Roberto Cotroneo Betty

Roberto Cotroneo Betty

bettySull’isola di Porquerolles Simenon ritrova Betty

Bruno Quaranta, Tuttolibri – La Stampa

Non è un romanzo, Betty di Roberto Cotroneo, ma una meditazione sul romanzo. O, meglio, una meditazione travestita da romanzo. Come cornice l’isola di Porquerolles, Costa Azzurra, carissima a Simenon. È la geografia, per cominciare, che richiama tout de suite lo scrittore «duro», come l’artefice del signor Maigret.
Pedinando un’ossessione di Simenon (e attorno a Simenon), Cotroneo oscilla fra vita e letteratura, ne scandaglia il nesso, l’irresistibile e non di rado fatale richiamo (della letteratura in particolare, vita come letteratura, piuttosto che letteratura come vita). Quale scintilla, escamotage mai arrugginito, un manoscritto ritrovato, l’estrema prova di un autore a cui non riesce volgere in personaggio – smacco e patibolo – la figlia Marie-Jo, suicidatasi nel 1978.
Bettydi Roberto Cotroneo

L’identificazione vita-letteratura. O la loro separazione (ambita, inseguita, nel caso scommettendo sulla fotografia come diaframma, quando non è subita o ritenuta un assioma). Ecco l’andirivieni diBetty, opera che fin dal titolo riconduce a una storia di Simenon. Vi è chi, la misteriosa Pauline, la spugneggia sino all’ultima sillaba, reinterpretandola capoverso dopo capoverso.

Vi è chi, lo stesso Georges, confessa «scrivere non è vivere», ancorché si scriva la vita. «Perché i romanzi si fermano dove la nostra vita chiama ad alta voce». La vita risolta in parole, ingabbiata, che a ora incerta si ribella, può ribellarsi, divellendo le sbarre, e, perché no, sbranando.
Pauline, Betty, Marie-Jo. È il filo femminile su cui cerca di stare in equilibrio Cotroneo-Simenon (ma forse, a Simenon, non sarebbe sfuggito «Lei si porta avanti»). Tre donne che sono sospinte irrimediabilmente nel gorgo, verso il tragico epilogo, da una violenza originaria, di quando erano bambine, manifestatasi nell’alveo familiare. Betty, certo. Ma soprattutto Marie-Jo. L’ombra che la vicenda di Pauline, la donna di Porquerolles, approdata a Porquerolles, inventatasi pittrice, rinfocola. In Simenon rinnovando la lacerazione: ché una cosa sono gli inchiostri, una cosa i corpi e le menti.

«Perché forse prima di scrivere le Memorie intime (in morte di Marie-Jo, ndr) non sono mai riuscito a comprendere il dolore, nel senso vero del termine. I miei personaggi provavano rabbia, rimorso, odio, rancore, passione, e poi trasporto e persino felicità, e gioia, ma il dolore sapevo solo catalogarlo, descriverlo».

Come comprendere, come lenire, il dolore di una figlia se non lo si sa captare? Già:

«Cosa me ne importa di raccontare la vita se non ho saputo salvare la persona più cara che avevo al mondo?».

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Coerentemente, Roberto Cotroneo immagina due finali.

Nell’uno, a risaltare, è un assassino in carne e ossa, reale.

Nell’altro, un assassino di carta, a rispecchiare la filosofia di Georges Simenon: un vero balordo, quindi un uomo normale («Nei miei libri sono i perdenti che diventano colpevoli»).
È la supremazia della letteratura, delle sue ragioni, qui a stagliarsi. In capo alla Nouveau Betty, come epigrafe, si è posta una frase di Conrad. Come non riandare a Ford Madox Ford, in un suo ricordo di Conrad riconoscendo Simenon? «Conrad era Conrad perché era i suoi libri. Non era che egli facesse letteratura: egli era la letteratura».
Bettydi Roberto Cotroneo.

 Dal blog di Roberto Cotroneo

Nel maggio del 1926 Georges Simenon non è ancora l’autore dei Maigret. Scrive libri gialli dove inventa molti commissari di polizia, ma ancora non ha trovato quello che gli terrà compagnia per più di mezzo secolo. Simenon ha soli 23 anni, e si guardagna da vivere scrivendo per mille editori con diversi pseudonimi. È sposato con una ragazza di Liegi, Tigy, e si sono trasferiti a Parigi da poco. Le cose cominciano ad andare bene, i suoi romanzi hanno un buon successo popolare ma la celebrità, quella vera, deve ancora arrivare.

