Il bretone amico di Al Capone

Yves le Roux: una vita da leggenda.

Yves le Roux Al Capone è amico mio

Al Capone è amico mio, la leggenda di Yves le Roux. foto Télégramme.

I piccoli grandi bretoni di Simenon.

La Bretagna è una terra rude e vi è stato un tempo dove vivere non era cosa da poco.

Terra di marinai ed emigranti, dove segale e grano crscono solo con estrema fatica.

Georges Simenon approda in Bretagna nel 1930, in autunno, e vi rimane fino al febbraio dell’anno successivo. Lo scrittore ha molto lavoro da fare e poco tempo per portarlo a termine.

Si è sistemato nei pressi di Concarneau e scrive incessantemente.

Quei ricordi bretoni serviranno a Simenon per realizzare due romanzi importanti: Il cane giallo, della serie dedicata a Maigret, e Le signorine di Concarneau.

In altri romanzi, ambientati in luoghi diversi, lo scrittore non mancherà di rievocare la sua esperienza in quei luoghi, inserendo qua e là personaggi, più o meno secondari, di chiara origine bretone.

Si tratta spesso di marinai: come il capitano Joris protagonista di Il porto delle nebbie, o il Léon Le Guérec di Il cane giallo o, ancora, il pittoresco P’tit Louis di All’insegna di Terranova.

In particolare, negli ultimi due romanzi citati, i marinai bretoni evocati dallo scrittore belga, sono personaggi dal passato avventuroso e non troppo legale.

Nel romanzo All’insegna di Terranova, scopriamo che P’tit Louis ha vissuto per un certo tempo a Parigi, dove è rimasto coinvolto nel furto di un portafogli in rue de Lappe.

In Il cane giallo, il gigantesco Léon Le Guérec viene da una lunga detenzione negli Stati Uniti a causa di un traffico di alcolici durante il Proibizionismo.

Sono personaggi di pura invenzione, ovviamente, ma forse non tanto e non del tutto.

Nella vita reale ritroviamo esperienze molto simili proprio in un figlio di Bretagna che non stonerebbe per nulla in un romanzo di Georges Simenon.

Un uomo che si chiamava Yves Le Roux, nato il 22 febbraio del 1887 a Langonnet, nel cuore della Bretagna e che, in quello stesso luogo, ha concluso tragicamente la propria vita, come forse era inevitabile ad uno come lui, in un giorno d’inverno del 1971.

Appuntamento a Maison Blanche.

È il 26 febbraio 1971: un venerdì.

È il giorno in cui, a Parigi, muore, ucciso a 68 anni da un cancro ormai inarrestabile, Fernand-Joseph-Désiré Contandin, in arte Fernandel.

Lontano da Parigi, nel Morbihan, cuore profondo della Bretagna un uomo di bassa statura si avvia lungo il vialetto di casa avvolto in un pesante cappotto. Sul capo ha un cappello a tese strette, di quelli che ormai quasi nessuno porta più.

Cammina deciso; le spalle incurvate dal freddo e dal peso di ottantaquattro anni di una vita non comune.

Il suo nome è Yves Le Roux: Yves Rouz per i bretoni come lui.

Ha un appuntamento, quel giorno, e non lo sa. Un appuntamento fatale a Maison Blanche: un incrocio fra i campi della sua Bretagna.

Spalanca il cancello, esce in strada al volante della sua 2CV, parcheggia sul ciglio. Con stentata disinvoltura scende dal mezzo e richiude il cancello. Torna a bordo, guardandosi intorno quasi temesse qualcosa, innesta la marcia e parte deciso nella debole foschia che avvolge il paese.

Tutti gesti abituali che l’uomo ripete quasi ogni giorno da molti anni.

Yves Le Roux è un uomo solo ormai. Non ha più una famiglia, nemmeno dei veri amici.

È solo. Solo con la sua leggenda e i suoi ricordi che racconta da ormai quarant’anni a chi vuole ascoltarlo, nei bistrot di Gourin, Langonnet, Saint-Tugdual o Priziac. Ovunque trovi un’anima caritatevole che lo stia a sentire.

Nessuno lo ama davvero, ma non osano dirgli di no. Ha sempre avuto un brutto carattere e anche ora, ormai vecchio, quando gioca a carte nei bistrot della zona, non esita ad estrarre il suo tira-pugni e a deporlo sul tavolo.

Non un’attacca brighe, ma certamente un violento.

