Corinne una storia del cinema francese

Corinne Luchaire una vita in tempesta.

Corinne Luchaire nel 1943

Corinne Luchaire una vita in tempesta.

Corinne Luchaire è una famosa attrice francese. Oggi, fuori dal ristretto ambito dei cinefili accaniti, pochi la ricordano, ma per una breve manciata d’anni, esattamente dal 1938 al 1944, la sua immagine fu ben nota al grande pubblico in Francia, Italia, negli Stati Uniti e in gran parte d’Europa.

Corinne Luchaire astro del cinema francese.

È comparsa all’improvviso nell’Olimpo del Cinema francese. La vita di una rosa il bagliore di una stella.

Il suo nome sulla bocca di tutti, la sua voce alla radio, il suo volto su manifesti e giornali.

Il debutto nel cinema a 15 anni, quello in teatro a 16. Diva internazionale a 17, Undici film cinque anni. Un matrimonio a 21 anni, durato pochi mesi. Una figlia, Bigitte, a 23 anni, da un ufficiale tedesco durante l’occupazione della Francia. Poi, a 25, la condanna e il carcere. La libertà, la miseria, la morte. Tutto prima dei 29.

Quella di Corinne Luchaire è una storia breve. La storia di una donna e di un’attrice, ma anche quella di un cliché. Il consumato cliché dell’enfant terrible del Cinema francese d’anteguerra. Un mito nato insieme alla sua fama e che l’accompagna ancora oggi.

Corinne Luchaire: l’histoire à l’envers

Per raccontare di lei è forse meglio iniziare dalla fine. Tornare a quella sera del 22 gennaio 1950.

Ad una cena tra amici: quelli rimasti nonostante tutto.

Dopo il carcere ed il processo del ’46, la condanna a dieci anni di indegnità nazionale, la fucilazione del padre, le confische, il processo civile, ora Corinne è a Parigi.

Intorno a lei  gli amici fidati. Il regista Jean-Charles Tacchella, il commediografo e scrittore Pierre Barillet e, soprattutto, l’uomo che più di tutti l’ha apprezzata e compresa: il regista Léonide Moguy. Quello che la scoprì (come anni dopo avrebbe rivelato al grande pubblico Ava Gardner), e che la portò al successo internazionale, con il film Prison sans barreaux, in quel 1938 che ora sembra lontano quanto l’era glaciale.

Mancano esattamente 20 giorni ai suoi 29 anni, quel 22 gennaio 1950. In quel ristorante parigino lei c’è quella sera: non può mancare.

Moguy la vuole per il ruolo principale del film che si appresta a girare in Italia.

Il 19 gennaio è stata a Roma. Ha firmato il contratto: il film si farà.

Ma la salute della giovane attrice peggiora ancora: l’inizio delle riprese è rinviato.

Ora la pervicace caparbietà con cui ha perseguito la sua stessa autodistruzione fisica, sembra volerla impiegare in quell’estremo tentativo di riscatto. Tornare sul set, lavorare di nuovo, avere ancora un pubblico.

Suo padre prima di morire fucilato le ha inviato una lettera. Ha affidato a lei le sorti economiche della famiglia. L’ha esortata a comportarsi in modo “responsabile”; lei ha sempre fatto quello che desiderava suo padre. Forse anche questo la spinge avanti.

A dicembre la condanna a dieci anni di indegnità nazionale è ridotta a soli cinque. Questo non la riabilita e nemmeno incrina la fama di frivola incosciente che accompagna da anni il suo nome, ma dimezza gli anni di ostracismo sociale e lavorativo nella nuova Francia del dopoguerra.

Quella sera lei è più pallida che mai, mentre il portamento è lo stesso di sempre, anche senza pellicce e mantelli preziosi. Lo stesso distacco, la medesima eleganza discreta.

È lì, anche se probabilmente a malapena si regge in piedi. Gli amici rimasti sono al suo fianco. Si parla di cinema, si fanno progetti, si rievocano episodi di pochi anni prima e che ora sembrano lontanissimi nel tempo.

Lei non mangia nulla, non può. Ad ogni colpo di tosse il fazzoletto è più rosso di sangue.

Ma lei è Corinne Luchaire!

Lei è quella che gli americani definirono The New Garbola nuova Greta Garbo e il suo posto è al centro della scena! È arrivato il momento che forse temeva da anni o che da anni cercava. L’ultimo set per l’ultima ripresa.

Una corsa in taxi nella gelida notte parigina. Una corsa inutile verso la Clinique Médicale Edouard Rist, nel XVI arrondissement. Corinne muore prima di arrivarvi.

L’ultimo ciak per Corinne Luchaire.

Alla fine il titolo del film che avrebbe dovuto girare, si rivela profetico: Domani è troppo tardi.

La pellicola uscirà nelle sale italiane il 21 settembre 1950 e in Francia a giugno dell’anno dopo. Nel ruolo che doveva essere di Corinne c’è la nostra Annamaria Pierangeli.

