Lo scandalo di Panama terza parte

Soldi, politica e ingegneria.

Le grandi banche protagoniste di fine '800.

Le grandi banche protagoniste di fine ‘800.

Lo scandalo di Panama tra politica e affari.

Se ancora oggi in Francia, più che altrove, il minimo sospetto di commistione tra affari e politica può degenerare rapidamente in una crisi anche molto grave, lo si deve proprio alle durature conseguenze della disillusione inferta al popolo francese dallo scandalo di Panama.

Lo scandalo, politico finanziario, scoppiato dopo il fallimento della società che aveva intrapreso i lavori per la realizzazione del Canale di Panama e che, finita in bancarotta, trascinerà alla rovina migliaia e migliaia di piccoli risparmiatori francesi.

Eppure l’avventura del Canale di Panama era iniziata con i migliori auspici e fra il generale entusiasmo. Nessuno avrebbe immaginato il disastro cui l’iniziativa andava incontro. Nessuno tranne forse un pugno di ingegneri che fin da subito avevano compreso quanto le premesse da cui muoveva il progetto imprenditoriale erano sbagliate.

Nel post precedente abbiamo lasciato i protagonisti della vicenda mentre probabilmente brindano per il primo significativo successo ottenuto sul campo: l’acquisizione, dal Governo colombiano, dei diritti di sfruttamento del futuro Canale di Panama e dei terreni su cui iniziare i lavori di scavo e sbancamento.

L’unica cosa che manca loro, a questo punto, sono i soldi necessari a realizzare un’opera così imponente.

Il Congresso di Parigi per il canale di Panama.

A maggio del 1879 la prestigiosa Société de Géographie de Paris riunisce un Congresso internazionale di studi del Canale tra i due oceani. Al Congresso, che si tiene nella sede parigina della Società al 184 di Boulevard Saint-Germain, partecipano 136 delegati, per lo più francesi, ma sono comunque rappresentate 26 nazioni, compreso Stati Uniti e Cina.

Scopo dell’iniziativa: valutare i progetti presentati e scegliere quello più adatto ad essere realizzato. I lavori iniziano il 15 maggio per terminare il 29 dello stesso mese.

C’è chi sostiene che, a causa della natura montuosa del territorio da attraversare, sia consigliabile realizzare un’opera costituita da un insieme di chiuse successive, per adattarsi ai vari dislivelli del terreno. Quello che si dice un “canale a chiuse”.

A perorare questa soluzione è un uomo di vasta competenza professionale e di altrettanto grande onestà personale: l’ingegnere des ponts et chaussées Adolphe Godin de Lépinay de Brusly. Segretario generale della Société de Géographie

Il più grande quanto misconosciuto ingegnere francese del suo tempo.

Il progetto che presenta è perfetto. Un canale a chiuse per ridurre gli immensi sbancamenti necessari procedendo a livello, un lago artificiale per consentire il transito delle navi nelle due direzioni e regolare le piene del Rio Chagres.

È esattamente il progetto su cui si baseranno gli statunitensi per realizzare il Canale tra il 1906 e il 1914.

Ma il presidente della giuria del Congresso è Ferdinande de Lesseps e vuole ad ogni costo l’approvazione del progetto di un canale a livello presentato dal Bonaparte Wyse.

Eppure Adolphe Godin de Lépinay osa parlare. Questo ingegnere francese, laureatosi fra i diciassette migliori studenti del suo corso all’Ecole des Ponts-et-Chaussées, mette in dubbio la scelta di un canale a livello.

Osa mettere in discussione il Grande Francese.

È sicuro di sé, perché ha studiato il percorso del canale. Sa che il progetto è fattibile e che quella perorata dal de Lesseps è una soluzione impraticabile.

Impraticabile in primo luogo perché il costo è molto più alto di quello di un canale a chiuse e, in secondo luogo, per le caratteristiche stesse del territorio. Lépinay di quanto afferma è assolutamente certo e lui è uno dei pochi ingegneri, presenti in quella sala ad aver già svolto lavori nell’America tropicale.