Infondo, però, ha sempre belle storie da raccontare, vere o false che siano. C’è chi gli offre un caffè, chi un aperitivo, a volte lo invitano persino a pranzo o a cena.

Quel 26 febbraio c’è poca gente in circolazione. È inverno, fa freddo, ma cambierebbe poco anche se la stagione fosse migliore.

Langonnet è un piccolo paese bretone di duemila e trecento abitanti, in costante decrescita, e non vi è mai troppa gente per strada.

Siamo nel cuore della regione delle Montagnes Noires, ma delle foreste che ricoprivano anticamente il territorio, rifugio di briganti e predoni, non rimane quasi più nulla.

Una sfilata di poderi e campi corona entrambi i lati della strada Dipartimentale 128. Solo a Kerchampeau, quando la strada diviene D790 e costeggia per un tratto la riva dell’Ellé, la fitta vegetazione nasconde, alla vista, le distese erbose, donando l’impressione di attraversare qualcosa di simile ad una foresta. Ma è solo un attimo: meno di tre chilometri.

La 2CV procede spedita nella gelida luce del giorno; nessun rumore dai campi, pochissime le auto in circolazione. Le Roux è stato il primo, da quelle parti, a potersi permettere un’automobile. Non ha mai imparato a guidare seriamente, però, e la sua carriera d’automobilista è costellata di piccoli incidenti stradali. “Guida come un cane” direbbe qualcuno.

Oggi la meta del viaggio è Plouray, un comune distante 15 chilometri da Langonnet. Un paese altrettanto agricolo ed altrettanto poco popoloso. C’è un bar tabacchi a Plouray, ci si può giocare a carte, scroccare un aperitivo, raccontare per l’ennesima volta una delle tante avventure della sua vita.

Chissà se gli hanno mai creduto i compaesani?

Un tempo era ricco, viveva di rendita e la gente aveva paura di lui. La casa che si è fatto costruire a Langonnet quarant’anni prima è ancora lì, ma, insieme alla 2CV, è più o meno l’unica cosa rimastagli.

Sua moglie se n’è andata intorno al 1950. Non ne poteva più di una vita di violenza e soprusi. Sua figlia se n’è andata con lei e non vuole più sentir parlare del padre. Anche i soldi se ne sono andati, poco per volta. Ormai gli resta solo di che vivere a stenti, alle spalle di quei compaesani che ora non lo temono più, ma lo considerano tutto sommato una specie di istituzione locale.

Amici non ne ha ora e non ne aveva un tempo. Forse uno soltanto e lo ripete a tutti: “Al Capone era amico mio!

Il giro del mondo in quarant’anni.

Il vecchio guida come sempre aggrappato al volante. I segnali stradali lo riguardano pochissimo: quelli di stop, non lo riguardano affatto.

Da sotto la tesa del cappello, i suoi occhietti vivaci fissano l’asfalto. Fuori dall’auto l’aria è gelida, il cielo plumbeo, i campi bianchi di brina.

Ancora pochi chilometri a Maison Blanche, un incrocio con poche case, dove la D790 si immette nella Dipartimentale1che collega Gourin a Guémené-sur-Scorff passando per Plouray.

Maison Blanche: un nome che ricorda un po’ quello di un bordello. Lui ne ha visti di bordelli in vita sua, di tutte le risme e in tante città.

A Parigi, a New York, a Buenos Aires, a Panama, perfino a Saigon. Vi ha speso dei soldi e parecchi, ma sono certamente di più quelli che vi ha guadagnato.

A Saigon era nella marina militare, ma lo hanno cacciato per indegnità. Il motivo non lo ricorda. Forse non gli piace ricordarlo.

Saigon, comunque era una fogna! Se n’è andato volentieri. Della Cocincina gli è rimasto solo un problema ai polmoni e difficoltà a respirare.

Parigi! Parigi è stata tutta un’altra storia! Montmartre, la rue de Lappe! Era il 1910: l’anno della grande inondazione.

Peccato l’abbiano beccato a rubare. Un anno di galera: fine della favola.

“Amo l’aria di Parigi”, dice la canzone, ma è un’aria che può diventare pesante.

Meglio mollare l’ancora allora…come si dice. Di nuovo la marina: mercantile questa volta.

Marsiglia, poi il Senegal e, infine, l’Argentina. Aria nuova, vita nuova, basta navigare.