Corinne nella tempesta perfetta.

Per lei la tempesta perfetta è iniziata nel marzo del 1941. Un incidente d’auto con pochi danni apparenti, ma con una conseguenza irrimediabile. La scoperta da parte dei medici della sua tubercolosi.

La notizia non viene certo resa di dominio pubblico. Non è difficile. A quel tempo il padre di Corinne controlla praticamente tutta la stampa della Francia occupata. I giornali riferiscono dell’incidente alla famosa soubrette con poche righe, anche se in prima pagina.

Ma la cosa non può essere taciuta agli addetti ai lavori e saranno le compagnie di assicurazione a troncare, di fatto, la sua carriera di attrice.

Il film girato in Italia pochi mesi prima, sarà anche l’ultimo per Corinne Luchaire.

La vita le ha dato molto e tolto tutto, e molto prima di quanto il suo pubblico, e lei stessa, se ne renda conto.

È stata la tubercolosi a segnare il suo destino. O forse, per meglio dire, è stato il cocktail esplosivo prodotto dalla malattia, dal successo precoce, dalla figura ingombrante del padre e da quella sua indecifrabile indole, in bilico tra incoscienza sconsiderata e rivalsa prepotente.

 

Corinne Luchaire, mito tragico del ‘900.

Viviamo un’epoca che ha smarrito il senso del tragico. Tutti presi profondamente, intimamente, fra i tentacoli di una cultura socratica imperante. Dobbiamo sempre comprendere ogni cosa. Capire il perché.

Nel sapere è la virtù. Nella virtù la felicità. Dunque nell’infelicità la mancanza di virtù. La Colpa.

Capire e scegliere.

Biografia di Corinne Luchaire, ad opera di Marco Innocenti

Il profumo di Corinne di Marco Innocenti.

Così la storia di Corinne Luchaire diventa quella di una donna giovane, bella e famosa, che ha bruciato la propria esistenza tra feste, uomini e champagne. Una donna che ha tradito la Francia dando alla luce la figlia di un nemico, per poi morire di tubercolosi a 29 anni scarsi.

Una donna che non ha saputo capire. Che non ha saputo distinguere.

Una donna senza misura e senza discernimento. E tutto questo giustifica ampiamente la sua disgrazia e anche quel tanto di ingiustizia che può aver subito.

Quello che rimane di lei è il mito di una femme fatale, elegante, gelida e sconsiderata. Un mito ben riassunto nel risvolto del libro che Marco Innocenti le ha dedicato nel 2015: Il profumo di Corinne

C’era una volta una ragazza bionda, che visse come una dea pagana e morì come una lucciola che scompare nella notte. Bella senz’anima, due occhi di pietra azzurra, un’eleganza firmata Rochas. Si chiamava Corinne Luchaire e odiava i limiti. Amava, beveva, fumava, ballava, spendeva nel segno dell’eccesso. Seduceva come respirava. Portava gli uomini con sé all’inferno. La chiamavano la “nuova Greta Garbo“. Girò una manciata di film, poi si perse nelle notti della Parigi nazista sporca di guerra. Ciano, Ali KhanTrenetAumontAllaisEmpain e alcune “croci di ferro” tedesche stropicciarono (verità o leggenda?) le sue lenzuola di seta. Malata di tisi e di autodistruzione, morì a 28 anni, soffocata dal sangue dei suoi polmoni sfiniti. Dicono che “Audace”, il suo profumo, aleggi ancora nelle bôites de nuit più sofisticate di Parigi. Questa, romanzata e liberamente interpretata, è la sua storia. Il racconto di una donna, di un’inquietudine, di un destino.

 

Cercando Corinne Luchaire.

In realtà Corinne Luchaire ha vissuto la sua vita più come un sogno tragico che come un mito.

Una vita, la sua, come quella di tanti altri personaggi giovani e famosi in quegli stessi anni. Gettata, lei come loro, in un epoca di immane confronto tra concezioni ideali incompatibili. Epoca dilaniata da passioni opposte e inconciliabili.

Lei, più di tanti altri, condizionata dal precoce successo quanto dall’altrettanto precoce scoperta d’essere affetta da un male, la tubercolosi, che all’epoca lasciava poco o nessuno scampo a tanti giovani, ricchi o poveri che fossero. Per molti era solo questione di tempo e di attenzione. A lei mancarono entrambe le cose.

Tre romanzi che non c’entrano nulla.

Non saprei dire esattamente il motivo, ma mi viene di collegare la figura di Corinne Luchaire, a tre figure femminili protagoniste di altrettanti romanzi.

Forse perché la sua vita assomiglia molto a quella del personaggio di un romanzo. Trattandosi di un’attrice, sarebbe forse meglio dire di un film.

