Jean-Pierre Melville: il solitario re del Polar

Jean-Pierre Melville: il solitario re del Polar.

 

Jean-Pierre Melville il solitario re del Polar

Jean-Pierre Melville: il solitario re del Polar

Jean-Pierre Melville il solitario re del Polar.

Jean-Pierre Melville, destinato a divenire uno dei grandi registi francesi, nasce a Parigi il 20 ottobre del 1917 da una famiglia  originaria dell’Alsazia. Uomo introverso, dotato di una personalità complessa e scontrosa, appassionato sin dall’infanzia di cinema. Matura una profonda ammirazione per la cultura statunitense, tanto da assimilarne atteggiamenti feticistici per il resto della sua vita.

La sua gioventù non è certo caratterizzata dagli studi. Piuttosto da una frequentazione assidua delle sale cinematografiche. Cinefilo fin dall’infanzia (a sei anni riceve in dono dai genitori un proiettore), predilige i film americani, e particolarmente i noir della Warner Bros. Arruolato nell’esercito, ripara a Marsiglia dopo la sconfitta della Francia ed entra nella Resistenza.

Jean-Pierre Melville: un “americano” a Parigi.

Dopo sei mesi passati nelle carceri spagnole, fugge in Inghilterra. In seguito partecipa alla campagna d’Italia e di Francia nelle truppe gaulliste di France libre. Durante la clandestinità, adotta quel nome Melville, in omaggio all’autore di Moby Dick, che poi sostituirà, dopo la guerra, definitivamente al proprio cognome (quello vero è Jean-Pierre Grumbach).

Jean-Pierre Melville

Le sue esperienze belliche gli serviranno da ispirazione per il film L’armata degli eroi (L’Armée des ombres, 1969), traspozione cinematografica di un romanzo del 1943 di Joseph Kessel arricchita da Melville con particolari ripresi dal proprio vissuto.

Tornato alla vita civile e deciso ad intraprendere la carriera del “creatore di cinema”, Melville, si trova subito costretto ad affrontare il rigido sistema sindacale dell’epoca. I “Dinosauri” che controllano l’ambiente delle produzioni cinematografiche tendono a non sostenere i giovani non provenienti dal partito comunista e le difficoltà per loro sono tante.

Costretto a mettersi in proprio, fonda nel 1946 una sua casa di produzione: l’Organisation générale cinématographique. Dopo il successo delle prime pellicole arriva l’edificazione dei teatri di posa e, questa sua totale autonomia, contribuisce fortemente a fare di lui il regista indipendente per eccellenza del cinema francese.

Jean-Pierre Melville autentico innovatore del cinema francese.

Jean-Pierre Melville ha nella storia del cinema francese una posizione importante, ma non da tutti tenuta nella giusta considerazione. Sia la critica che il pubblico si dividono fra estimatori e denigratori e, molto presto, anche l’ammirazione incondizionata dei registi della Nouvelle Vague (di cui, suo malgrado, è considerato il precursore) viene messa a dura prova dall’atteggiamento del regista. La sua personalità  e il suo carattere non gli consentono di adeguarsi ai conformismi imperanti; siano essi antichi o nuovissimi.

Le sue opere hanno di certo contribuito a segnare il passaggio fra un cinema ormai convenzionale e quel cinema di rottura che la Nouvelle Vague pretende rappresentare. Ma ad accomunarlo ai giovani critici cinematografici, che si avviano a trasformarsi in registi rivoluzionari, è solo la sua formidabile indipendenza, unita alla volontà di comunicare attraverso tecniche nuove e mezzi “poveri” (non per scelta ma per necessità); non il rifiuto dogmatico delle tradizionali forme espressive del cinema. 

Rispetto al tradizionale “Cinema de Papa” tanto vilipeso dai nuovi registi emergenti, Melville ha il vantaggio di possedere un universo da comunicare al suo spettatore e la capacità  tecnica di riuscire a farlo, anche con pochi soldi a disposizione. Naturalmente anche il suo posizionamento politico ostile al partito comunista, che nel dopoguerra condiziona fortemente l’ambiente cinematografico francese, non aiuta a rendere facile la sua vita professionale.

