Gli Anni Ruggenti a Le bœuf sur le toit

Un’icona degli Anni Ruggenti a Parigi.

Le Bœuf sur le toit, tempio parigino della musica negli Anni ruggenti.

Le Bœuf sur le toit, tempio parigino della musica negli Anni ruggenti.

Le bœuf sur le toit alla Madeleine.

Esistono luoghi, collocati per lo più, nelle principali città del mondo, il cui solo nome evoca, ancora dopo molti decenni, lo stile e l’atmosfera di un’intera epoca.

Il più famoso di questi luoghi si trova a Parigi e non poteva essere diversamente, è un ristorante e un music-hall e risponde al nome, ormai mitico, di: Le bœuf sur le toit.

Il locale esiste ancora ed ancora gode di fascino e fama, ma la sua epoca d’oro fu, certamente, quel decennio incredibile, compreso fra la fine del primo conflitto mondiale e la crisi di Wall Street del 1929, passato alla storia come gli Anni ruggenti.

Rievocare la storia di questo locale è un po’ come tornare a respirare l’aria di Parigi in quegli anni in cui tutto sembrava essere possibile e, nell’arte come nel vivere quotidiano, tutto appariva in movimento ed in necessario ineluttabile cambiamento.

Gli anni ruggenti videro convivere fianco a fianco un atteggiarsi ed un sentire apparentemente opposti e contradditori, ma che per effetto di una strana e, forse irripetibile, alchimia si fusero in un unico amalgama.

Impegno artistico, innovazione, curiosità e insieme estrema spregiudicatezza, opportunismo, frivolezza e superficialità.

Il calderone magico in cui tutto questa effervescenza vitale si incontra e si fonde è proprio lì in quel locale al 28 della rue Boissy-d’Anglas nel quartiere della Maddeleine, 8º arrondissement di Parigi: Le bœuf sur le toit.

La decade dell’illusione: Parigi 1918-1928 di Maurice Sachs – Meridiano Zero 2003

Quando e come nasce Le bœuf sur le toit.

Tutto ha inizio da una canzone che conquista l’anima di un importante compositore francese, Darius Milhaud, che trasferitosi in Brasile nel 1916, su invito dell’amico Paul Claudel, che nominato plenipotenziario a Rio de Janeiro, lo vuole come segretario.

Il giovane musicista francese si innamora della musica brasiliana ed in particolare di un’aria popolare dal titolo molto pittoresco: O Boi no Telhado.

O Boi no Telhado, in italiano, significa letteralmente: il bue sul tetto.

Darius Milhaud, rientra in Francia, portando con se una composizione musicale per violino e pianoforte, intitolata Cinéma-fantasie e destinata ad accompagnare un film muto di Charlie Chaplin.

Si da il caso che Milhaud non sia un compositore qualsiasi, ma un innovatore e dal 1916, finito il Conservatorio, ha costituito insieme ad altri cinque colleghi il Gruppo dei sei (Le groupe des Six).

Fortemente influenzati dal compositore  Erik Satie e dal poeta e drammaturgo Jean Cocteau, Les Six, sono fautori di una musica neoclassica essenzialmente in opposizione all’impressionismo e al wagnerismo. Sebbene scrivessero collettivamente, ciascuno conservava il proprio stile personale a causa della natura stessa delle opere (movimenti o pezzi separati).

Su suggerimento di Jean Cocteau ed influenzato dalla recente passione per la musica brasiliana, Milhaud il pezzo destinato al Cinema in un balletto-pantomima, del quale Cocteau stesso scrive l’argomento. I costumi sono disegnati da Guy-Pierre Fauconnet e le scenografie da Raoul Dufy.

Il titolo del balletto non sarà altro che il famoso bue sul tetto: Le bœuf sur le toit.

L’opera è una “farsa” surrealista, nello spirito di Les Mamelles de Tirésias di Guillaume Apollinaire o del balletto Parade di Satie e  il narrato non è esattamente una storia in senso stretto.

La scena riproduce un bar dove si vedono sfilare diversi personaggi: un bookmaker, un nano, un pugile, una donna vestita da uomo, uomini vestiti da donna, un poliziotto che viene decapitato dalle pale di un ventaglio prima di resuscitare, ecc.