Ad ogni modo, romanzo o film che sia, è una narrazione cui manca il lieto fine.

Betty di Georges Simenon.

Uno di questi romanzi è Betty di Georges Simenon.

Forse perché l’età della protagonista del romanzo è la stessa di Corinne alla sua morte.

Soprattutto per quella sequenza d’apertura che vede Betty, ubriaca, fragile e dispersa, in un bar sconosciuto in piena notte. Sconvolta e scacciata di casa, dopo che il marito ha scoperto il suo tradimento e che, con l’atto formale di una semplice firma, le ha sottratto figli e dignità.

Mi viene anche di accostare le due protagoniste dell’opera di Simenon, a quelle della pellicola che consacrò, nel 1938,  Corrinne Luchaire al successo:  Prison sans barreaux film del regista Léonide Moguy.

Due donne di età diverse che si incontrano/scontrano, mentre l’una cerca di aiutare l’altra. Un uomo in comune, che finirà tra le braccia della più giovane e…ma le analogie finiscono qui; che poi è tutto diverso tra romanzo di Simenon e film di Moguy.

Quando Simenon, nel 1960, scrive questo suo romanzo, Corinne è morta ormai da dieci anni. Sono certo non pensasse minimamente a lei quando lo scrisse, ma fa lo stesso.

Francis Scott Fitzgerald.

L’altro personaggio femminile è la Rosemary Hoyt di Tender is the Night (Tenera è la notte), dello scrittore americano Francis Scott Fitzgerald.

Qui il rimando è più semplice ed immediato:

“La bella fronte alta si arrotondava delicatamente dove i capelli, cingendola come uno scudo di blasone, esplodevano in riccioli e onde e boccoli biondo cenere e oro. Aveva gli occhi chiari, grandi, luminosi, umidi e splendenti, il colore delle guance era autentico, e irrompeva alla superficie dalla giovane pompa vigorosa del suo cuore. Il corpo aleggiava delicatamente sull’estremo limite della fanciullezza: aveva diciotto anni, quasi compiuti, ma era ancora coperta di rugiada.”

Fitzgerald inizia a scrivere il suo romanzo nel 1925; Corinne a quell’epoca ha solo quattro anni. Lo scrittore americano è uso costruire i suoi personaggi ispirandosi a persone che ha conosciuto realmente e, quello della protagonista di Tenera è la notte, si ispira appunto ad un’attrice americana giovanissima, ma già molto nota: Lois Moran.

Ci sono almeno un paio di coincidenze che legano la figura della star americana a quella dell’attrice francese.

La prima è che debuttano entrambe giovanissime e Parigi. Lois quando gira il suo primo film (La Galerie des monstres, regia di Jaque Catelain del 1924), ha solo 16 anni. Corinne al suo debutto, in una parte minore (Les Beaux Jours di Marc Allégret), ne ha 14. Due ragazzine, entrambe, al debutto.

L’altra coincidenza è che la carriera cinematografica di Corinne Luchaire inizia proprio in quel 1935 che vede Lois Moran abbandonare le scene dopo il matrimonio con Clarence M. Young, pioniere dell’aviazione americana e uomo d’affari. Quasi un testimone passato di mano.

Tenera è la notte!

L'annuncio per il matrimonio di lois Moran.

L’annuncio per il matrimonio di Lois Moran.

Come la Rosemary di Fitzgerald, Corinne Luchaire è giovanissima, seducente e famosa. Corteggiata da registi, aristocratici o presunti tali e dagli uomini più ricchi e potenti del momento.

Le feste mondane degli anni ’40 nella Parigi occupata dai tedeschi, almeno per come ci vengono descritte, ricordano un po’ l’esaltazione di quelle degli anni ruggenti negli Stati Uniti o a Parigi. La stessa sorda e impaziente corsa verso l’abisso, forse impensato, ma inevitabile.

Ma la salute di Corinne non è la stessa di Rosemary o di Lois Moran. C’è un male insidioso dentro di lei. Lo chiamavano Tisi o “mal sottile” ai tempi, oggi si dice più prosaicamente, tubercolosi.

La giovane morta.

La terza figura femminile evocata in me da Corinne Luchaire è quella della protagonista di un romanzo della saga dedicata da Simenon al suo commissario con la pipa: Maigret et la jeune morte.

Qui il collegamento è offerto dal legame con il padre che accomuna le due donne, quella vera e quella immaginata da Simenon. Un legame che può sembrare rivelarsi fatale ad entrambe, e in parte per varie ragioni lo è, ma in realtà è soprattutto la loro natura, la loro intera storia a condannarle fin dal principio.

Le colpe dei padri.

Quella del padre è una figura centrale nella vita di Corinne Luchaire. Un po’ per il legame profondissimo che li lega ed un po’ per il ruolo da protagonista che l’uomo si trova a giocare, nella Francia degli anni ’40, durante l’occupazione tedesca.

