I sette colori di Robert Brasillach

Sette colori per un romanzo.

Brasillach e la crisi del romanzo moderno.

«Tutti coloro che hanno riflettuto sulla tecnica del romanzo hanno notato l’estrema libertà del genere, e la sua facilità ad ammettere tutte le forme. Sono stati considerati come romanzi, nel corso dei secoli, racconti, frammenti di diari, raccolte di lettere, poesie, costruzioni puramente ideologiche come “Séraphita e Louis Lambert”, dialoghi come quelli che furono di moda prima della guerra. Un monologo interiore surrealista è forse un romanzo, e una serie di documenti cuciti insieme (com’è stato fatto ad esempio per la morte di Tolstoj) può passare per un’altra forma di quest’arte. Nella maggior parte dei romanzi, del resto, racconto, dialogo (anche dialogo indiretto), saggio o massime, documenti, lettere, pagine di diario, monologo interiore si mescolano in una stessa opera, e le pubblicità di César Birotteau, le lettere di Madame de Merteuil, il discorso dell'”Ulisse” fanno parte integrante del genere romanzesco. È sembrato che si potesse tentare almeno una volta di presentare questi diversi elementi non più confusi, ma dissociati, per quanto è possibile, e che ciascuna di queste forme potesse convenire meglio di un’altra per descrivere un particolare episodio, nel corso del tempo che fugge».

Sette colori per un amore.

Ne I sette colori Brasillach racconta la storia di Patrizio e Caterina, due studenti conosciutisi per caso durante l’esame di maturità che si incontrano in un giorno di sole presso Bois du Boulogne, un incantevole parco di Parigi, nel 1926. In quell’estate pregna di luce e totalizzanti emozioni i due ragazzi – lui vent’anni, lei diciotto – si approssimano impercettibilmente sino a sigillare un sodalizio dei sensi che – al di là di come terminerà il romanzo – resterà a suo modo puro e, in qualche modo, nobilmente ingenuo. E se, parafrasando Georg Simmel, la sorgente interna della vita si sente maggiormente quando si è più vicini all’origine, è vero anche che, con altrettanta forza, la sua intensità permane nel caleidoscopio dei ricordi alla stregua di un vascello fantasma in un oceano di preoccupazioni, miraggi e disinganni.

Così, nonostante a un certo punto il giovane Patrizio scelga di emigrare verso l’Italia fascista e Caterina resti sola col cuore spezzato in quell’ambiguo e ammaliante acquarello che è la Parigi degli anni Venti, l’avvicinamento delle loro anime non vacillerà – quantunque nel frattempo la giovane, trovatasi tra due fuochi di diversa gradazione, si sposi con François Courtet e Patrizio, dopo una formativa esperienza nella Legione Straniera, si stabilizzi in Germania. (da lintellettualedissidente)

Di Robert Brasillac ha scritto Stenio Solinas:

«Brasillach sta a Stendhal così come Flaubert sta a Céline. Per i primi la vita vale la pena d’essere vissuta, per i secondi l’orrore e la stupidità che ne sono alla base fanno sì che essa non meriti altro che la sua descrizione, come un biologo che osservi al microscopio una coltura di batteri…Il grande equivoco sul quale poggia il giudizio, ideologico più che critico, nei confronti di Brasillach è quello di non perdonargli proprio questo atteggiamento di fronte alla vita ».

I sette colori di Robert Brasillach

Robert Brasillach poeta della giovinezza.

Solo a partire dal 1961 Robert Brasillach (con Drieu la Rochelle) entra nell’immaginario dei giovani non-conformisti italiani degli anni ’60. Grazie a coraggiose pubblicazioni ed alle splendide traduzioni di Luciano Bianciardi (per Drieu) e di Orsola Nemi per Brasillach.

Così venne la riscoperta delle sue opere migliori: I sette coloriIl nostro anteguerra e La ruota del tempo.

Brasillach, il poeta morto giovane, è stato soprattutto il cantore della giovinezza, della bellezza, della modernità con l’anima della speranza, del cambiamento, dell’ottimismo.