La coreografia è volutamente molto lenta, in forte contrasto con la vivacità e la gioia dell’accompagnamento musicale. A differenza di un balletto tradizionale, gli interpreti non provengono dalla danza ma dal circo. Tra loro il famoso trio, formato dai tre fratelli: Paul, François e Albert Fratellini, vedettes al Circo Medrano.

Giusto per sottolineare lo spirito innovatore dell’epoca, va menzionata la realizzazione di una versione discografica del pezzo musicale. Sottotitolata “Cinema-Sinfonia su temi sudamericani messi in farsa di Jean Cocteau” e prodotta niente meno che dall’ingegnere acustico André Charlin, pioniere della riproduzione sonora e padre del disco in vinile.

Le Bœuf sur le toit, op. 58, va in scena il 21 febbraio 1920 sul palco della Comédie des Champs-Élysées.

Il programma del concerto, diretto da Vladimir Golschmann, prevede anche altre opere: Adieu, New York! di Georges AuricCocardes di Francis Poulenc (su un poema di Jean Cocteau) e Trois petites pièces montées di Erik Satie.

Dal palco d’un teatro ad un bar della Madeleine.

Cosa centra un balletto brasiliano con un locale alla moda parigino? Un collegamento c’è ed ora lo vediamo insieme.

Bisogna sapere che il Gruppo dei sei, Les Six com’erano noti a Parigi, amava ritrovarsi, soprattutto la sera e la notte, in un bar aperto al 17 della rue Duphot, da un tal M. Louis Moyses: La Gaya.

Del resto sono tanti, a Parigi, i locali dove artisti ed aspiranti tali, amano ritrovarsi di giorno e di notte. Parigi ferve di vita un po’ ovunque in quegli anni folli!

La Gaya e uno di quei luoghi ed è molto popolare. Il locale è abbastanza lontano dai caffè letterari di Boulevard du Montparnasse, che sono sulla Rive gauche. La Gaya si trova nel cuore della Parigi effervescente e scanzonata delle sale da ballo che, dopo la tristezza della guerra, nascono un po’ ovunque come funghi.

La storia del Gaya è assolutamente rivelatrice dello spirito che aleggia a Parigi negli Anni ruggenti.

Il 17 di rue Duphot ospitava, allora come ora, un albergo di non troppe pretese. La struttura viene presa in affitto da un albergatore di origine svizzera di lingua tedesca, Hermann Schwarze, che a sua volta, affida la gestione del ristorante ad un giovane originario delle Ardenne, Louis Moysès.

Il bistrot apre nel febbraio del 1921 nel cuore del quartiere della Madeleine.
L’arredamento è rustico, legno, zinco e mattoni di terracotta. Specialità della casa i vini portoghesi!

Ora non rimane che attirare i clienti. Come fare? La concorrenza è tanta ed è ovunque.

Moysès si rivolge all’amico Henri Wiéner che ha diretto l’Hotel Meurice dove lui stesso ha lavorato per un certo periodo. Wiéner non possiede una formula magica per il successo, ma ha un figlio, Jean, un pianista dallo straordinario talento, innamorato della musica Jazz, che in quel periodo inizia a diffondersi a Parigi.

La decisione è presa Jean Wiéner si esibirà nella sala ristorante.

Con lui, ad esibirsi, l’afroamericano Vance Lowry. Un ragazzotto tutto sorrisi che suona il sassofono e il banjo.

Il nome del Gaya inizia a diffondersi a Parigi! Lì si suona il Jaaz. Siamo all’inizio di una vera rivoluzione e stiamo per assistere alla nascita di un mito.

Jean Wiéner non è solo un grande pianista: è anche amico del compositore Darius Milhaud e, come abbiamo visto, Milhaud è un componente del Gruppo dei sei nonché amico di Jean Cocteau.

Il compositore invita il poeta nel nuovo ristorante e, il solo fatto che il direttore del locale sia nato a Charleville, come Rimbaud, basta a stuzzicare la curiosità di Cocteau.
Cocteau va al Gaya. Jean Wiéner al pianoforte suona il ragtime. Vance Lowry lo accompagna con il sax.
L’artista è conquistato. Attira l’ altri amici lì. Il Gruppo dei Sei, naturalmente è della partita e, tutti insieme, si ritrovano nel locale il sabato sera.