Jean-Pierre Melville un carattere sensibile e difficile.

Uomo sensibile, dalle forti passioni e con un carattere difficile e scontroso, Melville, passa per un solitario anche se molto di questo aspetto della sua vita è più il frutto di un atteggiamento del regista stesso, che ama descriversi come tale. In realtà è sempre circondato da amici e da aspiranti registi.

Ha un carattere sensibile quanto intransigente e possiede un forte senso dell’amicizia, ma un altrettanto esasperata suscettibilità, che lo porta a sentirsi tradito da coloro che non si adattano completamente alla sua visione delle cose. Se ritiene di dover agire in un determinato modo, nessuno può fargli cambiare idea.

Quello dell’incompreso è, in larga misura, un atteggiamento, ma, di certo, non ammette critiche: né personali né al suo lavoro.

Il suo lavoro, il cinema, egli lo ama con un sentimento assoluto ed esprime questo amore con un perfezionismo, una cura dei particolari ed una preparazione tecnica che pochi suoi colleghi potevano, allora, e possono vantare oggi.

Innovativo nei metodi ed in perenne controtendenza con il sistema, Melville, annovera molti primati nel suo lavoro di regista. Fu il primo ad imporre agli attori una recitazione sotto tono ed a pretendere da loro che rinunciassero al trucco per ottenere effetti più realistici. Molto spesso, per lo stesso motivo, ricorse a volti nuovi e ad attori poco conosciuti.

Jean-Pierre Melville

Fu anche il primo ad accettare di girare in esterni con pochi soldi e pochi mezzi. E questo è uno dei tratti che più entusiasmò gli autori della Nouvelle Vague. Ma quando questi metodi operativi divennero la prassi del nuovo cinema francese, e le migliorate possibilità economiche glielo consentirono, lui. Melville, non ebbe alcuna remora a tornare alle lavorazioni in studio e all’ausilio di attori affermati.

Jean-Pierre Melville maestro dei grandi interpreti francesi.

Se la ricerca del realismo guida Melville verso l’utilizzo di volti nuovi, il suo amore per la perfezione lo porta ad avvicinarsi con grande ammirazione e rispetto ad attori di grande rilievo che, sotto la sua guida, diventano gli interpreti più autentici di quel mondo espressivo definito dal regista stesso “universo melvilliano”. Attori del calibro di Alain Delon, Lino Ventura, Jean-Paul Belmondo sono i volti e i corpi di quegli uomini solitari ed enigmatici che popolano il mondo notturno di Melville. Personaggi, anch’essi notturni, come la vita del regista che ama lavorare di notte. Interpreti perfetti di un mondo fatto di amicizia virile, amori impossibili, tradimenti. Malviventi solitari con un codice d’onore inflessibile, che vanno verso la morte non in cerca di un riscatto, ma di un’affermazione dei propri valori esistenziali.

Jean-Pierre Melville: pochi film che fanno storia.

Pochi, se vogliamo, i titoli nella sua carriera, ma in tutti c’è il suo mondo espressivo anche se non tutti rappresentano dei successi di pubblico e di critica. Oggi tutto questo lavoro di Melville è giustamente rivalutato, in particolare dagli estimatori del genere e da molti critici e registi contemporanei.

Il silenzio del mare (Le silence de la mer) (1947) I ragazzi terribili (Les enfants terribles) (1950) Labbra proibite (Quand tu liras cette lettre) (1953) Bob il giocatore (Bob le flambeur) (1955) Le jene del quarto potere (Deux hommes dans Manhattan) (1959) Léon Morin, prete (Léon Morin, prêtre) (1961) Lo spione (Le doulos) (1963) Lo sciacallo (L’aîné des Ferchaux) (1963) Tutte le ore feriscono… l’ultima uccide (Le deuxième souffle) (1966) Frank Costello faccia d’angelo (Le Samouraï) (1967) L’armata degli eroi (L’armée des ombres) (1969) I senza nome (Le cercle rouge) (1970) Notte sulla città (Un flic) (1972).