Genesi di Corinne Luchaire.

Questa giovane diva del Cinema francese tra le due guerre, non è esattamente quella che si potrebbe definire una figlia del popolo. Non è una ragazzona parigina in cerca di fortuna e riscatto sociale, come lo furono altre protagoniste di quegli anni.

La sua è una famiglia di intellettuali ed artisti; da generazioni protagonista della cultura francese. Studiosi ed accademici.

Corinne, al secolo Rosita Christiane Yvette Luchaire, nasce a Parigi nel XVI arrondissement l’11 febbraio del 1921.

Primogenita dei cinque figli della coppia costituita da Jean Gabriel Luchaire e Françoise Germaine Besnard.

Discendenze illustri.

La madre, Françoise Besnard,  è una pittrice, come lo sono stati i suoi genitori ed il nonno: Robert Besnard, accademico di Francia.

Il padre, Jean Luchaire vanta anch’egli discendenze illustri. È figlio di Jean-Marie “Julien” Luchaire, letterato, insegnante, italianista. Ideatore e fondatore del prestigioso Istituto francese di Firenze, direttore tra il 1925 e il 1930 di un’organizzazione internazionale da cui deriverà poi l’UNESCO. Tra le altre cose, fortunato autore di teatro. La prima moglie di lui (quindi nonna di Corinne), Fernande Dauriac, divorziatasi nel 1916, sposerà in seconde nozze lo storico e politico italiano Gaetano Salvemini (da qui il collegamento di Corinne all’Italia).

Non avrei voluto indugiare troppo sulla figura di Jean Luchaire, padre di Corinne, proprio per non cadere, come mi sono ripromesso, nel luogo comune. Ma citarlo senza parlarne è però impossibile. Il suo ruolo nella vicenda umana della figlia ha, in effetti, la sua rilevanza. Parlarne, quanto meno, serve a sfatare il mito perverso di una sua presunta influenza politica, sulla carriera della figlia.

Figlia d’arte e di un tombeur des femmes.

Jean Luchaire, nasce a Siena nel 1901. È un uomo squisito, di notevole cultura, molto estroverso. Un vero tombeur des femmes. Gode di un forte ascendente sulle donne (con una innegabile preferenza per le attici ed artiste in genere).

Nell’agosto del 1920 sposa la pittrice diciassettenne Françoise Besnard che è ormai in cinta di due mesi. A febbraio del 1921, come abbiamo visto, nasce Corinne.

La coppia, oltre a Corinne, avrà altri quattro figli: Robert (1922), Monique (1925), Florence (1926), che sarà attrice pure lei, e Jean-François (1929) che muore in tenera età.

Un padre tra giornalismo e politica.

Le passioni del giovane Luchaire sono il giornalismo e la politica. Uomo di sinistra ed acceso pacifista, nel primo dopoguerra si fa promotore del riavvicinamento della Francia alla Germania, in prospettiva di una futura unione europea e come garanzia di pace in tempi più immediati. Per questo motivo si oppone allo spirito del trattato di Versailles, giudicandolo troppo punitivo nei confronti dei tedeschi. Sostiene la politica estera di Aristide Briand (autentico “faro illuminante” del pacifismo francese tra le due guerre ed europeista ante litteram) e, alle elezioni del 1932, si schiera con Léon Blum, futuro presidente del Consiglio del Fronte popolare del 1936.

Convinto europeista, nel 1927, Jean Luchaire fonda il mensile Notre temps in collaborazione con altri intellettuali dalle medesime convinzioni. Nel 1931 il mensile di Luchaire pubblica il famoso Manifesto contro gli eccessi del nazionalismo, firmato da 186 intellettuali.

Fra i collaboratori di Luchaire in questo periodo troviamo Bertrand de Jouvenel, noto ai lettori di questo blog anche per essere il figlio del secondo marito di Colette ed amante di quest’ultima.

La rottura politica all’interno della redazione del mensile avviene nel 1934. Parte dei collaboratori accusa Jean Luchaire di perseguire un ideale europeista a “n’importe quel prix” (a qualsiasi costo).

Gli rimproverano la mancata opposizione al nazionalsocialismo ormai al potere in Germania, ma lui è perentorio:

“Stresemann era più simpatico di Hitler, ma Hitler è la Germania”

A questo punto il giornale Notre temps diventa il punto di riferimento dei cosiddetti neo-socialisti. Pacifisti, europeisti, ex comunisti delusi. Tutti sostenitori della centralità di un’intesa franco-tedesca. Uomini destinati, in gran parte, a confluire nelle file della “collaborazione” dopo l’occupazione della Francia da parte delle armate tedesche, nel 1940.

Dal pacifismo europeista a Vichy.

Non è questo il luogo per articolare al meglio ragioni e motivi che possono aver condotto alcuni intellettuali francesi, in maggioranza provenienti dalla sinistra, a scegliere la collaborazione con il Governo del maresciallo Petain.