Presenta un quadro fosco; ipotizza anche un numero di potenziali perdite umane di 50.000 uomini, a causa del clima mortale e delle malattie endemiche presenti nel territorio di Panama.

Adolphe Godin de Lépinay vota no.

De Lesseps a questo punto getta sul piatto della bilancia sia il suo prestigio personale di eroe del Canale di Suez che il vasto peso politico fatto di influenze ai massimi livelli.

Minaccia di lasciare il progetto. Esercita pressioni sui membri del congresso ricordando che senza di lui non vi saranno investitori disposti a finanziare la realizzazione dell’opera.

È un’azione di convincimento efficacissima. Il canale a livello è votato a maggioranza.

La relazione finale del Grande Francese è un capolavoro di ottimismo: otto anni al massimo per terminare i lavori, 600 milioni di Franchi l’investimento totale. Prospettive sicure di enormi guadagni con la futura gestione del traffico marittimo.

Abilmente, le difficoltà di scavo ed esecuzione dei lavori, nei tratti montani del territorio panamense, vengono sottovalutate o ignorate del tutto. Delle condizioni sanitarie e climatiche nemmeno si parla.

Tutti gli uomini del Grande Francese.

Ora che il progetto è approvato Ferdinand de Lesseps acquista i diritti sulla concessione di Wyse per dieci milioni di franchi, cinque in contanti al Governo panamense e altrettanti in azioni della futura Società a Bonaparte Wyse ed al cognato colonnello Türr. Liquidati così gli ingombranti amici, Ferdinand de Lesseps, rimane solo al comando dell’operazione Panama.

Il 20 ottobre 1880, annuncia al mondo la costituzione della Compagnie Universelle du Canal interocéanique de Panama.

Il capitale della società è costituito tramite l’emissione di 800 mila azioni del valore di 500 franchi l’una, per un totale di 400 milioni di franchi. Le sottoscrizioni, in quel momento, non vanno però oltre i 300 milioni.

È il primo scontro con la dura realtà per de Lesseps e non sembra un buon viatico per il futuro.

Il suo nome, per quanto prestigioso sia, si rivela insufficiente, da solo, a convincere il grande capitalismo sulle due sponde dell’Atlantico ad allentare i cordoni della borsa.

Serve qualcosa di più. Una vera campagna di marketing.

Bisogna, innanzi tutto, dare l’avvio ai lavori, appaltando l’incarico esecutivo ad un costruttore adeguato e dimostrare così che i tempi dell’investimento saranno rispettati.

A dirigere il lavoro sul terreno è chiamato Armand Reclus, principale collaboratore di Wyse nelle due spedizioni esplorative che hanno condotto al progetto finale.

Il suo compito: predisporre ogni cosa affinché i lavori di sbancamento inizino il più presto possibile. Lavori che hanno effettivamente inizio nel 1881, ma non con la rapidità d’esecuzione sperata.

Quello che però urge risolvere in fretta è il problema del finanziamento dell’impresa. Serve uno specialista che si occupi di organizzare il reperimento dei fondi necessari. Sono molti soldi, molti di più di quanto si è cercato di far credere ai potenziali grandi investitori. La risposta di questi grandi investitori è stata fiacca: serve una nuova strategia.

Per mettere a punto una nuova strategia, che consenta di rastrellare sul mercato finanziario il denaro necessario alla realizzazione di quello che ormai Ferdinande de Lesseps considera il “suo” progetto, il Grande Francese si affida a tre principali figure legate in diverso modo con il mondo degli affari e della politica.

L’uomo delle banche: il barone de Reinach.

Jacob Adolphe, alias Jacques, 2 ° barone di Reinach, nato a Francoforte il 17 aprile 1840, è un banchiere francese, di origine tedesca ed ebraica, che si è distinto nei principali affari finanziari della sua tempo.

Figlio di Adolphe, barone de Reinach (1814-1879), console belga a Francoforte, nobilitato e creato barone dal re d’Italia nel 1866 poi confermato da Guglielmo I di Germania nel 1867, e di Clémentine Oppenheim (1822-1899).