Tigy quella mattina di maggio tiene aperto sul tavolo l’atlante Larousse. «Georges», dice: «ho trovato il posticino di vacanza che fa per noi. C’è un’isoletta di fronte a Hyères che si chiama Porquerolles. Ci andiamo?». E qui le versioni sono due. La prima viene da Tigy. E dice che Simenon rimane in silenzio e poi le risponde: «Dammi un’ora». Corre da un nuovo editore, gli promette un paio di libri in fretta e intasca un anticipo di duemila franchi. «Tigy, possiamo partire, dice trionfante». L’altra versione è che la moglie, che era una pittrice, aveva fatto un buon affare pochi giorni prima vendendo a un collezionista armeno un quadro a 800 franchi.
Bettydi Roberto Cotroneo

Quale delle due versioni sia quella vera, non saprei dire. E non lo sa nessuno. Ma Porquerolles diventerà uno dei luoghi prediletti, fino a un certo momento della sua vita, del grande scrittore belga.

Oggi Porquerolles è un’isola molto frequentata della costa azzurra. Anche se non è certo un’isola che ha costruito la sua fama sul mito di Simenon. Anche perché l’autore dei Maigret ci andrà per l’ultima nel mese di marzo del 1938. E non tornerà più.

Quegli anni eroici e felici fanno parte della sua giovinezza e sono il preludio alla sua celebrità. Ci passerà lunghi periodi in una villa, Le Tameris, proprio a ridosso del porto. Una villa strana, con un minareto nel giardino. Una piccola torre dove Simenon andava a scrivere per non essere disturbato, ma dove faceva un caldo terribile. Al punto che il più delle volte finiva il lavoro completamente nudo.

Ma nel 1926 non era ancora quella la dimora dei Simenon. Arrivarono sull’isola prendendo il «Train Bleu» da Parigi: Tigy, Georges, Boule che era la domestica fedelissima, e il cane. Sono pieni di bagagli, compresa una pesante macchina per scrivere. Scesi dal traghetto vanno verso la piazza del paese. Sono soltanto due gli alberghi, ma ai Simenon non piacciono. Così affittano una villetta di due stanze all’estrema punta occidentale dell’isola, al Grand Langoustier.

In realtà è soltanto un capanno ma i Simenon sono folgorati dalla luce del Midì, dalla bellezza della vegetazione, dalla macchia mediterranea, dal profumo di mirto. Porquerolles ancora oggi è così, intatta. Merito di una storia curiosa e di un signore che si chiamava Francois Fournier, un avventuriero belga nato nella metà dell’ottocento, di origini modeste, che dopo molto peregrinare scopre in Messico una miniera d’oro. Diventa ricchissimo e nel 1912 torna in Francia e legge l’annuncio di un’asta pubblica per la vendita dell’isola di Porquerolles. Se la aggiudica a un milione di franchi di allora, e la dona, come regalo di nozze, alla moglie Sylvia. Si trasferisce sull’isola, pianta centinaia di migliaia di alberi, genera sei figli, avvia un albergo che esiste ancora ed è dei suoi eredi, e contribuisce alla fortuna di quel luogo: che oggi è una riserva naturale, senza automobili, dove c’è persino il divieto di fumare, anche all’aperto.

Ai tempi di Simenon l’isola era un paradiso terrestre quasi disabitato. I collegamenti non erano sempre efficaci e per Simenon era complicato essere pagato puntualmente. I ritardi erano continui. Al punto che per una settimana dovette smettere di fumare perché non aveva più denaro per comprare il tabacco. Ma si dedicava con passione alla pesca, a cucinare e a lunghe passeggiate. In quegli anni comincia e pensare di diventare uno scrittore nel senso vero della parola. Di lì a poco, nel 1929 nasce il personaggio di Jules Maigret, entro pochi anni firmerà un contratto con Gallimard per i suoi romanzi importanti. E sarà consacrato da André Gide come il più grande scrittore «che la letteratura francese abbia oggi».

Ma in quel 1926 è ancora uno scrittore solo commerciale, capace di pubblicare tra testi su riviste e libri, fino a trecento racconti l’anno. Georges non è un uomo che si tira indietro, e deve continuamente sfidare il mondo. Impara a pescare e fa a gara con i pescatori dell’isola a chi è più bravo. Sono molte le foto dell’epoca con i trofei di pesca. Scrive la mattina, prestissimo, prima che venga il caldo. Gioca a bocce nella piazza del paese con la gente del luogo e sostiene che barano e sono un po’ pirati. Ma quell’isola gli piace. Ci tornerà prendendo la casa del porto, dove allestirà anche un forno per la bouillabaisse, la zuppa di pesce alla marsigliese.