Jean Luchaire, in ogni caso, sarà uno di questi.

Non solo aderisce al Governo di Vichy, ma assume un ruolo di preminenza nel mondo della Stampa francese nei territori occupati.

Corinne e le amicizie fatali di papà.

Qui una nuova parentesi è necessaria: quella che concerne il legame tra Jean Luchaire e l’ambasciatore tedesco a Parigi, durante l’occupazione tedesca: Otto Abetz.

Jean Luchaire e Otto Abetz, socialisti e pacifisti entrambi, sono due tra i più attivi animatori del movimento giovanile di riconciliazione franco-germanica. Movimento che troverà il suo momento più importante nella “Riunione di Sohlberg”.

In questo paese della Foresta Nera, in un ostello della gioventù, si ritrovano per sei giorni, dal 28 luglio al 3 agosto del 1930, fianco a fianco, giovani di differente provenienza politica, francesi e tedeschi.

Les Nouveaux Tamps, Jean Luchaire

Les Nouveaux Tamps, testata diretta da Jean Luchaire dal novembre 1940.

Fra i due uomini, quasi coetanei, nasce una profonda amicizia che durerà per tutta la vita e che non potrà non avere conseguenze sull’attività di Luchaire durante l’occupazione.

Nel 1932 Abetz sposa Suzanne de Bruyker, che altri non è se non la segretaria di Jean Luchaire e questo la dice lunga sulle assidue frequentazioni tra i due.

Nel 1930 Otto ha aderito alla NSDAP, il partito nazionalsocialista tedesco, e nel 1935 entra in Diplomazia. La sua attività principale rimane quella di rafforzare l’amicizia e la collaborazione tra Francia e Germania, ma adesso non è più solo una passione: è il suo lavoro.

Poi la situazione precipita rapidamente. Nella primavera del 1939 la politica dell’Inghilterra, e di conseguenza della Francia, nei confronti della Germania, muta di atteggiamento. Sul tavolo c’è ormai la questione polacca e i venti di guerra iniziano a levarsi sempre più impetuosi.

Otto Abetz è nuovamente a Parigi dal ’38 e le sue attività in favore di un’amicizia franco-tedesca iniziano ad essere lette come maneggi politici, se non come spionaggio.

Nel giugno del 1939 Otto Abetz è espulso dalla Francia, ma nel luglio del ’40, dopo l’armistizio e l’occupazione di gran parte del territorio francese, viene inviato a Parigi come ambasciatore di Germania.

Il nuovo ambasciatore tedesco ritrova l’amico francese. Questi, il 5 giugno del ’40, pochi giorni prima dell’entrata a Parigi delle truppe del III Reich, ha cessato le pubblicazioni del suo giornale. Otto trova in Luchaire la sponda che gli serve e lo sostiene, prima, nell’avvio di una nuova testata, Les Nouveaux Temps, poi ponendolo alla direzione della Corporation nationale de la presse française, sindacato ma anche organismo di controllo della stampa francese nei territori occupati.

Questo pone il giornalista francese in una posizione molto in vista e molto privilegiata.

Estroverso, amante della vita mondana, donnaiolo inveterato, Luchaire si muove con la massima disinvoltura tra salotti della politica collaborazionista e ricevimenti all’Ambasciata tedesca. Un po’ per lavoro, un po’ per diletto, intreccia relazioni di ogni tipo e non manca ad un ricevimento.

La figlia Corinne, quando non è a curarsi in stazioni climatiche, al mare o in montagna, lo accompagna in ogni occasione.

Nasce la leggenda nera di Corinne Luchaire e di suo padre.

Corinne: la favola bella che ieri t’illuse…

Tutto questo è ancora lontanissimo quando Corinne abbandona la scuola per dedicarsi allo studio della recitazione.

È una ragazzina lunga e magra, appassionata di letture e di musica, ma soprattutto di cinema ed al cinema la ritroviamo regolarmente ogni giovedì.

Poco più che bambina si iscrive ai corsi di arte drammatica tenuti dal regista teatrale e cinematografico (nonché attore egli stesso), di origine belga Raymond Rouleau.

Nulla di tanto straordinario in questo. Abbiamo visto come quello della sua famiglia sia un ambiente particolarmente aperto, artistico, mondano. Tutt’altro che convenzionale e borghese. Forse un po’ snob, sicuramente, molto “parigino“.

Ha delle qualità la ragazza e il suo sogno di recitare diventa realtà pochi anni dopo, quando sale sul palco del Théâtre de l’Étoile, quello in avenue de Wagram, per il suo debutto in teatro.

Esordisce sotto la guida di Raymond Rouleau, suo maestro, in un’opera teatrale, Altitude 3200, che ha come soggetto un gruppo di giovani, isolati in uno chalet di montagna per il maltempo. Un’analisi del mondo giovanile d’allora, delle sue problematiche ed aspirazioni. Lo spettacolo ha successo e suscita l’interesse di critica e pubblico.