Jacques de Reinach si stabilisce a Parigi alla fine degli anni ’50 dell’Ottocento e nel 1863 fonda la banca Kohn-Reinach con suo cognato, il finanziere internazionale Édouard Kohn.
Si sposa il 6 maggio 1863 con la prima cugina Fanny Emden, dalla quale ha tre figli: Henriette-Clémentine, Lucien e Juliette-Maximilienne.
Guardia nazionale durante l’assedio di Parigi nel 1870, de Reinach ottiene la naturalizzazione francese nel 1871.
La sua attività prospera con la costruzione delle ferrovie della Provenza e gli investimenti nella compagnia Canadian Pacific in Canada.
La sua villa nel Parc Monceau diviene ben presto il punto d’incontro del Tout-Paris della politica, della finanza e dell’arte. Acquista il castello di Nivillers, un villaggio della Picardia, di cui diviene sindaco nel 1884.

L’uomo della politica: Cornelius Herz.

Di Cornelius Herz per quanto riguarda i primi anni della sua vita, si, sa per certo, solamente che è nato il 3 settembre del 1845, a Besançon, da una famiglia di ebrei tedeschi emigrati in Francia.

Probabilmente, all’età di tre anni, si trasferisce con i genitori a New York, negli Stati Uniti. Compie i suoi studi di medicina nella Grande Mela, per poi recarsi per qualche tempo a Chicago. Torna a New York nel 1872 dove esercita presso il Mount Sinai Hospital.

Sarà, però, nella città di Boston che, nel 1873, trova moglie. La donna risponde al nome di Bianca Saroni, di evidenti origini italiane. Con lei, l’anno successivo, si trasferisce a San Francisco e, nella città californiana, si specializza nella cura delle malattie nervose. Fino a questo punto, è tutto un po’ vago, ma assolutamente normale.

Nel tempo libero, il giovane medico, inizia ad interessarsi alla speculazione immobiliare e, allo stesso tempo, allo studio della galvanica e dell’elettricità. Vi si interessa a tal punto, che presto la sua attività di medico passa in second’ordine.

Nulla si conosce sui motivi che lo conducono alla decisione di tornare a varcare l’oceano, ma è un fatto che, Cornelius Hertz, ricompare a Parigi nell’Anno del Signore 1877 e, questa volta, nei panni di imprenditore. Nella capitale francese nasce il suo primo figlio, Ralph, destinato ad una carriera di cantante ed attore.

Cornelius, ormai impegnato al cento per cento nella finanza e nell’attività d’impresa, fonda la Compagnie de transport de la force électrique e, nel 1880, deposita un brevetto, riguardante un sistema telefonico a condensatori. Una sua invenzione che assicura una migliore trasmissione della voce sulle lunghe distanze. Il suo nome figura tra i collaboratori della prestigiosa rivista di divulgazione scientifica La Lumière électrique nata nel 1879.

Cornelius Hertz è ormai una figura di un certo spessore e, nella capitale, ha stretto rapporti con importanti protagonisti del mondo industriale e finanziario e, naturalmente, anche politico. Diviene amico personale di Georges Clemenceau, futuro Presidente del Consiglio, di cui contribuisce a finanziare il giornale La Justice.

Un uomo di successo, Cornelius Hertz. Un uomo la cui definizione più completa è forse quella lasciata dal noto giornalista e scrittore Bernard Lazare:

“Cornelius Hertz non ha mai avuto una patria, pur avendone servite molte: sembra che non abbia mai avuto altro che una sola passione: quella dell’oro.”

Nella villa del Parc Monceau, di cui parlavamo in precedenza, passa il meglio di Parigi. Inevitabile l’incontro di Cornelius con il barone Jacques de Reinach e quello dei due affaristi con il Grande Francese.

L’uomo nero venuto dal Brasile.

Léopold Émile Aron detto Émile Arton è una figura alquanto equivoca di uomo d’affari dalla reputazione tutt’altro che specchiata.