Non sempre osannato dai critici, non sempre capito dal pubblico, oggi Jean-Pierre Melville è considerato il vero maestro del cinema Polar e registi del calibro di Kitano Takeshi, John Woo, i fratelli Coen, Jim Jarmusch e Quentin Tarantino, affermano senza difficoltà d’essere stati fortemente influenzati, nel proprio lavoro dall’opera di Melville e dalla pellicola che più di tutte ne rappresenta il capolavoro ed il punto d’arrivo: Le Samourai. Questo film girato nel 1967 ed interpretato da Alain Delon costituisce sicuramente il compendio della cifra stilistica di Melville e del suo mondo espressivo.

Il cinema americano di Jean-Pierre Melville.

Pur essendo molto colto, Melville, rifiuta al cinema una funzione culturale, nel senso educativo del termine. Per lui, gli spettatori riempiono le sale cinematografiche per distrarsi, non per essere educati, ed il film deve avere esclusivamente un compito di intrattenimento.

Una bella storia ben raccontata: questo è il cinema per Melville!

Questo non gli impedisce di affermare che un vero “creatore di cinema” (créateur de cinéma), per essere tale deve possedere un proprio universo; altrimenti non avrà grandi cose da raccontare e sarà solo un regista qualsiasi.

La concezione del cinema come spettacolo è sicuramente di stampo americano e non stupisce visto l’amore viscerale che il regista francese nutre per le pellicole d’oltreoceano. In particolare egli ama quel cinema noir degli anni trenta che ha costituito l’epoca d’oro di quel genere in america e ritiene di aver imparato tutto da una quarantina di registi statunitensi che, in quell’epoca, hanno prodotto quanto di meglio si poteva produrre.

Sarebbe però sbagliato pensare a Melville come ad un pedissequo copiatore di cose già fatte. Egli porta nel cinema francese alcune tecniche che caratterizzano quel cinema, come l’uso della fotografia in bianco e nero al posto dei grigi tipicamente francesi, o la recitazione naturale e “sotto tono” dei professionisti americani.

Trasferisce nelle vie di Parigi i cappelli e i soprabiti alla Hanfry Bogart, i macchinoni a 12 cilindri coperti di cromature lucenti. Ma reinterpreta quel mondo espressivo conferendogli una propria cifra, caratterizzata anche da una certa ironia e, soprattutto, trascendendo il contesto sociale in cui il cinema noir americano matura, per trasportarlo in una dimensione epica quasi da tragedia greca.

Jean-Pierre Melville: il mito dell’eroe solitario.

La carriera cinematografica di Melville inizia con un cortometraggio sull’ambiente del circo, Vingt-quatre heures de la vie d’un clown del 1946, ma è nel 1949 che realizza il suo primo vero film adattando un testo di Vercors (Jean Marcel Adolphe Bruller) scritto nel 1942 e decisamente poco cinematografico: Le silence de la mer. Il film, girato con pochissimi mezzi in casa dell’autore, si caratterizza soprattutto per la grande aderenza al testo letterario, il largo impiego della voce narrante e la fotografia di Henri Decaë, qui al suo esordio, che sarà un fedele collaboratore di Melville e un interprete importante della Nouvelle Vague.

Il film è un dramma da camera pervaso da rovelli esistenziali e senso della disfatta, solitudine e dolore. In qualche modo l’ufficiale tedesco protagonista della vicenda (interpretato da Howard Vernon) anticipa già quelle che saranno le figure umane solitarie e anti-sistema del futuro universo melvilliano. Il successo della pellicola attira l’attenzione di un altro scrittore francese: Jean Cocteau.

Cocteau chiede a Melville di adattare per il cinema un suo romanzo del 1929, Les enfants terribles. Il film esce nel 1950 ed è destinato a fare a lungo parlare di se. L’incontro tra il mondo di Melville e quello di Cocteau rappresenta un materiale allora difficilissimo da maneggiare, l’esempio di un cinema purissimo e di rottura. Non a caso venerato dagli autori della Nouvelle Vague.

