Société Générale, compiuta il 21 dicembre 1911 al volante di una Delaunay-Belleville 12 CV, modello 1910, di colore verde e nero.

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Una Dion-Bouton 1913

 

È evidente che la citazione di una Dion-Bouton, da parte di Simenon, nel romanzo che vede le imprese del giovane Maigret alle prime armi, non sia casuale e non può che rimandare, immediatamente, il lettore francese della fine anni ’40, a quegli episodi criminosi la cui eco era stata tale da essere ancora ben noti a tutti.

Si tratta di una scelta precisa dello scrittore che, in questo modo, accentua il realismo della narrazione e coinvolge maggiormente il lettore che, ancora di più, si identifica nella vicenda degli esordi commissario.

Allo stesso modo, il riferimento alla Banda Bonnot, fa leva su un diffuso sentimento popolare ed accentua il divario tra i ricchi borghesi, che vorrebbero porsi al di sopra della legge in virtù della propria posizione sociale, e quei criminali che della legge si pongono al di fuori, proprio come Bonnot, animati da spirito di rivalsa contro l’ingiustizia della società e da sentimenti anarchici simili a quelli ostentati dal famoso bandito della Belle Époque e dai suoi complici.

Certo quando Simenon giunge a Parigi nel 1922 l’epoca degli Apaches è finita e la demolizione de les fortif è già cominciata.

Anche di questo Simenon non dice nulla, ma nel romanzo Monsieur Gallet, décédé, uno dei primissimi Maigret, sono descritti i lavori per l’edificazione  delle casette popolari di cui l’amministrazione francese incentiva, in quegli anni, la realizzazione. Proprio a partire dai terreni che poco prima ospitavano le fortificazioni militari.

 

Come abbiamo detto, ci vorranno decenni per svuotare definitivamente la Zone dai suoi abitanti e anche i lavori di demolizione dell’enceinte de Thiers porteranno via molto tempo.

Per lo scrittore belga, però, i luoghi parigini simbolo della miseria popolare, quella più profonda e senza riscatto, non sono collocati di preferenza nelle periferie, ai margini della città in espansione del primo dopoguerra, ma sono soprattutto concentrati nel cuore stesso di Parigi.

A Montmartre, naturalmente, e in quello che era il vecchio ghetto ebraico parigino: il Marais

All’epoca del suo arrivo le viuzze della zona, che in seguito diventerà uno dei luoghi più alla moda di Parigi, sono ancora popolate da una massa di stranieri, soprattutto dell’est Europa, in cerca di fortuna e lavoro. Diseredati richiamati nella capitale dalle presenza delle grandi fabbriche industriali, ma pronti anche alla violenza e al delitto.

Un po’ per necessità, un po’ per il carattere selvatico e l’ignoranza, un po’, come sempre accade in ogni epoca, nell’illusione di trovare una scorciatoia che consenta in fretta di sfuggire alla miseria.

Del resto Simenon evita di “agganciare” i drammi che racconta a circostanze sociali particolari. Al centro della sua indagine ci sono passioni, paure e debolezze umane che sono insite nell’essenza stessa dell’essere umano e sulle quali tempi e circostanze esterne possono o meno influire, o anche essere determinanti, ma è sempre nella mente e nel cuore dell’uomo che si nasconde la verità del dramma.

Di rado i protagonisti delle inchieste di Maigret sono delinquenti abituali o membri di bande organizzate e, quando questo accade, è sempre perché la vera indagine del commissario, e del suo autore, è incentrata su tutt’altri aspetti della vicenda.

E questo potrebbe essere argomento di un nuovo post!


Le canzoni presentate nel post sono di Frehel, interprete assolutamente unica di quell’epoca ed autentica figlia dei Fortif.

Spero siano di libero utilizzo, ma se così non fosse e venissero oscurate per ragioni di “diritti d’autore”, le trovate in ogni caso su YouTube.


 

Maigret a Parigi: 1913ultima modifica: 2018-10-29T20:31:52+01:00da albatros-331
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