Di lui ha scritto una delle maggiori glorie letterarie della Francia odierna:

«…Ricordo due o tre casi precisi in cui la confusione delle idee e dei sentimenti così caratteristica del nostro tempo – forse soltanto perché delle altre epoche che non abbiamo conosciuto ci facciamo un’idea molto semplificata – aveva raggiunto le vette della complicazione e del paradosso. Claude e io, per esempio, nutrivamo una specie di culto per un giovane nato una decina d’anni dopo di noi, del quale, credo, ho già avuto occasione di parlare in queste pagine: Robert Brasillach. Brasillach aveva fatto ciò che Claude e io avremmo voluto poter fare: era entrato all’École normale di rue d’Ulm, il cui solo nome ci mandava in estasi. Avevamo conservato qualcosa di quella nozione di élite che ci aveva inculcato il nonno e che avremmo veduto scomparire radicalmente trenta o quarant’anni dopo, verso la fine della mia vita, all’epoca in cui scrivo queste righe. Questa idea d’élite l’avevamo soltanto spostata, immaginando, come sempre avviene, di porci alla sommità di un progresso che pochi anni sarebbero bastati  far invecchiare. Ci dicevamo che non c’era altra élite che quella della scienza e della cultura e sognavamo a lungo, leggendo “Les Thibault” [la grandiosa saga di Roger Martin Du Gard, poi Premio Nobel per la Letteratura nel 1937: otto volumi pubblicati fra il 1922 e il 1940] o “Les Hommes de bonne volonté” [l’ancor più vasto ciclo di Jules Romains, in ben 27 volumi, apparso fra il 1932 e il 1947], i tetti dell’École Normale e il suo famoso concorso d’ammissione. Ci eravamo gettati sul “Virgile” di Brasillach, poi sul suo meraviglioso “Corneille”, sul suo “Comme le temps passe”, di cui ci aveva incantato la notte di Toledo. Non avevamo mai visto Brasillach, ma Philippe lo aveva incontrato a Norimberga nel 1937. Quando, in piena occupazione tedesca, uscì “Notre avant-guerre” Philippe trionfò. Il mondo, tutto fatto di cultura classica, e di piaceri raffinati, che il libro dipingeva, era infinitamente più vicino alle nostre preoccupazioni che a quelle di Philippe. Ma Brasillach vi ripercorreva tutte le tappe della sua conversione al fascismo. “Vedete…” diceva Philippe, che allora, lo recinteremo, era già molto cambiato, ma restava fedele ai ricordi della sua giovinezza, “vedete…”. Sì, sì, vedevamo… L’intelligenza, il talento, il genio non hanno mai impedito di sbagliarsi. Si direbbe, anzi, che aiutino a immergersi ancor più in tutta la profondità e il cupo splendore dello smarrimento. In Brasillach, l’aspetto più affascinante non era dato dalle sue idee, ma dalla sua allegria, dal suo ardore di vivere, dalla sua giovinezza, che più tardi, quando tutti i suoi sogni sarebbero crollati, gli avrebbe impedito di cercare, come tanti altri, di riparare ai suoi errori.» (Jean D’Ormesson – Au plaisir de Dieu, Paris, Éditions Gallimard, 1974; traduzione dal francese di Giovanni Bogliolo, Milano, Rizzoli, 1975.

La morte di Robert Brasillach è una colpa che peserà per sempre sulla coscienza dell’Europa democratica. Per questo il suo nome si è inutilmente cercato di cancellarlo e la sua opera si è tentato di condannarla all’oblio.

Si poteva perdonare a Drieu La Rochelle l’essersi suicidato e a Celine d’essere sopravvissuto. Ma la fucilazione di un poeta, ovunque avvenga, non ha rimedio né perdono.

I sette colori di Robert Brasillach


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I sette colori di Robert Brasillachultima modifica: 2021-06-25T02:32:02+02:00da albatros-331
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