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Jean-Pierre Melville Les Enfants terribles

Pochissimi altri film hanno espresso con altrettanta chiarezza la dipendenza affettiva, l’ambiguità della giovinezza, la morbosità di legami che sfiorano la tentazione incestuosa. Opera-scandalo per nascita Les enfants terribles, nasconde più di quanto si creda nel funzionamento di un quartetto in cui ognuno sembra rimandare ad altro da sé, di un sistema delle attrazioni amplificato, ancora di più, dalla dimensione di un mondo chiuso tipica del regista:

«Anche se il soggetto di Les enfants terribles deriva da Jean Cocteau, quella camera affollata di fotografie, disegni e mobili […] è già un tipico spazio melvilliano, immerso in una dimensione scissa dalla realtà, nonostante la materia fisica di tutto ciò che lo ingombra sia ostentatamente, ossessivamente visibile» (Roberto Chiesi, Gli enigmi stranianti di Melville, Cineforum 483, p.47).

Jean-Pierre Melville verso il Polar.

Melville non è insensibile agli aspetti commerciali del suo lavoro e, dimostrando anche in questo grande indipendenza, nel 1953 realizza una pellicola melodrammatica coprodotta con la Titanus italiana, Quand tu liras cette lettre, con due attori di sicuro richiamo per il pubblico: Juliette Gréco e Philippe Lemaire.

Il film ha un buon successo, ma nulla di più e lo stesso Melville lo definisce un’opera tratta da un buon soggetto che qualunque regista avrebbe potuto realizzare. Nel 1956 eccolo affrontare per la prima volta quel genere noir di cui in seguito diverrà il vero maestro. Con Bob le flambeur Melville inaugura quella galleria di personaggi che lo caratterizzano e lo fa in modo leggero e pieno di ironia. Bob le flambeur è un malavitoso ossessionato dal gioco d’azzardo che dopo aver progettato una rapina al Casino di Douville se ne dimentica preso dal gioco e vince così il denaro che intendeva rubare.

Lo stile è all’americana e la fonte d’ispirazione è il John Huston di Giungla d’asfalto (The Asphalt Jungle 1950), ma reinterpretato in modo estremamente originale ed ironico. Manca, ad esempio, il classico finale tragico che caratterizza il genere. Il film, tratto da un soggetto di Auguste Le Bretonne e sceneggiato da Melville insieme all’autore, è interpretato da Roger Duchesne, Isabelle Corey e Daniel Cauchy. L’uso della cinepresa “a mano” cioè non montata sul cavalletto, ma maneggiata dall’operatore e l’utilizzo di salti di sequenza nel montaggio (jump cut), hanno fatto di questo film un’opera cult dei registi della Nouvelle Vague insieme al successivo Deux hommes dans Manhattan.

Jean-Pierre Melville

Jean-pierre Melville: gli interpreti autenticamente melvilliani.

Deux hommes dans Manhattan non si rivela certo un successo, né di critica né di pubblico (ad eccezione alcuni anni dopo dei registi della Nouvelle Vague). Lo stesso Melville riconosce che il film, a metà strada fra il documentario (sulla New York notturna) ed il film di narrazione vero e proprio:

“Risulta troppo poco documentario e troppo poco film per soddisfare lo spettatore”.

In aggiunta la partecipazione diretta dello stesso Melville come interprete di uno dei personaggi principali non gioca a favore della riuscita dell’opera. L’ambizione del regista ad essere coinvolto in tutte le fasi della realizzazione di un film può essere legittima, ma un attore è un attore e non lo si inventa così su due piedi.

Quando, nel 1961, Jean-Paul Belmondo interpreta Léon Morin, prêtre, l’attore nato a Neuilly-sur-Seine il 9 aprile 1933, ha 28 anni e una ventina di film alle spalle, alcuni dei quali girati con registi di tutto rispetto sia in Francia che in Italia (Marcel Carné, Marc Allégret, Claude Chabrol, Jean-Luc Godard, Alberto Lattuada, Vittorio De Sica, Mauro Bolognini). Grazie al successo di Les tricheurs (Peccatori in blue-jeans) di  Marcel Carné (1958) è considerato una “star” dalle giovani generazioni di pubblico.  Soprattutto dopo l’interpretazione del ruolo principale nel film À bout de souffle, opera d’esordio di Jean-Luc Godard , uno dei padri della Nouvelle Vague, è visto come un interprete ideale del nuovo cinema francese.