Georges Auric, Louis Durey, lo svizzero Arthur Honegger, Darius Milhaud, Francis Poulenc e Germaine Tailleferre, l’unica donna del clan. Erik Satie si unisce a loro, aggrappato al suo immancabile ombrello. Il giovanissimo Raymond Radiguet de Il diavolo in corpo, il protetto di Cocteau, fa da pilastro permanente ad un angolo del bar, mentre all’angolo opposto si appoggia al suo unico braccio (il sinistro) lo scrittore Blaise Cendrars.
Picasso, con la prima moglie Olga, diventa ben presto un habitué. Un altro pittore, André Derain, con l’immancabile pipa e lo sguardo bonario non manca quasi mai alle serate più animate del locale.

Molto rapidamente ecco arrivare, con i loro danarosi accompagnatori, le star più in vista dello spettacolo e del music-hall: Mistinguett, Isadora Duncan, Joséphine Baker tanto per citarne solo tre fra le più note.

Tanto successo, forse inatteso, porta con se una serie di problemi. Il principale dei quali è rappresentato dalle ridotte dimensioni del locale. Il ristorante è costretto a rifiutare clienti per mancanza di posto: è quindi necessario ampliarsi.

Schwarze e Moysès, ora soci, trovano sede al 28, rue Boissy-d’Anglas.

Dopo la fortunata esibizione al teatro della Comédie nel febbraio del 1921 non è difficile che Darius Milhaud con gli amici e sodali  Georges Auric e Arthur Rubinstein eseguono a “sei” mani, per la gioia degli avventori, il tema de Le Bœuf sur le toit.

Louis Moyses e il socio svizzero forse pensano di legare a se il prestigioso gruppo di artisti che ha così bene contribuito alla fortuna del Gaya, forse sono solo attirati dal titolo originale della composizione.

Fatto sta che il nuovo locale che apre i battenti al pubblico il 10 gennaio del 1922 si chiamerà proprio Le Bœuf sur le toit.

Ebbe inizio così la magnifica avventura di un luogo del divertimento parigino consacrato alla musica ed alla musica Jazz in particolare, anche se furono molti i musicisti che vi si esibirono e non tutti jazzisti.

Certo la porta era sempre aperta per pianisti come Eugene McCown, che appena arrivato dal nativo Missouri, contribuì tanto a familiarizzare il pubblico parigino con il fox-trot, il Kentucky o il blues del suo paese. Ma, nella stessa sera, o in un’altra qualsiasi, accadeva di trovarsi di fronte a Jean Wiéner intento a suonare Bach, oppure al virtuoso pianista Clément Doucet che interpreta Cole Porter o, ancora, a Marianne Oswald che intona le canzoni di Kurt Weil.

Potevi trovarti faccia a faccia con Stravinsky, Francis Poulenc o Erik Sati. Al Gruppo dei sei al gran completo o alla rinfusa. A tutta una generazione di compositori che avrebbero fatto la storia della musica moderna come Virgil Thomson, allievo a Parigi di Nadia Boulanger.

L’avventura di Le Bœuf sur le toit dura ancor oggi, al nuovo indirizzo di rue du Colisée 34, ma è evidente che nulla è paragonabile ai memorabili giorni di cent’anni fa.

Gli Anni ruggenti durarono solo un decennio. Dieci anni di gioia follia e speranza. Con il 1929 si chiuse un’epoca irripetibile e se ne aprì un’altra, che fra lutti, tragedie, rinascite e illusioni si è spinta fino ad oltre il secolo breve per arrivare fino a noi.

Senza mai più ritrovare l’effervescenza scanzonata e innovatrice di quegli anni.

Non a caso, forse, la più toccante testimonianza di quei tempi e di quel luogo, viene dalla penna di quello che oltre ogni dubbio è il più singolare, talentuoso e discusso degli scrittori francesi: Maurice Sachs.

Appassionato di letteratura, snob, truffatore, spia, ebreo che divenne collaborazionista durante l’occupazione della Francia. La sua opera, pubblicata principalmente postuma, fu come una bomba nella Parigi degli anni Cinquanta e da allora non ha mai smesso di far discutere e affascinare.

Au temps du Boeuf sur le toit (French Edition) by Maurice Sachs 


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Gli Anni Ruggenti a Le bœuf sur le toitultima modifica: 2022-09-16T11:00:52+02:00da albatros-331
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