È il 18 febbraio del 1937 e Corinne ha compiuto 16 anni da sette giorni solamente.

L’esordio in teatro di Rosie Davel.

Sul palco, a recitare con lei, ci sono, tra gli altri, Bernard Blier, Gilbert Gil, Jean Chevrier, Gaby Sylvia, Odette Joyeux. Alcuni, come Blier, sono come lei al loro debutto, altri sono attori ormai più esperti. Tutti artisti destinati a calcare le scene per lungo tempo ed a lasciare un duraturo ricordo dietro di se.

Per il suo debutto, la giovanissima Corinne, ha scelto un frivolo nome d’arte: Rosie Davel.

Forse il motivo che la spinge a celarsi sotto un nom de plume è abbastanza banale e poco romantico: nel cartellone dello spettacolo compare già un Luchaire.

Si tratta de già citato Julien: suo nonno, autore della pièce.

 

 

Corinne Luchaire: le prime prove nel cinema.

Due anni prima di esordire in teatro la giovane Rosie ha sperimentato l’esperienza cinematografica. Non si è trattato di grandi ruoli certamente, ma le due pellicole cui partecipa nel 1935 e nel ’36 portano la firma di Marc Allégret, che del suo insegnante d’arte drammatica è amico e collaboratore.

Sono Les Beaux Jours, interpretato da Simon Simon e Jean-Pierre Aumont, e Sous les yeux d’Occident, protagonisti Pierre Fresnay, Danièle Parola e, ancora, Simon Simon.

Del 1937 è il film musicale Le Chanteur de minuit, interpretato dal famoso cantante Jean Lumière. La protagonista femminile del film è Yvette Lebon che ha 11 anni più di Corinne e che, negli anni dell’occupazione della Francia, diverrà l’amante del padre di lei.

Anche in questa pellicola Corinne interpreta una delle tante allieve del collegio femminile in cui la vicenda è ambientata. Una comparsa: nulla di più.

Altra comparsata anche nel 1938 sul set di Je chante, film musicale realizzato da Christian Stengel e interpretato da Charles Trenet. Con il grande cantante e compositore francese ci sarà una breve storia d’amore, osteggiata dal padre di lei e quindi senza futuro.

1938: l’anno decisivo per la carriera di Corinne.

Durante il famoso spettacolo teatrale del febbraio 1937 al Théâtre de l’Étoile, qualcuno l’ha notata. È il regista di origini russe Léonide Moguy.

Léonide Moguy è un ottimo “artigiano” del cinema, con un occhio particolarmente attento nel cogliere il talento degli attori. Ha iniziato in Russia come operatore di cinegiornali. Rifugiatosi in francia dal 1930, lavora al montaggio e come assistente alla regia. Lavora al fianco di ottimi maestri come Marcel L’Herbier e  Max Ophüls.

Il suo primo film da regista è del 1936:  Le Mioche, protagonisti il brillante Lucien Baroux e la talentuosa Gabrielle Dorziat.

Moguy vede Corinne in teatro e ne rimane colpito. La scrittura per una parte da protagonista in una pellicola che sarà presentata nella sala cinematografica Max-Linder al 24 boulevard Poissonnière, nel cuore di Parigi, il 18 febbraio 1938: Prison sans barreaux.

Un titolo che è una profezia: Prigione senza sbarre!

Prigione senza sbarre, titolo originale Prison sans barreaux, è il film destinato a lanciare Corinne Luchaire a livello internazionale. Una popolarità tanto vasta quanto improvvisa.

Una commedia sentimentale della durata di 90 minuti, con qualche pretesa di impegno sociale.

L’interprete principale è lei Corinne Luchaire, al suo fianco Annie Ducaux, ottima attrice drammatica di grande fama. Mentre il protagonista maschile è Roger Duchesne, uno dei belli del cinema francese, con una grande quantità di pellicole girate prima e dopo quest’opera del ’38, e che, in una delle sue ultime interpretazioni, vedremo nel 1955 interprete del film Bob le flambeur del grande Jean-Pierre Melville.

La vicenda di Prison sans barreaux si svolge in una casa di correzione femminile. Una delle ragazze internate (Corinne Luchaire) si innamora del medico, che è fidanzato con la direttrice del carcere. Quest’ultima (Annie Ducaux), convinta promotrice di metodi che puntino a recuperare i detenuti, comprende l’importanza di quel sentimento per la vita di entrambi i giovani e preferisce fare un passo indietro e lasciare ai due il loro avvenire.

Léonide Moguy non ha dubbi nemmeno anni dopo:

« Corinne Luchaire, c’était une actrice comme il n’en existe plus. C’était un tel masque, une telle personnalité, une telle présence. Elle n’avait pas besoin de parler pour s’exprimer.  »


«Corinne Luchaire, era un’attrice come non ce ne sono più. Una tale maschera, una tale personalità, una tale presenza. Non aveva bisogno di parlare per esprimersi.»