Melville lo vuole in un ruolo complesso e apparentemente in controtendenza con quelli che identificano ormai il giovane attore: un prete di campagna bello, di grande rigore morale e fede quasi mistica, alle prese con la giovane vedova di un ebreo comunista, che lo sfida sul terreno della dialettica e finisce con l’innamorarsi di lui. Melville è particolarmente coinvolto nella materia: lui, ateo di origine ebrea ma educato al cattolicesimo, si interroga sui rapporti tra laicismo e fede con una partecipazione rara in film del genere.

Melville, mai troppo compreso dalla critica.

Anche qui la critica non sarà unanime, ma questo per Melville non è certo una novità. Ricordiamo a margine che nella produzione del film è coinvolto anche l’italiano Carlo Ponti. Certo è che con Belmondo, il più americano dei registi francesi, ha trovato un interprete adatto a dare fisicità a quei suoi personaggi che rappresentano il centro del suo universo espressivo.

L’attore ed il regista saranno ancora insieme in altre due pellicole: Le doulos, primo vero Polar in senso stretto di Melville e L’Aîné des Ferchaux.

L’Aîné des Ferchaux merita, da parte nostra una nota supplementare, vuoi perché si tratta del primo film a colori di Melville, vuoi soprattutto perché il soggetto è tratto da un’opera del nostro Georges Simenon del 1945 pubblicata per Gallimard.

Romanzo e film differiscono in molti aspetti e non credo vi siano stati rapporti diretti fra Melville e Simenon. La produzione pensava di affidare il ruolo del giovane avventuriero Michel Maudet ad Alain Delon, ma avendo questi rifiutato preferendo un altro soggetto, la proposta fu fatta a Belmondo.

Fu Belmondo ad immporre Melville come regista. Melville realizzò, come sua abitudine, la sceneggiatura e avrebbe voluto l’attore americano Spencer Tracy nel ruolo principale di Ferchaux, ma questi era già malato e non se ne fece nulla. Il ruolo venne affidato quindi all’attore francese Charles Vanel.

Melville e Vannel non andavano evidentemente troppo d’accordo e, pare, il regista lo trattasse talmente male che lo stesso Belmondo intervenne durante un litigio fra i due schiaffeggiando Melville. Finiva così il loro sodalizio e non vi furono altri rapporti fra i due. Persino per terminare le riprese il regista fu costretto ad adattare il finale al materiale che già era stato girato, perché Belmondo e Vanel non si presentarono più sul set.

Jean-Pierre Melville il percorso verso la vetta stilistica.

Il 4 novembre del 1966 nella sala cinematografica di Parigi Colisée et Madeleine ha luogo la prima proiezione pubblica del film di Melville Le Deuxième Souffle.

Protagonista uno straordinario Lino Ventura nel ruolo di Gu, un malvivente evaso di prigione, uomo solitario e misterioso, che va incontro al suo destino per non rinnegare il proprio codice d’onore di bandito spietato, ma fedele e coraggioso.

Questo film segna il passaggio fra il primo periodo di Melville, che ha visto il regista privilegiare le forme classiche del cinema francese, e l’ultimo e più autentico Melville; quello che lascia progressivamente corso al suo gusto per una forma di narrazione più pulita ed essenziale.

Se la psicologia dei personaggi rimane dettagliata, allusioni  ed accenni  a connessioni interne alle loro relazioni, si moltiplicano senza definirsi completamente. Melville si libera dai vincoli di un certo realismo per mostrarci la sua personale visione di quel mondo popolato da gangsters, mutuato dal cinema americano e rivisitato nella tradizione della malavita francese, solitari e intransigenti verso se stessi. Votati ad un destino di morte che è insieme affermazione dei propri valori esistenziali.