Nato a Strasburgo il 16 agosto del 1849, è figlio di commercianti ebrei alsaziani (un suo zio paterno è il bisnonno dello storico  Marc Bloch) e, molto giovane, è inviato a Francoforte presso uno zio materno, per fare pratica nel mondo degli affari. Lavora come impiegato presso varie banche ed aziende commerciali.

Intorno al 1870 si trasferisce in Brasile, a Rio de Janeiro, con l’incarico di procuratore d’affari per conto di una società tedesca. Si è sposato con Henriette Darbelly, figlia naturale, di un fabbricante di fiori artificiali. In occasione del matrimonio si converte al cattolicesimo ed inizia a farsi chiamare Émile Arton.

Del mondo degli affari Arton ha colto immediatamente il lato più oscuro e pericoloso. Ha fretta di riuscire e non sembra temere di sporcarsi le mani. Soprattutto, il possibile intreccio tra politica ed affari, deve essergli apparso subito molto chiaramente. Come, del resto l’importanza delle informazioni.

A Rio de Janeiro inizia a mantenere una rete di giovani attricette molto disinvolte, con l’aiuto delle quali ottiene, con il ricatto, informazioni ed appoggi da politici e uomini d’affari.

Il gioco rende molto, ma dura poco: nel 1873 è travolto da un’inchiesta per appropriazione indebita. Sfugge al processo, ma perde il posto presso la società tedesca e decide che è tempo di ritrovare l’aria della vecchia Europa.

Giunge a Parigi, dove si installa in avenue de Wagram. Con i capitali guadagnati e l’esperienza maturata in Brasile, Arton, si lancia nel commercio del caffè, ma l’impresa del “Café Arton” non ottiene successo. Pare anche a causa della pesante contraffazione del prodotto.

Torna quindi alla prediletta attività di mediatore d’affari, per conto di diverse società, ma anche ai maneggi poco puliti dei tempi brasiliani. Operazioni di borsa, gioco d’azzardo e donnine intraprendenti sono il suo pane quotidiano.

Intorno alla metà degli anni ’80 del XX secolo, Arton, naviga sulla cresta dell’onda. Ha acquistato una villa a Bougival, dispone di molto denaro, ha nuovamente organizzato un “giro” di attrici e attricette utili ai suoi scopi. Intrattiene legami ambigui e complicati sia nel mondo dello spettacolo che in quello della politica.

Nel 1886 gli vengono presentati il senatore Alfred Naquet e il deputato radicale, nonché importante industriale, François Barbe. Attraverso costoro ottiene importanti incarichi nella Société centrale de dynamite e nella filiale sudafricana Société du Transvaal, della quale diviene direttore. Ad ottenere queste strategiche posizioni lo aiuta il genero di Barbe, Georges Vian, in quel momento sindaco di Saint-Chéron, ma con grandi ambizioni politiche. Vian sostiene Arton in cambio di una commissione del 10% sui futuri guadagni e di appoggio politico.

Il ruolo di Direttore della Société centrale de dynamite, vede Arton come fornitore di esplosivi ai principali cantieri del Genio Civile e delle grandi opere dove necessitino lavori di sbancamento. Entra in contatto così con la Compagnie Universelle du Canal interocéanique de Panama, divenendo ben presto consigliere e uomo di fiducia di Jacques de Reinach che della società è l’agente finanziario.

De Lesseps, de Reinach, Herz e Arton: i quattro moschettieri dello scandalo di Panama.

Una curiosa combinazione del destino a condotto quattro uomini molto diversi tra loro, per carattere, storia personale e posizione sociale, ad allearsi, con il comune obiettivo di unire i loro nomi alla realizzazione della più grande impresa del secolo: il Canale di Panama.

Si costituisce così il quartetto destinato a condurre verso il baratro se stesso e il progetto del Canale, nonché a mettere in seria difficoltà la Terza Repubblica francese.

Due aristocratici, un imprenditore d’assalto e un avventuriero, tutti imbarcati sullo stesso vascello a navigare in acque sempre più agitate. Fino alla tempesta finale.


 

 

 

 

 

Lo scandalo di Panama terza parteultima modifica: 2021-03-28T03:30:53+02:00da albatros-331
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