È il suo buon ritiro, anche per periodi lunghi. Ci torna nel 1934, poi per quasi tutto il 1936, ancora nel 1937 e poi nel 1938. Nella seconda metà degli anni Trenta non servono più i duemila franchi di anticipo dell’editore, e non deve certo smettere di fumare per mancanza di denaro. È ricco e famoso. E l’isola è forse per Simenon il luogo degli ultimi anni davvero spensierati.

porquerolles 2Scriverà nelle sue Memorie intime: «Ho fatto immersioni subacquee a Porquerolles, molto prima che Cousteau facesse parlare di sé, e pesca professionale, con il mio pointu e il marinaio Tado: pesca con palamiti e con ogni sorta di reti, all’aragosta e addirittura, per notti intere, allo storione, per il quale avevo bisogno di sei marinai dalle braccia robuste. Con Tado ho passato notti intere nei pressi delle isole del Levante, e quando il nostro cane maltese Olaf è morto di vecchiaia lo abbiamo calato giù al largo, in acque profonde. A quell’epoca, anche io desideravo essere sepolto, il più tardi possibile, in quella grande culla vivente che è il mare».
Bettydi Roberto Cotroneo

Dopo molte cose cambieranno. La guerra, una falsa grave malattia diagnosticata da un medico incompetente che gli avrebbe dovuto lasciare pochi anni di vita. La nascita di Marc. E poi la partenza un po’ rocambolesca per gli Stati Uniti, a causa di un’accusa, mai provata, di collaborazionismo. E poi negli Stati Uniti la crisi con la prima moglie, e il matrimonio con la canadese Denyse Ouimet che gli darà altri tre figli: John, Marie-Jo e Pierre. Anche quando tornerà in Europa nel 1955, celebre e ricchissimo, stabilendosi in Costa Azzurra per un paio di anni, Simenon non avrà più la curiosità di tornare nella sua isola prediletta. Dirà: «Porquerolles è rimasta uno dei luoghi più importanti della mia vita: li conoscevo uno per uno i centotrenta abitanti di allora. Mi ci sentivo come a casa. Mi hanno detto che dopo la guerra l’isola è talmente cambiata che non oso tornarci». Un’isola a cui rimarrà invece legata Tigy e il figlio Marc: la prima moglie di Simenon morirà proprio a Porquertolles nel 1985.

Nessuno può ricordarsi di Simenon a Porquerolles, sono passati 75 anni. E l’isola è troppo discreta per diventare un luogo di souvenir o di culto per gli appassionati dello scrittore. Simenon scriverà due libri ambientati lì. Un romanzo tra i suoi più belli: Il clan dei Mahé, e un Maigret che lascia la sua Parigi per risolvere un caso nel midì: Il mio amico Maigret. In questi due libri descrive quelle spiagge bianche come l’Alycastre o la Plage d’Argent, la piazza con il campo da bocce davanti alla chiesetta, il Cap des Mèdes, il promontorio che incombe minaccioso nella parte orientale dell’isola. Tutto è rimasto come allora, in verità. Anche se c’è ovviamente più turismo. Ma il mare è ancora limpido e trasparente, le spiagge sono intatte e il silenzio è sacro. Il campo da bocce c’è sempre e nei ristoranti la bouillabaisse è ancora buona.

Mi sono sempre chiesto perché Simenon non sia mai più voluto tornare. E forse è da questa stranezza che ho iniziato a pensare che se volevo indagare i dolori di Simenon in forma di romanzo dovevo partire da quell’isola. Da quel paradiso davvero perduto: preludio a una vita di successi e celebrità ma anche di dolore. Dovevo scrivere un giallo con Simenon protagonista, che si racconta in prima persona, decidendo di tornare proprio in quell’isola meravigliosa. E indaga sulla morte di una donna, di nome Betty, che i libri di Simenon li conosceva bene, e per lui aveva una vera ossessione. Questa è la storia del mio romanzo. E anche un po’ la storia di Porquerolles e di Georges Simenon.

© Sette del Corriere della Sera
Bettydi Roberto Cotroneo

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Roberto Cotroneo Bettyultima modifica: 2016-05-30T01:50:42+00:00da albatros-331

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