Il soggetto è tratto da un romanzo di José Giovanni, adattato da Melville insieme all’autore. Un cast di tutto rispetto sostiene il lavoro del regista: Paul Meurisse, Christine Fabréga, Paul Frankeur, Raymond Pellegrin, Marcel Bozzuffi, Michel Constantin e Denis Manuel e, naturalmente, l’ottima interpretazione di un Lino Ventura perfetto nella parte. Il film riscosse un discreto successo e critiche molto positive. La copia Ventura Meurisse farà parte anche del cast del film L’armée des ombres girato da Melville nel 1969 ed ispirato, in parte, ai ricordi di guerra del regista.

Jean-Pierre Melville: Alain Delon e la trilogia perfetta.

Ma è nel 1967 che Jean-Pierre Melville realizza il primo film di quella che potremmo definire la trilogia perfetta e che rappresenta l’apice del suo contributo al genere del Polar francese. Si tratta di tre pellicole che hanno in comune il protagonista Alain Delon e nelle quali, Melville, porta alle estreme conseguenze, in particolare nel terzo film che è anche il suo ultimo, la narrazione di quel suo complesso e sofisticato “Universo melvilliano” di cui accennavamo all’inizio.

I film sono: Le Samouraï del 1967, Le cercle rouge, del 1970 e Un flic girato nel 1972. Nella realizzazione di Un flic, ultima pellicola di Melville, collabora come segretaria di produzione Florance Moncorgé Gabin, figlia di Jean Gabin e della sua terza moglie Dominique Fournier.

Delle tre pellicole è certamente Le cercle rouge quella che ottiene il maggiore successo di pubblico, con i suoi complessivi 4.300.000 spettatori, Le Samourai ne realizzerà 1 milione e 900 mila, mentre il contrastato Un flic solo 1 milione e 400 mila e una selva di critiche negative.

Alcuni critici si accaniscono sulla scarsa verosimiglianza di talune sequenze ed è abbastanza comprensibile visto che in questo film Melville, che si è tanto spesso ispirato agli americani, anticipa nella sequenza della rapina al treno, situazioni assurde ma estremamente coinvolgenti cui ci abituerà Indiana Jones parecchi anni più tardi.

Altri insistono sul fatto che molti aspetti della vicenda non sono completamente svelati; a partire dai rapporti fra i vari personaggi che vengono rivelati nel momento dell’azione, ma sottendono un “prima” che rimane accuratamente celato o solo accennato attraverso certi sguardi scambiati fra loro dai protagonisti. Questi critici non hanno capito che proprio questo è Melville: prendere o lasciare.

Eppure i tre film sono ora rivalutati al massimo e considerati nella giusta luce di autentici capolavori del cinema di genere. Il Polar portato alla sua essenzialità e alle sue estreme conseguenze. Quelle della tragedia. I personaggi non sono più uomini, ma tipi umani che esprimono la caduta irrimediabile dell’umanità, il suo desiderio di riscatto e quella corsa in avanti che inconsciamente porta all’autodistruzione.

Tre film caratterizzati da un profumo atemporale dove l’esasperato verismo dell’azione si mescola all’assoluto simbolismo delle situazioni e dei rapporti fra i personaggi e l’ambiente in cui si muovono. Atmosfere rarefatte, lunghi silenzi, sguardi estenuati, situazioni e rapporti non sempre spiegati fino in fondo.

Melville muore a Parigi il 2 agosto del 1973 in seguito ad una crisi cardiaca. Muore prima di poter realizzare un altro film che aveva in agenda. Ora riposa nel cimitero parigino di Pantin.

Ci lascia questa stupefacente eredità di autentico cinema che, in quest’era dell’elettronica applicata all’immagine, permette ancora di riconoscere i meccanismi attraverso i quali la settima arte è riuscita a coinvolgere e far sognare, o anche solo divertire, milioni di spettatori dal suo esordio fino ad oggi.
Jean-Pierre Melville


 

Jean-Pierre Melville: il solitario re del Polarultima modifica: 2016-08-24T23:40:43+02:00da albatros-331
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