Il Sudamerica è una terra promessa! Non per tutti a quanto pare. La solita iella ed ecco nuovamente la necessità di cambiare aria.

Le prigioni argentine sono peggiori di quelle francesi? Meglio non accertarsene personalmente.

Panama allora: nei cantieri dove gli americani portano a termine il Canale che i francesi, anni prima, non sono riusciti a costruire.

Il clima è orrendo, il lavoro durissimo, la vita miserabile, ma per fortuna scoppia la Prima guerra mondiale e la Francia lo rivuole indietro.

Dalla battaglia di Verdun alla New York del proibizionismo.

La Dipartimentale 790 porta dritta a Plouray senza passare per Maison Blanche, ma Yves la Roux decide di non svoltare a destra: al bivio imbocca la D109. L’auto prosegue ondeggiando senza fretta, ma anche senza rallentare mai: nemmeno quando affronta la strettoia del piccolo ponte sull’Ellé.

I campi bretoni non assomigliano a quelli della Champagne e, forse, Yves sta pensando proprio a quello in quel momento.

Nel 1915 i campi della Champagne erano solo fango e crateri di granata!

Perché morire per la Francia?

Aveva solo 13 anni quando, alla stazione di Gourin, lo hanno beccato a rubare delle cassette di mele. Delle stramaledette cassetta di mele!

È bastato per farlo finire in riformatorio fino ai 20 anni.

Sua madre, per fortuna, era morta quando di anni lui ne aveva solo tre. Quell’umiliazione non l’ha vissuta.

Aveva 28 anni, sua madre, quando è morta nel 1891: 28 anni e cinque figli!

Suo padre? Gestiva un bar a Gourin, dopo aver fallito come contadino a Langonnet. Suo padre aveva troppo da fare per occuparsi di lui. Oltre al lavoro aveva altri quattro figli da tirare su.

Niente carcere per un minorenne sorpreso a rubare delle mele. Niente carcere, ma sette anni nell’inferno correzionale di Belle-Île-en-Mer.

Nel 1902, il ministero di giustizia francese inaugurò un carcere minorile a Belle-Île-en-Mer, isola bretone nell’oceano atlantico. Quello che doveva essere un penitenziario modello, incentrato sul recupero e la formazione professionale dei giovani detenuti, divenne invece un autentico inferno per minorenni, costretti a subire angherie e violenze dai secondini.

Disciplina estremamente pesante, guardie brutali e sempre ubriache, i detenuti più grandi a dettare le regole della sopravvivenza. Yves è tra i più piccoli, sia per corporatura che per età, ma è abbastanza sveglio e violento per adattarsi e sopravvivere. Quegli anni trascorsi sull’isola sono la migliore scuola d’individualismo e prepotenza che si possa immaginare. Soggiogare i deboli, asservirsi ai forti.

Il poeta Jacques Prévert, dedicherà una poesia alle giovani vittime di questo carcere minorile francese, dopo l’ammutinamento dei detenuti nel 1934. Messa in musica da Joseph Kosma la canzone venne resa celebre da Marianne Oswald.

Liberato a vent’anni Yves si arruola nella marina militare, ma la cosa non funziona. La Cocincina, Saigon l’indegnità morale. Poi Parigi, operaio nei cantieri della metropolitana, borsaiolo, carcerato per otto mesi, la marina mercantile, il Sudamerica, Panama, la guerra.

Ferito in battaglia a Verdun, Yves non è più idoneo al combattimento, ma siamo solo nel ’15 e la guerra è ancora lontano dal finire.

Arruolato nel corpo autisti è inviato sul fronte balcanico e lì rimane fino al termine del conflitto.

Nel 1917 è su una nave che dovrebbe condurlo a Salonicco, ma è silurata: Yves sopravvive, unico fra i 50 membri dell’equipaggio, e dopo 4 giorni in mare è soccorso e salvato.

Guerra finita! Subito a Langonnet dove lo accolgono come un eroe.

Trova una donna, Henriette, la sposa e diviene padre di una bimba. È sempre l’uomo violento, irascibile e introverso uscito a vent’anni da Belle-Île-en-Mer, ma per circa dieci anni la copia tira a campare come può e il più onestamente che può.

La Bretagna è, all’epoca, terra ingrata per i suoi figli, così Yves ed Henriette lasciano la bimba a i genitori di lei e, come tanti compatrioti prima di loro, cercano la fortuna negli Stati Uniti.