 

L’epopea di Corinne: 1938/1940.

Il film Prison sans barreaux catapulta letteralmente Corinne Luchaire tra le vedettes di prima grandezza del cinema francese.

Ovazioni del pubblico dopo la prima del film. La stampa e la critica consacrano il suo successo!

Cinémonde, principale rivista del settore, pubblica perentorio:

«Elle fait le film!»

Il trionfo personale di Corinne a Venezia.

La pellicola è presentata in agosto alla VI Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (all’epoca Esposizione Internazionale d’Arte Cinematografica). Il film non riceve direttamente un premio, ma è apprezzato e la regista tedesca Leni Riefenstahl (vincitrice quell’anno della Coppa Mussolini con Olympia) consegna proprio a Corinne il premio della giuria internazionale.

Viene immediatamente realizzata anche una versione inglese di Prison sans barreaux (Prison Without Bars di Brian Desmond Hurst). Anche gli inglesi vogliono Corinne come protagonista.

La stampa statunitense saluta la nuova star francese come: The New Garbo o la French Garbo.

Di lei, a Venezia si interessa anche il conte Galeazzo Ciano Ministro degli esteri italiano dell’epoca, ma soprattutto noto tombeur des femmes. Sembra che ogni giorno inondi di rose la stanza d’hotel dove risiede Corinne.

I giornali iniziano a ricamare su questi incontri mondani della giovanissima attrice e le voci di amanti veri o presunti della ragazza si susseguiranno incessantemente da quel momento in poi.

…Corinne Luchaire, che guida la sua Craysler con la stessa spensieratezza della sua bicicletta, che aspira solo a correre sulle spiagge o arrampicarsi sulle rocce e che non smette mai di stupirci.
Uno ha l’impressione, quando la vedi, che stia preparando l’esame di terza superiore, piuttosto che la sua carriera da star, e che pensi alle vacanze estive molto più che all’esame…

La Vie parisienne 15 luglio 1939.

Oltre a Ciano si parlerà di Ali KhanTrenetAumontAllaisEmpain. Gente di spettacolo o protagonisti del jet set dell’epoca. Colleghi di lavoro altrettanto noti, campioni sportivi e, soprattutto poi durante la guerra, collaboratori del padre, politici o affaristi.

Com’è ovvio che sia la maggior parte di queste voci sono del tutto false, ma non vi è nulla da stupirsi. È il normale corollario di pettegolezzi che accompagna la notorietà.

Corinne tra Cinema e mondanità.

L’attività artistica di Corinne nel cinema dura per un tempo eccezionalmente breve: 2 anni soltanto!

Le pellicole a cui il suo nome è legato indissolubilmente sono soltanto sette: tutte realizzate tra il 1938 e il 1940.

Della prima, Prison sans barreaux (versione francese ed inglese), abbiamo già detto.

Léonide Moguy la vuole ancora in due film rispettivamente del ’38 e del ’39: Conflit Le Déserteur (film conosciuto anche con il titolo Je t’attendrai).

Conflit narra la vicenda del segreto conflitto tra due sorelle. Moguy ripropone la coppia di attrici di Prigione senza sbarre. Annie Ducaux, interpreta la sorella maggiore Catherine, mentre il ruolo di Claire, la minore delle due sorelle, è per Corinne Luchaire.

Questo film rappresenta anche il momento di massimo apprezzamento della giovane attrice, da parte della critica.

Le Déserteur è un melodramma d’amore. Un soldato, una giovane fidanzata, vicissitudini varie. Lui diserta, poi si ravvede, parte con i suoi commilitoni e lei attenderà il suo ritorno.

Protagonista maschile Jean-Pierre Aumont (uno dei più famosi attori francesi del momento).

Un film debole ed un ruolo controverso.

Sempre del 1939 è il film: Le Dernier Tournant per la regia di Pierre Chenal.

Le Dernier Tournant è il primo adattamento cinematografico del famoso romanzo dello scrittore americano James Caan, “Il postino suona sempre due volte”.

Dal romanzo verranno ricavati, negli anni, altri tre film (tra i quali Ossessione di Luchino Visconti), mentre alcune altre pellicole ne risulteranno almeno influenzate (come Cronaca di un amore di Michelangelo Antonioni).

Inutile dire qui quale delle varie versioni possa essere considerata la migliore. Certo il film di Pierre Chenal se, da un lato si rivela il più fedele al testo originale, da altro lato, quello più squisitamente cinematografico, non si dimostra certo un capolavoro.

La critica non risparmia nemmeno Corinne Luchaire, giudicata troppo giovane per il ruolo di Cora (moglie infedele disgustata dal marito), ed in più stranamente agghindata con una parrucca nero corvino, che sembra essere un escamotage per conferirle un’aria più truce e malvagia.

Ottime le atmosfere, molto aderenti alle originali del romanzo, e molto buoni i due protagonisti maschili: Fernand Gravey (il vagabondo) e Michel Simon (il marito tradito e ucciso).

Il film non convince la critica, ma piace al pubblico e la popolarità di Corinne è alle stelle.

Corinne Luchaire gira gli ultimi film della carriera.

Nel 1940 Corinne Luchaire partecipa alla realizzazione di due film che saranno anche i suoi ultimi.

Uno di essi è un dramma storico per la ragia di  Raymond Bernard. Film in tre episodi dal titolo Cavalcade d’amour.

La pellicola esce nelle sale francesi il 19 gennaio del 1940 e gode di un buon successo di pubblico. Non si può dire esattamente lo stesso per quanto riguarda la critica, che definisce l’opera di Bernard come:

Un “cinema” un po’desueto ed alla mercé degli attori, che sono si eccellenti, ma…

Segue un film girato in Italia negli studi di Cinecittà: Abbandono, uno dei pochi film drammatici realizzati dal nostro Mario Mattoli, su soggetto di Mattoli stesso e Steno (al secolo Stefano Vanzina).

Il film partecipa alla VIII Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ed esce nelle sale italiane nel settembre del 1940.

Nel frattempo, tra Francia e Italia è scoppiata la guerra e, di conseguenza, perché la pellicola appaia nelle sale francesi si dovrà attendere il settembre del 1943.

Il film è un dramma romantico in costume e non rappresenta certo il meglio della produzione di Mattoli. Il regista italiano si trova molto più a suo agio nel genere della commedia e famosi sono i suoi tanti film con protagonista il grande Totò.

In ogni caso i giudizi della critica seppur non unanimi rimangono abbastanza favorevoli.

Corinne è ormai una stella del cinema ed anche i giornali italiani ne esaltano le doti artistiche ed estetiche, seppur con qualche rimpianto, dovuto forse al clima politico in fermento…

Cara signorina, mi dicono che parlate un francese perfetto e questo mi fa molto piacere; ma mi dicono anche che non conoscete una sola parola d’italiano e questo mi addolora: non tanto perchè, con le tradizioni, diremmo così “italianizzanti” della vostra famiglia, qualche parola – bocca, cuore, amore, sole, vita, ideali – la dovreste conoscere, quanto perchè venendo a lavorare in Italia, al momento di mettere lo spazzolino da denti e il pigiama, avreste potuto pensare a un manualetto da conversazione da leggiucchiare sia pure in viaggio.

Perchè non avete detto a vostro nonno, a Julien Luchaire, che è stato tanti anni a Firenze, e qualcosa se la deve ricordare: ’nonno insegnami a dire almeno la parola amore’. Povera Corinna: siete così giovane, così seducente, così fragile, e non sapete dire la parola amore! Che cosa siete venuta a fare, dunque, in Italia? – Film: Settimanale Cinematografo teatro e radio – 17 aprile 1940.

 

Il destino alle porte.

La popolarità di Corinne è all’apice e, con la fama, cresce la voglia di vita di questa diva diciottenne poco più che adolescente.

Cresce, evidentemente, anche in suo padre l’orgoglio per la figlia e il desiderio di esibirla.

Dopo la ribalta internazionale di Venezia ecco quella parigina.

Nel settembre del 1938 si tiene presso l’Ambasciata tedesca di Parigi un ricevimento in onore dei recenti accordi firmati pochi giorni prima a Monaco tra Francia, Germania, Inghilterra e Italia e che sembrano, sul momento, scongiurare il pericolo di una guerra tra le potenze europee.

Non può certo mancare, ad un simile evento, Jean Luchaire, che, come abbiamo detto, è un deciso fautore di una duratura collaborazione tra Francia e Germania. Naturalmente con la figlia al seguito.

Il giornalista coglie l’occasione per presentare la figlia al Ministro degli esteri tedesco Joachim von Ribbentrop.

Le serate mondane si susseguono. Jean è un uomo dalla ricca vita notturna e la figlia lo segue quasi ovunque.

Corinne non si risparmia le ore piccole, fuma in continuazione (forse per nascondere i veri motivi degli attacchi di tosse che spesso la colgono), così come non rinuncia alle coppe di champagne ed alla compagnia degli ammiratori. Sempre elegantissima e al centro dell’attenzione.

I giornali popolari raccontano ogni sua apparizione in pubblico, ogni suo autentico o presunto flirt. È il destino comune alle persone famose e poco discrete.

Ma il vento sta per cambiare, la tempesta si approssima e, anche se può non sembrare possibile ad una giovane diciottenne, tutto sta per cambiare.

Continua…

 


 

Corinne una storia del cinema franceseultima modifica: 2020-05-26T11:29:00+02:00da albatros-331
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