È a questo punto che la Sorte decide di ripagare il debito contratto con Yves Le Roux.

Nulla è ben chiaro in questa storia, ma a New York, dove i due arrivano nel 1927, le cose cambiano rapidamente.

Prima sono le officine della Michelin di Milltown, nel New Jersey, dove lavorano tanti altri bretoni come lui, ma sono gli anni del proibizionismo e un uomo svelto, deciso e senza scrupoli può fare strada nell’America di quegli anni.

In breve Yves si ritrova a gestire uno speakeasy a New York, un locale clandestino dove si servono alcolici proibiti, realizzato nel seminterrato della sua casa sulla 31ª Strada. Il locale è noto come Le Consul Breton: Il Console bretone.

In breve tempo l’ex ladro di mele di Gourin diviene il personaggio più in vista della copiosa comunità bretone newyorchese, che vanta più di 25.000 anime.

Cerchi lavoro, un alloggio, un documento? Vuoi ottenere la cittadinanza americana tramite un matrimonio in bianco opportunamente organizzato? Devi rivolgerti al Consul Breton! Devi cercare di Yves la Roux.

Alcolici di contrabbando, documenti falsi, maneggi illegali: siamo in odore di malavita.

Malavita quella vera: Mafia tanto per capirsi!

La pacchia non dura molto: giusto un paio d’anni.

Via dalla pazza America!

Nel 1930 Yves le Roux e la moglie tornano in Bretagna e lo fanno in tutta fretta.

Titoli al portatore e monete d’oro nascoste sotto gli abiti. Abbastanza per comprare una casa, un’automobile, una partecipazione in un paio di pescherecci a Quimper e non lavorare mai più.

Troppi soldi per un uomo che si occupava di trovare lavoro e documenti a immigrati bretoni!

Nei quarant’anni che seguono nessuno gli crede quando racconta che lavorava per Al Capone e che il gangster era amico suo.

Certo Al Capone viveva ed operava fra Chicago e Miami ed è poco probabile che potesse avere rapporti personali con un oscuro malavitoso di New York.

Amici forse no, ma le vanterie di Yves le Roux potrebbero nascondere un’altra verità. Il bretone deciso e violento, potrebbe aver portato a termine un qualche “lavoro”, commissionato dal gangsters italiano alle “famiglie” di New York.

Chi lo può dire? Volendo lavorare di fantasia si potrebbe andare anche oltre il lecito: i membri del commando della strage di San Valentino, 1929, non sono mai stati identificati ed è possibile venissero da fuori Chicago…Ma non esageriamo!

Ma ormai è al 26 febbraio del 1971: un venerdì.

L’incrocio che immette la D109 sulla D1 è regolato da uno stop. Yves le Roux non si sogna nemmeno di rispettare quel segnale: non lo fa mai.

L’impatto con l’auto che sopraggiunge, una Peugeot 404, è inevitabile. Il giovane che la guida è illeso, ma per l’ottantaquattrenne della 2CV il trauma cranico è fatale.

Gourin è, nel 1971, un comune piccolo, ma popoloso, con i suoi 5.200 abitanti; dispone persino di un ospedale: la clinica Sainte-Anne.

Yves le Roux viene trasportato d’urgenza alla clinica del dottor René Lohéac, ma è tutto inutile.

L’avventuriero bretone che forse era amico di Al Capone chiude la sua esistenza terrena nel modo violento in cui ha sempre vissuto.

Forse non per colpa sua: per poche cassette di mele!

Oggi non vi è nemmeno una tomba a ricordare Yves le Roux, a Langonnet o a Gourin, la concessione è scaduta e nessuno l’ha rinnovata.

Eppure fra i vecchi immigrati bretoni di New York c’è ancora chi ricorda un locale clandestino gestito da un bretone sulla 31ª.

Tanto è bastato perché Olivier Le Dour, esperto studioso della storia della diaspora bretone, si incuriosisse, approfondisse la vicenda e vi dedicasse un libro.

Un libro dato alle stampe nel 2020, scritto in francese, ma con ben 200 fotografie di sicuro interesse per gli appassionati.

Così a cinquant’anni dalla sua scomparsa, si rinnova la leggenda del Consul BretonYves le Roux.

Le Consul breton. Les neuf vies de l’aventurier Yves Le Roux


 

 

Il bretone amico di Al Caponeultima modifica: 2022-06-08T03:08:08+02:00da albatros-331
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